FRANCO CARDINI.
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IL BARBAROSSA.
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Vita, trionfi e illusioni di Federico Primo imperatore.
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1995. Arnoldo Mondadori Editore, MILANO.
ISBN 88-04-39864-7.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Federico Primo, imperatore, re di Germania, Italia, Borgogna. Per alcuni, un monarca universale, conosciuto e amato anche nel pi profondo dell'Asia, scomparso da martire alle crociate; un sovrano leggendario, morto, come Art, soltanto in apparenza, addormentato in una montagna in attesa di ridestarsi. Per altri, lo scomunicato che lacera la Chiesa con uno scisma, il tiranno che rade al suolo le citt italiane. Chi era in realt Federico Primo, detto il Barbarossa, quali erano i tempi in cui visse e ag, quali i costumi, le tradizioni della sua corte? In questa biografia la figura dell'imperatore, spogliata di ogni leggenda, rivive inquadrata nella realt del suo tempo, nella sua umanit, nella sua quotidianit, nella sua verit, lontana, difficile da affermare e definire come  di molte verit.
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L'AUTORE.
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Franco Cardini (Firenze, 5 agosto 1940)  uno storico, saggista e blogger italiano, specializzato nello studio del Medioevo.
 socio di numerose organizzazioni scientifiche italiane e straniere e ha ottenuto numerosi riconoscimenti per i suoi studi accademici. Il campo di studi principale di Cardini  quello della storia delle Crociate, affrontato con studi su scritti cristiani e arabo-islamici.
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SOMMARIO.
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1. Il tabernacolo di Mos.
2. "A l'entrada del tens dar".
3. "Come i pesci nel mare."
4. Welf e Weiblingen.
5. Un giovane signore dai capelli fulvi.
6. Spira, Costantinopoli, Gerusalemme.
7. Di corona in corona.
8. Mirabilia urbis.
9. "Quod principi placuit legis habet vigorem".
10. La tunica lacerata.
11. "Salve mundi domine".
12. "A lancia e spada il Barbarossa in campo".
13. "In virga ferrea".
14. Verso la casa del padre.
15. "Er ist niemals gestorben..."
16. Gli eventi
17. Nota.bibliografica
18. Studi.
19. Note.
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Fine Indice.
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Alla dolce, dotta, nobile citt di Gottinga e agli amici del Max-Planck-Institut fr Geschichte.
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1. IL TABERNACOLO DI MOS.
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All'inizio del dodicesimo secolo, il pi grave problema dell'impero bizantino era come al solito la frontiera orientale. Il basileus Alessio primo Comneno, dalla sua fastosa reggia sul Corno d'Oro, temeva sempre di veder spuntare da un momento all'altro - al di l del "Braccio di San Giorgio", il Bosforo - le avanguardie dei turco-selgiuchidi che infestavano l'Anatolia. I nuovi venuti erano pur stati pi volte sconfitti, nel corso dell'undicesimo secolo, prima dagli eserciti bizantini e poi da quelle strane turbe di pellegrini armati (quelli che noi siamo abituati a chiamare "crociati") che erano transitati attraverso la penisola anatolica tra 1097 e 1098: tuttavia la loro offensiva era ripresa, e dinanzi al loro incalzare le popolazioni greche avevano gradualmente cominciato ad abbandonare quei territori che oggi corrispondono all'area continentale della repubblica turca per rifugiarsi prima nelle pi sicure citt costiere, poi nelle vicine isole egee e nell'Eubea. Anche gli armeni, sotto la pressione turca, avevano finito col cercar rifugio nella parte occidentale dell'impero dando origine alle loro numerose colonie di Costantinopoli, Salonicco e soprattutto Filippopoli (oggi Plovdiv in Bulgaria), dove si erano rifugiati anche molti georgiani: e dove entrambi quei due grandi e sventurati popoli trovarono i loro nuovi centri sacrali, rispettivamente, nei monasteri di Atman e di Backovo.
L'imperatore Alessio favoriva questa migrazione da oriente a occidente delle genti a lui soggette: l'esperienza di pi di quattro secoli insegnava come fosse rapida l'islamizzazione dei territori conquistati dai musulmani, e Bisanzio - con il suo governo centralizzato e con la sua pesante politica fiscale - sapeva bene di non essersi mai fatta amare alla periferia dell'impero. In tali condizioni, abbandonare anatolici, armeni e georgiani al loro destino avrebbe potuto significare veder languire in breve tempo altrettante antiche culture cristiane. Scopo fondamentale della politica strategica di Alessio era il controllo di una parte almeno della penisola anatolica con perno sulle due basi marittime di Smirne e di Trebisonda e il mantenimento del controllo della strada militare del fiume Sangario - fino pi o meno a Dorileo, presso la moderna Eskishehir -: quand'egli mor, improvvisamente, a met agosto 1118, forse per un attacco cardiaco, tale scopo poteva dirsi raggiunto. Ma a carissimo prezzo. L'impero subiva pressioni e minacce anche da altre frontiere, come si era visto nell'autunno 1107 quando un esercito normanno guidato da Boemondo di Taranto - figlio di Roberto il Guiscardo - era sbarcato presso Valona ed era stato battuto soltanto sotto le mura di Durazzo. In quell'occasione Boemondo, preso prigioniero, aveva dovuto piegarsi a riconoscere feudo dell'imperatore la citt siriaca di Antiochia, che egli aveva conquistato durante la prima crociata. Ma nel 1111 Boemondo era morto e Tancredi, suo successore in Antiochia, si era rifiutato di ritener valida la sottomissione dello zio al sovrano di Bisanzio. Le pretese di Costantinopoli sui principati "franchi" (cio fondati dai crociati) di Siria e Palestina restavano certo ineccepibili sul piano del diritto, trattandosi di regioni appartenenti all'impero romano d'Oriente fino alla met circa del settimo secolo: ma restavano anche lettera morta.
Nubi foriere di tempesta gravavano anche sulla frontiera nord-occidentale dell'impero, verso la piana del Danubio. I peceneghi, una popolazione d'origine turkmena che la pressione cinese aveva costretto a spostarsi dal Kazakhstan dov'erano stanziati fino dal sesto secolo, si erano insediati nel corso del nono fra le steppe del fiume Dnepr e la Bessarabia. Ripetutamente battuti dai russi del principato di Kiev, si erano spostati attorno alla met dell'undicesimo secolo nei Balcani tormentando la Tracia bizantina con scorrerie continue che giungevano fin quasi sotto le mura della capitale. Contro di loro, gi Alessio aveva dovuto ricorrere all'aiuto di un'altra popolazione uralo-altaica, i cumani (cio i polovzi delle fonti russe) insediati fra Don e Basso Danubio. Il basileus Giovanni secondo, salito al trono dopo la morte di suo padre Alessio, riusc prima a controllarli con una serie di manovre diplomatiche: poi nel 1122 attacc la loro capitale-accampamento e li stermin. Ma subito dopo fu la volta dei serbi, ribelli al dominio imperiale, e poi degli ungari, che furono piegati solo fra 1128 e 1131 grazie a un attacco combinato terrestre e navale lungo il Danubio. Queste vittorie non fornivano a Giovanni secondo n pace n sicurezza: gli davano soltanto modo di tornare, con le spalle un po' pi sicure, all'eterno fronte anatolico.(1)
Intanto, pi a nord, una nuova Bisanzio nasceva nelle pianure dell'Europa orientale, lungo il corso dei fiumi Volchov e Dnepr solcati dai navigli che dalla Scandinavia recavano fino agli empori bizantini di Crimea l'ambra, la cera, il legname, le pellicce. Nel 988 Vladimir, "Gran principe" di Kiev, era stato battezzato dai chierici greci inviatigli dal basileus Basilio secondo, e da allora la nascente cultura russa aveva ricevuto quel marchio cristiano-orientale che le sarebbe rimasto indelebilmente impresso. Il potente principato si era per molto indebolito tra gli ultimi decenni dell'undicesimo e i primi del dodicesimo secolo a causa dei conflitti dinastici e dei reiterati attacchi dei popoli della steppa. Nel 1113, parve che Vladimir secondo riuscisse di nuovo a imporre rispetto, arroccato nelle sue due capitali di Kiev e di Novgorod: ma alla sua morte, nel 1125, il principato ricadde nelle lotte.(2)
Anche l'Islam, nel quale siamo abituati a scorgere l'antagonista principale di Bisanzio, stava passando alla fine dell'undicesimo secolo attraverso una fase di grandi mutamenti. Nel 1055 le trib turche del capo selgiuchide Toghrul Beg, islamizzate, erano giunte a Baghdad e da allora erano divenute il braccio armato dei califfi abbasidi, che seguivano l'Islam secondo la confessione sunnita, contro i califfi della dinastia fatimide d'Egitto seguace della confessione sciita. Ma nel 1092, dopo l'uccisione, da parte della Setta degli Assassini, del sultano Nizam al-Mulk, le prospettive di lotta mutarono perch i vari potentati turchi insediati fra Siria, Persia occidentale e Irak intrapresero ciascuno una politica propria: il che spiega non solo il successo della crociata nel 1099 e l'impianto dei principati crociati tra Siria e Palestina, bens anche la sopravvivenza di un califfato "eretico" al Cairo. Quest'ultimo fu tuttavia abolito soltanto nel 1179 dal Saladino - un curdo al servizio dell'atabeg turco di Damasco e Mosul - il quale ristabil in tal modo formalmente l'unit califfale sotto il "Principe dei Credenti" di Baghdad (ormai ridotto in realt a governare un piccolo regno irakeno); ma sostanzialmente regn egli stesso, come sultano, su un vasto principato comprendente Siria ed Egitto. Intanto, un'altra dinastia d'origine selgiuchide si affermava nel Kwarezm o Korassan, nell'attuale Iran orientale. E anche in India, alla fine del dodicesimo secolo, sarebbe cominciato il lungo periodo delle invasioni musulmane.
Ancora pi oltre, la regione montagnosa fra Herat e Kabul era governata dalla dinastia di Ghur, che regnava su un popolo famoso per la sua abilit nel forgiare le armi e allevare i cavalli. In Tibet, paese di re guerrieri e necromanti, si affermava con vigore la spiritualit buddhista, e fra 1040 e 1123 fioriva il poeta ed eremita Milarepa. Nel grande deserto del centro dell'Asia, il Gobi, e in tutta l'area compresa fra le montagne dell'Aitai, l'alto corso dei fiumi Onon e Kerulen e le montagne cinesi, vagavano le trib dei tatari, dei karaiti, dei naiman, degli oirati, dei merkiti: affini tutte a turchi e tungusi. Pi tardi, esse sarebbero state unificate da Temudjin, meglio conosciuto con il suo nome da regnante di Gengiz Khan, e sarebbero divenute, nel primo quarto del tredicesimo secolo, note col nome collettivo e poco preciso di "mongoli".
Altri nomadi, comunque, conoscevano periodi di grande fortuna. Cos i Jurgi pastori e cacciatori insediati nella Manciuria orientale, che ai primi del dodicesimo secolo furono protagonisti di un repentino quanto inspiegabile sviluppo, che li port a travolgere la dinastia sino-settentrionale dei Liao e a sostituirvisi. A partire dal secondo-terzo quarto di quel secolo, la dinastia Jurgi, che assunse il nome di Chin, govern l'area settentrionale dell'impero cinese, pur restando un'elite minoritaria: sembra che i conquistatori non arrivassero mai oltre il 15 per cento circa della popolazione totale. Del resto, la sinizzazione dei Jurgi fu rapidissima. Nell'area meridionale dell'impero, invece, restava insediata la vecchia dinastia Sung, che eleggeva il proprio centro a Nanchino e poi, dal 1138, ancora pi a sud, a Hang-Chon. Dopo una fase di scontri durata pi o meno fino alla met del secolo, fra impero Chin e impero Sung prevalse un equilibrio basato su una sia pur fragile e sospettosa coesistenza. I Chin avevano bisogno dei tessuti e del t del sud; e a loro volta i Sung importavano dal nord i bei cavalli dei nomadi e una quantit di prodotti medicinali fra cui il ginseng originario della Manciuria. Pi a sud, l'impero cambogiano Khmer si estendeva sull'Amman meridionale.
Mentre queste cose accadevano in Cina e nel Sud-est asiatico, a oriente del mare che bagna quelle coste, in Giappone, divampava la guerra per il potere fra le due grandi famiglie principesche dei Taira e dei Minamoto. La tensione sarebbe scoppiata in un memorabile conflitto fra 1180 e 1185: i raffinati e cavallereschi Taira dovettero cedere ai barbarici Minamoto, il capo dei quali, Yoritomo, ricevette dalla corte imperiale un'ampia delega di poteri riassunta nell'ufficio di So-skugo ("Capo dei governatori militari").
L'Africa non  poi lontana dall'Asia. E non lo era neppure nel Medioevo. L'Oceano Indiano, interessato dal flusso periodico dei Monsoni, veniva solcato nel Medioevo dalle navi dei mercanti che trasportavano le spezie dell'Estremo Oriente verso la penisola arabica e il "Corno d'Africa", da dove esse venivano instradate - lungo la "Via dell'Incenso" che risaliva la costa araba occidentale oppure lungo il corso del Nilo - verso il Mediterraneo. In Africa, forte era la presenza musulmana, dall'Egitto a tutto il Maghreb; ma anche quella cristiana, sia in Egitto e in Nubia dove la Chiesa copta (monofisita) si era mantenuta relativamente in forze anche dopo la conquista islamica del settimo secolo, sia in Etiopia dove, fra decimo e dodicesimo secolo, era stato fondato il regno cristiano di Aksum che nel 1123 invi suoi ambasciatori a Roma, presso il papa Callisto secondo. Fra i regni sudanesi, famosi nel mondo arabo-berbero per la ricchezza delle miniere d'oro, all'inizio dell'undicesimo secolo era stato fondato quello del Mali.
Intanto, al di l dell'Atlantico, dalla loro capitale di Tuia (che sarebbe poi divenuta l'azteca Teotihuacan), i toltechi esercitavano la loro egemonia su tutta l'area mesoamericana, mentre nello Yucatn andava giungendo al suo massimo sviluppo la cultura maya con il suo sistema di citt federate.
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Questo era il mondo, nella realt "obiettiva", ai primi del dodicesimo secolo. Era sferico, e girava attorno al sole: esattamente come faceva da millenni e come avrebbe continuato a fare dopo Galileo e dopo Newton.
La gente, per, non lo sapeva. In particolare, la gente della povera e barbara Europa occidentale, quest'appendice depressa del grande continente asiatico, il mondo se l'immaginava in tutt'altro modo. E, si sa, quando un errore viene creduto e condiviso da tutti, finisce col diventare una verit: almeno finch resta condiviso.
Insomma, qualunque fosse la realt "obiettiva", il mondo, per gli europei dei primi del dodicesimo secolo, era fatto in un'altra maniera.
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Non  che, fra undicesimo e dodicesimosecolo, non si viaggiasse. I popoli che si affacciano sul bacino mediterraneo, i fratelli di Ulisse, si sono "sempre" portati dentro la tentazione di scoprire che cosa ci sia oltre l'orizzonte. Seneca racconta di due ufficiali imperiali inviati da Nerone alla scoperta delle sorgenti del Nilo, i quali - stando ai particolari della sua narrazione - dovrebbero essere arrivati almeno nella zona dove gli affluenti Bahr el-Ghazal e Sobt si gettano nel grande fiume, cio nel Sudan meridionale pi o meno alla stessa latitudine di Addis Abeba. Nell'Alto Medioevo, marinai e mercanti arabi giunsero fino al Baltico e in Cina. Fra quarto e undicesimo secolo, il flusso di pellegrini occidentali verso Gerusalemme non era mai venuto meno. Infine, appunto nell'undicesimo secolo, il risveglio demografico e l'almeno relativa sicurezza delle vie terrestri e marittime recuperata dopo le incursioni ungare, normanne e islamiche dei due secoli precedenti avevano consentito uno straordinario incremento ai pellegrinaggi - anche verso Santiago di Compostela in Galizia -, ai viaggi dei mercanti, alle spedizioni navali degli amalfitani, dei genovesi, dei pisani, dei veneziani, dei baresi. Le crociate e l'impiantarsi di cavalieri, monaci, mercanti ma anche semplici coloni in tutta un'area vicino-orientale che da Edessa in Armenia (oggi Urfa in Turchia) si stendeva fino ad Aqaba sul Mar Rosso e dalla costa del Mar di Levante fino alla Transgiordania, avevano senza dubbio ampliato di molto gli orizzonti geografici degli occidentali, se non altro familiarizzandoli con quei luoghi dei quali essi, dalle Sacre Scritture, conoscevano i nomi. Pellegrini e crociati, mercanti e marinai, restavano per una minoranza fra le genti europee. Nella maggior parte dei casi, non ci si moveva dalla vallata nella quale si era nati; la strada, quando non era un sentiero appena tracciato fra i campi e i boschi, era uno stretto nastro sassoso e polveroso punteggiato di ospizi e costellato di pericoli. Foreste e brughiere ospitavano fiere come orsi, lupi, cinghiali; e le leggende narravano di ben pi ardui rischi per chi si avventurasse in quelli che i monaci del tempo - legati per i loro voti alla stabiltas loci nei rispettivi monasteri - chiamavano i "deserti". Nelle lande desolate e acquitrinose, su per i pendii dei monti, fra le querce o gli abeti dei boschi, si aggiravano oscure presenze: demoni orrendi, spiriti inquieti che talora - specie nottetempo - comparivano ai viandanti, strane creature mostruose come "l'uomo selvaggio" coperto di peli o di fronde.(3) Bonifiche e disboscamenti facevano beninteso arretrare queste creature inquietanti, scacciavano draghi e melusine dalle acque ferme, stanavano spiriti e mostri dai vecchi tronchi:(4) ma, dove si fermavano le colture, si fermava anche il regno della civilt e della ragione. Boschi e paludi erano porte sull'Aldil, province dell'impero della paura.(5) Solo dei "marginali", dei vagabondi inquieti, vi si avventuravano: briganti - non a caso essi stessi parte del panorama della paura -, anacoreti, fabbri e boscaioli che vivevano presso le carboniere e che potevano anch'essi - amici, dato il loro mestiere, del rosso fuoco e del nero carbone - essere scambiati per demoni. La Chiesa diffidava della gente che si moveva troppo: qui multum peregrinantur, raro sanctificantur, avrebbe sentenziato un mistico del Trecento riprendendo umori e proverbi pi antichi di lui.
Leggende di santi, affreschi, predelle d'altare invitano a non fidarsi dei viaggiatori: sotto la veste del pellegrino, del chierico vagante, del cavaliere errante, pu nascondersi lui, il Cacciatore delle Anime. Ma a partire almeno dal dodicesimo secolo, le crociate diffonderanno in Europa altri due tipi di vagabondi pericolosi: il predicatore itinerante (che sovente fa tutt'uno col "missionario" eretico) e il lebbroso. Ci vorr Francesco d'Assisi per incontrare, sfidare e integrare queste nuove presenze: anch'egli scegliendo non pi la pace del chiostro costruito a immagine del Paradiso e dove ci si ripara come in una fortezza, bens i pericoli, la polvere ma anche il fascino misterioso della strada.
D'altro canto, la rinascita dell'undicesimo secolo aveva s familiarizzato gli europei con le strade, gli itinerari mediterranei, le coste vicino-orientali e gli empori come Costantinopoli o Alessandria: ma non aveva agito se non a un livello si pu dire topografico, senza in nulla scalfire la visione cosmografica d'insieme.
Pochi, in quei tempi lontani, "sapevano" com' fatta la terra; pochi si ponevano tale problema. Il racconto del Genesi, accanto magari a qualche ricordo di lontane cosmogone pagane, riempiva un vuoto che a un superiore livello culturale - il livello delle biblioteche e degli scriptoria monastici - veniva colmato dagli antichi trattati.
Nel mondo altomedievale esisteva senza dubbio il mistero: non per propriamente quello che noi chiamiamo l'Ignoto. A partire dalla Rivelazione, tutto era stato reso noto, tutto squadernato dinanzi all'uomo: si trattava, semmai, di esercitarsi a meditare e a comprendere. Era questione di esegesi, di commento: non di critica o di scoperta. Gli uomini corrono a visitare i deserti e le cime dei monti: ma di te, o Altissimo, non si curano. Ci aveva lamentato sant'Agostino. E conforme a questo rimprovero, la mistica medievale insisteva sullo stesso tasto: bisogna conoscere Dio e se stessi, ignorare e fuggire il mondo anche se poi, in realt, quel l'ignorarlo e quel fuggirlo si risolveva piuttosto in un aggredirlo e pi saldamente dominarlo. Che cos' quindi questa curiositas di vedere nuove terre e di solcare mari sconosciuti, quando il vero viaggio  quello della vita, quando  dentro di noi che ci portiamo i deserti pi infocati e le montagne pi inaccessibili, gli abissi pi terribili e le foreste pi silenziose?
Pure, il cosmo era ben noto. Le Scritture e gli audores (gli antichi autori o - piuttosto - quel che noi definiamo "le autorit") l'avevano descritto puntualmente: ed era poi secondario, o apparteneva al dominio dell'esegesi, l'accordare fra loro descrizioni che non concordavano affatto.
Nel sesto secolo, il viaggiatore egiziano Cosma Indicopleuste, non soddisfatto delle proprie esperienze, si addentrava nella problematica della forma del cosmo: lo immaginava a somiglianza del tabernacolo di Mos, cio come una specie di scrigno allungato, all'interno del quale stavano la terra - quadrata -, il sole, la luna e gli altri astri.(6)
I cosmografi medievali non immaginavano la terra dal punto di vista volumetrico, per quanto fin dall'antichit quello del suo aspetto sferico fosse un problema ben conosciuto. Essi ne redigevano delle rappresentazioni grafiche, delle mappae mundi, e quindi si affannavano attorno alla sua configurazione in piano. Il cerchio e il quadrato erano le due forme pi consuete della porzione di terra emersa e abitata, dell'ecumne; quanto alla seconda figura, non dice forse il Vangelo di Matteo che alla fine dei tempi l'Onnipotente "mander fuori i suoi angeli con la tromba e a voce alta e chiamer a raccolta dai quattro angoli della terra"? D'altronde, cerchio e quadrato erano le due forme-base della simbologia medievale: le figure della perfezione divina e umana, le piante del Paradiso Terrestre e della Gerusalemme Celeste. Il cerchio  figura del trascendente, dell'eterno, del non creato; il quadrato del creato, della pietra angolare, della solida fondazione.
Topografia e geografia analitica non erano discipline delle quali mancasse l'informazione. La Bibbia dava molte indicazioni topografiche e toponomastiche sul Vicino Oriente, e talune molto precise. Le opere degli antichi, dal canto loro, erano spesso esaurienti: inutile ricordare le carte stradali romane. Nel settimo secolo, in quella Hispania Betica ch'era appartenuta fino al 621 ai bizantini, Isidoro vescovo di Siviglia aveva lavorato alla stesura di un'enciclopedia, gli Etymologiarum libri, che si giovava largamente del clima cosmopolitico e delle ricche dotazioni librarie sivigliane. Aristotele, Plinio il Vecchio, Pomponio Mela, Strabone, Solino, Agostino e gli altri dotti antichi e recenti, pagani e cristiani, si affiancavano alla Bibbia per fornire, attraverso la grande sintesi isidoriana, le basi dalle quali sarebbe partita la cultura medievale sino alla rivoluzione della logica e della scolastica tra dodicesimo e tredicesimo secolo. E sant'Isidoro dedicava un intero libro della sua enciclopedia, il quattordicesimo, alla descrizione della terra.
Molte, quindi, le informazioni. Ma si trattava di nomi di citt e di popoli, di caratteristiche desunte dalla letteratura biblica e grecolatina, di notizie storiche o naturalistiche. Il punto in cui le cognizioni geografiche altomedievali inciampavano era pur sempre, e ancora nonostante tutto, la forma generale del mondo.
L'ecumne doveva, anzitutto, esser compatta: i figli d'Adamo appartenevano tutti a una sola stirpe, e non potevano quindi esservi continenti lontani, separati da quelli che si conoscevano. Vero  che la geografia grecolatina aveva ipotizzato l'esistenza di altre stirpi umane al di l dell'anello oceanico che si riteneva fasciasse le terre conosciute, addirittura oltre la fascia equatoriale inabitabile per il troppo caldo. Alcune carte segnavano una sottile linea di terra, oltre l'Oceano: gli Antipodi, il leggendario paese dove si vive "alla rovescia". La geografia congetturale confinava con l'Aldil: il "mondo alla rovescia", in molte tradizioni folkloriche,  quello dei morti.
Ma se la terra era una specie di focaccia rotonda circondata da un anello d'acqua costituito dall'Oceano - questa la visione meglio accreditata secondo la lettera della Bibbia -, restava il problema della sua scansione in continenti. Le carte medievali ponevano in alto l'est (erano, appunto, "orientate") e assegnavano all'Asia la met dell'ecumne; sotto di essa, collocavano l'Europa a sinistra dello spettatore (quindi orientata a nord) e l'Africa a destra (orientata a sud). A separare i tre continenti, v'era una sorta di bacino liquido a forma di T il cui braccio pi lungo, orizzontale, rappresentava idealmente la linea tesa fra Don, Mar Nero (confini fra Europa e Asia) e Nilo o Mar Rosso (confini fra Africa e Asia), mentre il pi breve braccio verticale rappresentava il Mediterraneo. In questo modo, l'ecumne si presentava come divisa in tre parti e inserita in un bacino acquatico a forma di una T inscritta in un cerchio. Erano, queste, le carte "a Tau": non avrebbero mai potuto servire per un viaggio o una navigazione, n avevano alcuna pretesa di spiegare com'era davvero fatto il mondo. Ne erano soltanto un'astrazione simbolica. Il Tau per i cristiani era la forma tradizionale della croce: ma al tempo stesso era considerato il simbolo tracciato dagli ebrei la notte del passaggio dell'Angelo, prima dell'esodo, affinch il messaggero di Dio non nuocesse ai loro primogeniti; era il segno marcato sulla fronte degli eletti secondo Ezechiele; era il sigillo di Dio, che nell'Apocalisse sta nelle mani dell'Angelo. Simbolo apotropaico, era considerato la difesa per eccellenza contro il peccato e la tentazione. Gli angeli, nell'iconografia, portano sovente uno scettro a forma di Tau e dall'asta appuntita, arma e segno di comando al tempo stesso, come si vede ad esempio nelle miniature castigliane dell'Apocalisse del monastero di Silos, terminata proprio nel primo decennio dell'undicesimo secolo. E la medesima forma ha il pastorale degli abati e dei vescovi nelle Chiese orientali. Francesco d'Assisi, tracciando il grande Tau rosso sulla pergamena della sua "benedizione", non faceva altro che riallacciarsi a questa tradizione profonda.
Cos orientate, le carte medievali recavano in alto, alla loro sommit, l'immagine del Paradiso Terrestre: il giardino mirabile cinto da mura invalicabili, siepi di fuoco o cortine di diamanti, al centro del quale sorgono l'Albero Secco della conoscenza e la sorgente dei quattro fiumi del mondo, il Gihon (Nilo?), il Fison (l'Indo), il Tigri e l'Eufrate. In basso erano poste le Colonne d'Ercole, cio lo stretto di Gibilterra. Oltre questi limiti invalicabili v'era l'Oceano che non era dato agli uomini di navigare: eppure pian piano i cartografi medievali lo riempirono di isole, magari desunte da quella medesima tradizione celtica che ci ha tramandato i viaggi di san Brandano.(7)
Ma come popolava, il geografo medievale, gli spazi vuoti all'interno dei continenti? Essi erano, per lui, altrettante pagine da riempire di figure e di cartigli; la carta geografica diveniva occasione per un trattato di geografia ispirato certo in genere alle Scritture, ma che teneva conto dei dati tramandati da Plinio, da Solino, da Isidoro di Siviglia, da Rabano Mauro, dall'Imago mundi attribuita a Onorio di Autun, dalla tradizione enciclopedica. Al centro dell'ecumne quindi, l dove i due bracci della T s'incontrano, sta Gerusalemme, la Citt Santa, lo sgabello sul quale l'Onnipotente poggia i piedi. Ma l'Asia sconosciuta s'infittisce intanto di genti misteriose: ecco, a nord, gli iperborei e gli arimaspi, che lottano con i grifoni per il possesso di miniere di smeraldi; ecco il popolo infinito di mostri - le manticore dal volto umano, i panoti dalle grandi orecchie, gli sciopodi da un solo smisurato piede, i blemmii acefali e dagli organi della testa siti sul torace(8) - non gi fuori della natura bens testimonianza mirabile, all'interno di essa, della potenza divina.
I mostri erano beninteso sentiti come realt geografica, non diversamente dal Paradiso Terrestre o dall'Arca di No posta sull'Ararat. A partire dal dodicesimo secolo, il popolo misterioso di queste ancora inesplorate lontananze si infolt di nuovi arrivati; accanto ai Seres (i cinesi) gi conosciuti da Plinio, trovarono posto i gimnosofisti - i filosofi indiani nudi incontrati da Alessandro Magno - e tutte le altre meravigliose o mostruose creature nelle quali il grande Macedone si era imbattuto durante la conquista dell'Asia, ora divenuta - sulla base del celebre testo detto Epistola Alexandr e del romanzo dello Pseudocallistene, tradotto in latino nel decimo secolo(9) - il soggetto di un celebre ciclo di romanzi; e v'erano poi i popoli di Gog e Magog, da Alessandro chiusi entro un'alta muraglia oltre il Caucaso, e che avrebbero dilagato per il mondo alla fine dei tempi; e v'era infine il fantastico regno cristiano del Prete Gianni, sito in Estremo Oriente, non lungi dal Paradiso Terrestre.
Lo schema tripartito, i tre continenti geometricamente raffigurati come tre spicchi di diverse dimensioni quali apparivano nelle "carte a Tau", non erano ormai pi sufficienti. Si delineavano cos pian piano, riprendendo del resto una tradizione romana, le penisole iberica, italica ed ellenica; si allargavano all'interno dello stretto bacino liquido la palude Meotide (il Mar d'Azov), il Mar Nero, il Mar Rosso, le "due" Indie - la maior la minor, cio rispettivamente l'India propriamente detta e l'Etiopia - raffigurate l'una vicina all'altra in omaggio alla sensazione che la facilit dei traffici sull'Oceano Indiano, favorita dal clima monsonico, dipendesse da modeste distanze. A nord, il Mar Caspio veniva raffigurato come una grande insenatura dell'Oceano: non si aveva ancora la cognizione che si trattasse di un bacino chiuso. Il Baltico era poco meno ignoto, e nell'undicesimo secolo Adamo di Brema parlava ancora di Estonia e Curlandia - alle quali, dalla Germania, si accedeva esclusivamente per via marittima - come di due isole.
Esigenze simbologiche, informazioni realistiche e persistenza di schemi interpretativi solo difficilmente adattabili alle une e alle altre, coesistevano. Nel duecentesco mappamondo di Ebstorf, le terre emerse sono rappresentate come distese sulla figura del Cristo: la testa del Figlio di Dio  dipinta a est, accanto al Paradiso Terrestre; le due mani segnano il nord e il sud; i piedi l'ovest. Questa visione, al di l del suo valore propriamente mistico, sembra collegarsi all'immagine del mondo come un corpo umano come ci  pervenuta attraverso il Corpus hermeticum o lo Pseudoippocrate, il quale forniva precisi corrispettivi di fisiologia umana alle varie parti del Mediterraneo. Questa concezione antropomorfica dello spazio ha il suo corrispondente immediato in un'analoga concezione del tempo. Agostino aveva elaborato uno schema interpretativo della storia dividendola in sei "et", tante quanti i giorni della Creazione. Esse equivalevano per anche alle sei et attraverso le quali l'uomo transita dall'infanzia alla vecchiaia. Cos, il tempo sospeso tra la prima e la seconda Venuta del Cristo era quello della vecchiaia del mondo: l'uomo del Medioevo aveva coscienza di vivere in un mundus senescens. Un ulteriore schema interpretativo della storia in senso e di tipo antropomorfico era desunto da una celebre pagina biblica, quella del "sogno di Nabucodnosor". La statua dalla testa d'oro, il petto e le braccia d'argento, il ventre e le cosce di rame, le gambe di ferro e i piedi d'argilla rinvia al tema dei quattro regni del mondo - il babilonese, il medo-persiano, il macedone, il romano -, che nella meditazione storiografica cristiano-medievale affianc quello delle sei et.
Le sete della Cina, gli splendori lontani dell'India, le navi che solcavano l'Oceano Indiano, le spezie e le gemme preziose provenienti dal lontano sud, l'oro del biblico paese di Ofir. L'Occidente medievale conosceva tutto questo: ma ne aveva un'immagine lontana, confusa, come attraverso uno specchio d'acqua turbato. Le merci orientali arrivavano al Mediterraneo e risalivano l'Europa fino al Reno, al Mare del Nord, all'Inghilterra: ma le idee e le informazioni, che pure sono solite viaggiare con le merci, procedevano pi piano, perdendo in chiarezza di caravanserraglio in caravanserraglio e di molo in molo; e caricandosi, in cambio, di leggende. Le meraviglie d'Oriente, riferite nel quinto quarto secolo prima del Cristo da Ctesia di Cnido e fra quarto e terzo da Megastene, erano alla base dei favolosi racconti relativi all'India che da Marziano Capella in poi circolavano per gli scriptoria monastici: ma quei racconti si trasformavano in sogni e in incubi, senza affiorare ancora al livello della consapevolezza e della decodificazione storica e geografica. La storia di Siddharta Gauthama Sakyamuni - il Risvegliato, il Buddha - arriv come le merci, e con le merci, dall'India al Tibet, al Turkestan e di l alla Persia dove ebbe una versione araba; e poi, attraverso il Caucaso e il deserto siriaco, giunse a Costantinopoli e al Mediterraneo. Tradotta in greco, la "fiaba" divenne un testo agiografico, la Vita di Barlaam e Joasaf o Josafat: e sotto questa veste l'Occidente, dalla Provenza catara alla Francia, alla Germania, alla Norvegia e all'Italia, vener sotto le spoglie di un "falso" santo colui che aveva vinto il dolore e la paura della morte.(10)
Questo era il mondo del dodicesimo secolo, prima che gli occidentali cominciassero ad affacciarsi ai bordi del deserto dell'Asia centrale ed a salpare al di l delle Colonne d'Ercole.
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2. "A L'ENTRADA DEL TENS CLAR..."
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"A l'entrada del tens clar." Con la ballata che comincia con questo verso famoso, un anonimo trovatore provenzale celebrava il ritorno della primavera, le danze d'amore e il corteggiamento della Regina d'Aprile da parte dei giovani robusti e piacenti.(11) L'antico tema folklorico del ritorno della stagione dei fiori e degli amori s'imponeva con giovanile baldanza nella poesia occitanica all'alba del nuovo millennio. Non a caso l'alba, che fa paura agli amanti ai quali il canto dell'allodola ingiunge di separarsi,  tuttavia il momento pi arcano del giorno, l'istante in cui la natura rinasce e si risveglia.
Il senso aurorale e vigorosamente giovanile della vita e della gioia di vivere che promana dai versi dei trovatori ha il suo riscontro immediato in quel repentino rigoglio che percorre l'Occidente a partire dall'undicesimo secolo (e forse gi dalla fine del decimo) e che si trasforma in un moto ascensionale dei suoi livelli demografico, economico, politico e culturale culminante tra la fine del dodicesimo e i primi del terdicesimo secolo, e che solo alla met del Duecento comincer a dar segni di stanchezza.
Quella delle "paure dell'Anno Mille"  forse un po' meno leggenda di quanto non si voglia oggi ritenere. Presagi della prossima fine del mondo e del susseguente Giudizio - quei presagi che perseguitavano la cultura cristiana fin dalle origini, e che d'altra parte qualificavano il senso cristiano della storia - avevano veramente attraversato un'Europa impaurita e sconvolta alla fine del decimo secolo, e poi ancora verso il 1033, cio allo scadere del millennio dalla morte e resurrezione del Cristo secondo il computo tradizionale.(12)
, beninteso, una fantasia romantica quella secondo la quale le genti dell'Anno Mille si sarebbero riunite, l'ultima notte del primo millennio, attorno alle chiese e ai monasteri attendendo il suono terribile della tromba angelica; e poi, all'alba seguente, sarebbero sciamate felici dello scampato pericolo verso il loro lavoro e la loro vita ritrovata. Oltretutto, non si capisce quale avrebbe potuto essere questa "ultima notte" del millennio. In Castiglia e in Aragona,  vero, l'anno cominciava il primo gennaio, alla vecchia maniera romana; ma in Francia si apriva piuttosto a Pasqua, salvo certe zone in cui aveva inizio a Natale o il 25 marzo, giorno dell'Incarnazione. In Inghilterra si usava farlo cominciare dal Natale, ma anche l'Incarnazione  attestata. In Germania ci si riferiva abitualmente al Natale, mentre in Borgogna vigeva l'uso del Capodanno alla Circoncisione (cio al primo di gennaio) e in Italia si oscillava fra il Natale e l'Incarnazione.
Tuttavia, la realt obiettiva spinge a credere che, nella sostanza, qualcosa del genere di quanto  descritto nella leggenda sia potuto davvero accadere. L'Europa del decimo secolo era un continente paralizzato dalla paura. Anche nella seconda parte del secolo, quando i cavalli ungari, i vascelli arabo-berberi e i drakkar vikinghi avevano cessato di tormentarne le campagne e le coste, erano rimasti - ed erano forse non meno terribili - i feudatari e le masnade di guerrieri-predoni a infestare le poche strade e i rari ponti, a spogliare i viandanti, a incendiare i villaggi, a dissanguarsi tra loro e soprattutto a dissanguare l'intera societ con lotte e soperchierie alle quali non sfuggivano nemmeno le chiese e i monasteri. Dalle carte e dalle testimonianze iconografiche del tempo ci viene incontro l'immagine di un mondo depresso, atterrito, attento ai segni di sventura che si annunziano in cielo e in terra, in ansiosa attesa dell'Eterno Giudice.(13)
Ma gi le immagini di paura che ci arrivano da un cronista agli inizi dell'undicesimo secolo, il borgognone Rodolfo il Glabro, contengono una ben diversa valenza. Sempre di crisi, forse, si tratta; ma  crisi di crescita. Gli stessi pellegrinaggi di massa che partono febbrilmente da questa o da quella parte d'Europa in seguito alla predicazione di un qualche agitatore religioso itinerante, sono spia di passioni collettive quali possono circolare solo in un mondo fittamente popolato, in cui esiste una concreta mobilit di persone e di idee. L'undicesimo secolo  un'et di evidente miglioramento climatico, al quale tenne dietro una proporzionale crescita demografica con i relativi movimenti di espansione agricola, di progressiva messa a coltura di suoli strappati alle foreste e alle brughiere e di miglioramento delle tecnologie e dei livelli di vita.
Con i disboscamenti e le bonifiche si avevano anche fondazioni di nuovi villaggi e addirittura di nuove citt, cos come ripopolamento o crescita dei nuclei urbani gi prima esistenti. Nel contempo l'Europa romano-germanica si dilatava verso l'Est europeo, mentre le prime organizzazioni societarie delle genti slave si affacciavano alla ribalta della storia scegliendo fra l'Occidente e la Chiesa latina e Bisanzio e la Chiesa greca.
Ma l'undicesimo secolo vide anche uno straordinario sviluppo dei commerci, una generale ristrutturazione delle reti viarie, soprattutto un fitto incremento della costruzione di nuovi monasteri che servivano da ospizio per i pellegrini e da stazione intermedia di collegamento fra i grandi santuari della Cristianit occidentale (Santiago de Compostela, Roma, San Michele del Gargano), ma anche da centro per mercati periodici, coincidenti di solito con qualche grande festa religiosa locale (le "fiere", appunto, cio feriae). Il mondo si va coprendo di un candido mantello di chiese, dice Rodolfo il Glabro con un'espressione destinata a divenir celebre.(14) Il candore di queste nuove chiese era quello delle pietre recate, magari a braccia, da pellegrini-penitenti ai cantieri delle nuove abbaziali - ma anche delle prime cattedrali - dove esse venivano squadrate, lavorate e impiegate come materiale edile da gruppi di esperti maestri.
 questa l'et dell'architettura romanica con il suo caratteristico linguaggio, univoco nelle sue molteplici varianti. Le chiese romaniche extraurbane sono spesso delle abbaziali; ma sovente sono invece delle pievi, espressione della cresciuta densit di abitanti nelle aree rurali e alle quali i vescovi - che continuavano a risiedere nei centri urbani - non possono ormai se non delegare alcune delle antiche prerogative e delle tradizionali funzioni della cattedrale. Il nuovo secolo e l'architettura romanica nascono nel segno del rinnovamento ecclesiale, un rinnovamento che reca l'impronta benedettina e il nome di un grande monastero borgognone: Cluny.
Fondata verso il 910, l'abbazia di Cluny rimase fra decimo e dodicesimo secolo - sotto la guida di eccezionali abati, da Oddone a Pietro il Venerabile - la protagonista e si pu dire la forza motrice del risveglio culturale, religioso e anche politico d'Europa. Fin dalla fondazione era stata direttamente sottoposta al pontefice, il che la rendeva sicura - almeno in linea di principio - da qualunque possibile usurpazione episcopale o di altro genere. La fama della rigorosa ma equilibrata fedelt dell'abbazia alla regola benedettina, il fasto con il quale vi si celebrava il servizio liturgico, il rispetto da cui era circondata, fecero s che l'uno dopo l'altro una serie di monasteri accettassero di "riformarsi" secondo le sue consuetudini e di affiliarsi a essa. A met dell'undicesimo secolo la congregazione cluniacense contava ormai una settantina di abbazie, fra vecchi istituti riformati e nuove fondazioni. Esse riconoscevano tutte l'autorit dell'abate cluniacense, che nominava il priore di ciascuna di loro. Cos organizzata, la congregazione si espandeva in tutta Europa, fino a Santiago de Compostela, a Farfa, all'Inghilterra meridionale; e, attraverso il centro abbaziale di Hirsau, alla Germania centrale e meridionale.
Cluny fu davvero il grande motore dell'undicesimo secolo: guid la riforma della Chiesa; incoraggi il movimento della Pax Dei che, in Francia, infranse la riottosit dei feudatari impegnati nelle loro guerre private e rese quindi le strade sicure e aperte ai commerci, favor l'espandersi e l'affermarsi del movimento di pellegrinaggio verso Santiago de Compostela, corrispettivo e complementare alla Reconquista cristiana di Spagna; cre uno stile nell'architettura, nella scultura, nella pittura murale, nella liturgia.
Quest'eccezionale dinamismo si comunic all'intera Chiesa romana nel momento stesso in cui essa usciva, almeno nelle sue gerarchie di vertice, dalla sudditanza rispetto a quei poteri laici che fin dal secolo precedente - ma in realt si pu dire fin dall'et carolingia - l'avevano feudalizzata. Da Gregorio settimo in poi, per un buon mezzo secolo, furono dei monaci ad ascendere al soglio romano; e monaci moltissimi fra cardinali, vescovi, legati pontifici.
Come la Reconquista in Spagna anche la crociata fu, almeno in una certa misura, il risultato della propaganda cluniacense; ma rappresent, d'altro canto, anche l'esito di un dinamismo che non appoggiava le sue origini e le sue ragioni esclusivamente all'azione di Cluny. La riforma ecclesiastica aveva suscitato nuove forze, che a loro volta si erano espresse anche in nuovi Ordini monastici, dai certosini ai cistercensi e dai camaldolesi ai vallombrosani. All'interno di alcuni di questi Ordini era quasi sembrato che la spiritualit occidentale puntasse al recupero dell'eremitismo d'Oriente, quello che vedeva nella lavra il tipico insediamento nel quale - attraverso il sistema delle celle individuali racchiuse in un solo recinto monastico - eremitismo e cenobitismo convivevano e si equilibravano. D'altro canto per, specie nelle citt dell'Italia centrosettentrionale, i membri di questi Ordini dalla vocazione cos accentuata in senso spirituale non esitavano a farsi duri e rigorosi araldi della riforma, a predicare focosi contro il vecchio clero compromesso con le aristocrazie locali e le istituzioni regie, ad appoggiare i movimenti religioso-popolari come la patara che non indietreggiavano neppure dinanzi alla lotta armata e alla sollevazione violenta.
Questo nuovo fermento urbano va visto in stretto rapporto con la rinascita degli scambi, con il fiorire di un'economia che tornava a essere monetaria e urbanocentrica, con l'emergere e l'imporsi di nuove lites dirigenti cittadine e l'elaborazione quindi di nuove istituzioni di governo adatte a permetter loro di esprimersi. Le citt marinare italiane - ma pi tardi anche quelle provenzali e catalane - seppero partecipare al movimento crociato accanto ai milites, ai cavalieri e alle folle dei pauperes Christi, cio i semplici pellegrini. L'Occidente, che fra settimo e ottavo secolo la talassocrazia islamico-bizantina aveva allontanato dal Mediterraneo per segregarlo in un mbito continentale e costringerlo a una stentata vita basata sull'economia di sussistenza e sulla forzosa autarchia, tornava ora vigorosamente a guardare ai traffici marittimi e addirittura passava, sia pure episodicamente e contingenzialmente, all'offensiva.
Beninteso, sul piano della bilancia commerciale la prevalenza restava largamente all'Est rispetto all'Ovest e all'Asia rispetto all'Europa; le monete protagoniste degli scambi restavano l'aureus di Costantinopoli, quel bisante che  stato definito il "dollaro del Medioevo", e le similari specie monetarie coniate dagli arabi. Gli occidentali pagavano in metallo prezioso i loro acquisti sui mercati orientali. L'Europa tuttavia, se importava soprattutto le spezie, esportava dal canto suo verso l'Oriente merci meno costose e pi ingombranti ma di fondamentale importanza nella vita mediterranea: cera, legname da costruzioni nautiche, cordami, metalli, prodotti alimentari. Ai primi del dodicesimo secolo, si pu ormai dire che buona parte del commercio mediterraneo - fino a Costantinopoli e alla Siria - fosse nelle mani dei mercanti e degli armatori veneziani, pisani e genovesi, ai quali si sarebbero presto aggiunti marsigliesi e catalani.
La conquista militare, vissuta magari come avventura guerresca, era una componente essenziale di questa espansione della quale abbiamo finora considerato gli aspetti ecclesiali e mercantili. Una delle forze motrici del secolo  senza dubbio alcuno la "diaspora" normanna. Gli inquieti e avventurosi marinai normanni, attestatisi ai primi del decimo secolo in quella terra che aveva da loro preso il nome di "Normandia" e l diventati cavalieri e contadini, non avevano perduto per questo l'antica vocazione al viaggio e alla conquista. Quando la pressione demografica si fece troppo sentire e la nuova economia monetaria li costrinse ad avvertire quella fame di contante che non poteva placarsi n con le loro modeste rendite agrarie n con i proventi delle guerre private e delle occasionali razze, eccoli di nuovo, questi straordinari guerrieri dalle pesanti armature issati sui grandi cavalli da guerra, sciamare verso lontani opulenti orizzonti. Li troviamo ovunque ci sia bisogno di mercenari, odore di preda, notizia di terre in cerca di un signore. Li vediamo mercenari a Costantinopoli; c'imbattiamo in piccoli gruppi di loro intenti, nonostante l'evidente esiguit dal punto di vista numerico, a strappare l'Italia meridionale ai bizantini, la Sicilia ai musulmani e, con Roberto il Guiscardo, a tentare addirittura un audace attacco all'impero bizantino dei Comneni; intanto, nel 1066, il loro stesso duca - vassallo del re di Francia ma di gran lunga pi potente del suo signore - era divenuto re d'Inghilterra, e noi ancora lo ricordiamo col nome di Guglielmo il Conquistatore; e infine un figlio del Guiscardo, Boemondo di Taranto, avrebbe partecipato alla prima crociata e sarebbe divenuto principe di una delle pi ricche e favolose citt del Vicino Oriente, Antiochia.
Eco di questa straordinaria vitalit, di quest'audacia prorompente, di questa sanguigna sete di conquista, ci resta fra l'altro la testimonianza della cosiddetta "tappezzeria della regina Matilde", il celebre "arazzo di Bayeux".  la celebrazione, trionfante di vividi colori barbarici, di una grande conquista e di una grande rapina. Quando fu tessuto, alle corti del re d'Inghilterra e del re di Gerusalemme si parlava latino e francese; e le stesse chiese in bello stile romanico, gli stessi forti castelli dalle torri quadrate, si costruivano dalla Galizia fin oltre le sponde del Giordano, l dove le carovaniere da Damasco alla Mecca costeggiavano il deserto. Allora, nel dodicesimo secolo ormai inoltrato, manoscritti ebraici, arabi, greci cominciavano a ingombrare gli armadi delle biblioteche monastiche; a Chartres si iniziava a meditare sui testi di antichi filosofi fino ad allora dimenticati in Occidente; a Toledo un'equipe di dotti incoraggiati dall'abate di Cluny intraprendeva la traduzione latina del Corano; mentre sui moli di Costantinopoli e nei bazar di Alessandria si sentiva sempre pi spesso parlare veneziano e pisano. I cavalieri del deserto combattevano per la gloria di Allah i "franchi", i crociati; ma capitava loro sempre pi spesso di utilizzare "spade franche" forgiate in fucine italosettentrionali o - dalla fine del dodicesimo secolo - renane. Pontefici e concili vietavano, beninteso, l'esportazione di legname, metalli, armi e in genere materiale bellico dai paesi cristiani a quelli musulmani: ma gli alti profitti dei commerci di questo tipo tacitavano le coscienze. Intanto, nei castelli di Champagne, di Provenza, di Borgogna, di Baviera e di Lombardia, ci si abbigliava con sete di Damasco e con turchesi di Persia; si beveva in calici di vetro spagnoli o libanesi vino condito con spezie provenienti dall'India attraverso l'Egitto o la Siria; si pregava dinanzi a icone e reliquie giunte da Costantinopoli. Il basileus bizantino teneva presso di s una guardia di mercenari russi o svedesi (i "variaghi"), ma anche di sassoni insulari, e il re normanno di Sicilia - che i mosaici raffigurano parato come un imperatore constatinopolitano - aveva al suo servizo medici ebrei e geografi arabi. Ad Alessandria, a Cordoba, a Palermo capitava di potersi intendere in arabo, in ebraico, in greco, in latino; a Gerusalemme i Templari che custodivano il Templum Domini - la Moschea della Roccia trasformata in chiesa cristiana - consentivano ai musulmani di entrarvi e recitarvi le loro preghiere rivolti alla Mecca. Era un tempo che aveva, certo, le sue notti; e non poche, come rifletteva quel Bernardo di Clairvaux ch'era forse un modello di santit, non per certo di ottimismo. Ma era anche una fulgida alba mediterranea; una fresca, fiorente primavera.
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Vediamo adesso in dettaglio, con l'aiuto di alcuni esempi concreti, quali siano state le linee di sviluppo di questa complessa, articolata rinascita.
Il "tens clar" dell'anonimo provenzale non  soltanto una felice immagine poetica. Gli studi recenti di climatologia storica hanno stabilito che, una trentina d'anni prima del Mille, ebbe inizio una lunga fase atlantica di tempo buono, cio caldo e moderatamente secco, che dur oltre due secoli, fino all'inizio del Duecento, allorch lasci gradualmente il passo a una fase di segno inverso che sarebbe culminata nella "piccola era glaciale" fra 1550 e 1700 circa. Il momento migliore di questa fase favorevole sarebbe stato toccato verso il 1125, come si  stabilito studiando la struttura del ghiaccio fossile della Groenlandia. E, non a caso, tra la fine del decimo secolo e il primo quarto del dodicesimo si situano proprio le grandi spedizioni marinare norvegesi, su un oceano che la buona stagione aveva evidentemente liberato, almeno in una certa misura, dai ghiacci. Nel 986 Erik il Rosso sbarcava in Groenlandia e vi fondava, a sud, l'insediamento di Brattahlid; nel 1126, a Gardar, veniva istituito il primo vescovato groenlandese. Intanto, in regioni come l'Inghilterra, si poteva cominciare a praticar la viticoltura: segno certo, questo, di un deciso addolcimento del clima.
Non v' dubbio alcuno che - al di l di facili tentazioni deterministiche - il miglioramento climatico in Europa abbia avuto un ruolo importante nella rinascita del continente: sia provocando la contrazione di certe malattie - ad esempio le polmonari - e riducendo quindi la mortalit soprattutto infantile; sia consentendo pi abbondanti raccolti, e quindi incoraggiando un incremento della popolazione il quale a sua volta, dato il basso livello delle rese agricole del tempo, non poteva se non risolversi in una lotta ingaggiata da signori e contadini contro il bosco e la brughiera per strappare loro, con il disboscamento e la bonifica, nuovi spazi da coltivare.
La crescita demografica in tutta l'Europa, in stretta coincidenza con il miglioramento climatico e in evidente rapporto con esso,  un fatto certo.(15) Cominci con gli ultimi decenni del decimo secolo o i primi di quello seguente, e non dette segni di ristagno fino ai primi del Trecento. L'assenza di grandi flagelli epidemici fra decimo e tredicesimo secolo - a sua volta legata per molti versi al miglioramento del clima - favor l'ascesa demografica. Pare che in quei secoli anche la malaria acquistasse un carattere meno micidiale. Grandi pestilenze non ce ne furono. La lebbra e la guerra, che avrebbero potuto costituire due elementi di depressione demografica, giocavano tuttavia un ruolo molto moderato in tal senso. Mancano purtroppo dati che consentano delle stime statistiche attendibili: fonti di tal genere (amministrative o fiscali) non saranno disponibili prima del Tre-Quattrocento e, anche allora, non senza molte difficolt d'interpretazione e d'utilizzazione. Alla fine dell'undicesimo secolo in Inghilterra - paese senza dubbio privilegiato per questo genere di ricerche relative a quel periodo - si pensa che gli abitanti potessero arrivare a circa un milione e mezzo. La Germania - considerata qui entro i suoi confini del 1939 - aveva anch'essa pi o meno lo stesso numero di abitanti. Per tutta l'Europa si  calcolato che fra undicesimo e quattordicesimo secolo la popolazione sia aumentata forse del 75 per cento circa, passando da poco pi di 40 a oltre 70 milioni: ma si tratta di stime molto incerte, in genere basate induttivamente su indagini condotte per brevi periodi e su aree ristrette. Si  anche calcolato che nell'undicesimo secolo gli europei potessero passare dai 42 ai 48 milioni circa e che fossero appena arrivati alla cinquantina a met del dodicesimo secolo; ma il grande balzo fu effettuato nel mezzo secolo seguente, allorch la popolazione del continente pass dai 50 agli oltre 60 milioni. Pi che dalle scarse e incerte stime numeriche deducibili dalla documentazione, l'incremento demico risulta evidente da altri segni: la creazione di numerosi nuovi insediamenti rurali, la modificazione dell'habitat con la riduzione delle terre incolte, la colonizzazione di nuove aree talora anche impervie, la ridistribuzione della popolazione delle campagne, il mobilitarsi e frammentarsi dei possessi fondiari, la creazione di nuove citt, infine l'ampliarsi delle cinte murarie urbane dei centri gi esistenti, sintomo certo d'uno sviluppo demografico delle citt dovuto s a un incremento delle nascite ma soprattutto all'eccedenza delle popolazioni rurali e quindi a un massiccio inurbamento. Tale ampliarsi delle cinte murarie  tanto pi significativo se si pensa che molte citt di antica fondazione avevano subto nei secoli dell'Alto Medioevo, e segnatamente fra settimo e ottavo, un caratteristico fenomeno di contrazione della loro area d'insediamento; e che, pur cos ridotte, avevano conservato all'interno del loro perimetro zone libere adibite a orti, a prati, addirittura a piccole boscaglie e atte magari ad accogliere le genti dalla campagna circostante in caso di pericolo. Fra undicesimo e dodicesimo secolo questi spazi vuoti si andarono riempiendo di nuovi abitanti e di nuove costruzioni, fino a giungere alla citt comunale piena come un uovo, nella quale gli edifici sono costretti a elevarsi in altezza e la larghezza degli immobili  accuratamente sorvegliata dalle autorit comunali. La crescita demografica anche contenuta finiva con il comportare ben presto un fenomeno di saturazione, a causa delle estensioni relativamente modeste di terre coltivate e delle basse rese. Ci provocava senza dubbio i disboscamenti o le bonifiche: ma si trattava di lavori faticosi, lenti, i risultati dei quali non si avevano se non nel giro di qualche anno. Molte popolazioni dovevano quindi trovarsi spesso sull'orlo della fame: e si poteva ovviare a ci con la ridistribuzione demografica, vale a dire con esodi di contadini in cerca di terre e di cibo da un'area all'altra del continente europeo. La mobilit contadina fa parte di un panorama protagonista del quale era la strada: ed era, allora, il solo mezzo di rimediare a una penuria alimentare alla quale non si poteva ancora tecnicamente rispondere - come si sarebbe fatto pi tardi, e con regolarit a partire dal Duecento - con l'importazione dei cereali.
Gruppi di contadini in cerca di terra facevano quindi parte consueta del mondo dell'undicesimo secolo; essi trovavano abbastanza facilmente dei domini, dei possessori di signorie fondiarie disposti a riceverli e a sistemarli come hospites a condizioni privilegiate su terreni da dissodare. Nascevano cos nuove aree coltivabili e nuovi insediamenti rurali, di cui sono rimasti certi microtoponimi come quelli desinenti in -rode o -rade in Germania (-roth o -reuth al sud), quelli in -ham in Inghilterra, quelli in -rup in Danimarca e cos via. Si  detto pi volte che i signori tendevano a mantenere intatte le loro riserve, dal momento che la foresta e la palude erano buone aree per la caccia.  senza dubbio vero: e non bisogna d'altro canto dimenticare che la foresta era un'ottima fonte di ricchezza (dal legname al carbone al miele alla cera), oltre che di selvaggina per la tavola del signore. Ma ci non imped che la nobilt laica, assillata dal problema d'un sempre pi necessario contante per sopperire alle spese che il suo lussuoso tono di vita e il desiderio di ricche merci orientali imponevano, si rendesse presto conto dei vantaggi che le sarebbero derivati dalla commercializzazione di eccedenze agricole prodotte sui suoi territori. Un po' pi problematico il contributo delle signorie ecclesiastiche al progresso dell'agricoltura e alla conquista del suolo. Certo comunque gli eremiti dovettero svolgere un ruolo importante; e alla fine dell'undicesimo secolo vediamo anche cenobiti come i cistercensi o i monaci di Grandmont impiegare massicciamente le forze dei loro conversi nei dissodamenti e nei lavori dei campi. Il lavoro manuale riacquist attraverso questo lungo e intenso processo una dignit anche spirituale del tutto nuova che in origine - sentito come punizione dopo il peccato originale - non possedeva.
L'incolto si restringeva quindi progressivamente. Di anno in anno, nuove fasce di terra marginale venivano strappate al bosco e alla palude mentre le radure si allargavano e, se contigue, tendevano addirittura a riunirsi aprendo ampie brecce nel manto forestale del continente. Si bruciava prima la sterpaglia e, dove il terreno era sgombro, bastava il debbio a preparare la terra alla coltura; questo, almeno, in area mediterranea. Ma pi a nord la foresta era fitta di grossi tronchi e bisognava estirpare con grande fatica le radici. Poich non sarebbe stato n facile n conveniente lavorare troppo lontano da casa, l'ampliamento delle colture comportava la fondazione di villaggi disseminati, e questi a loro volta imponevano la soluzione di vari problemi che, dalla viabilit alla sicurezza, coinvolgevano i signori del luogo.
Un aspetto caratteristico della mobilit contadina dell'undicesimo dodicesimo secolo fu la colonizzazione di intere aree fino ad allora vergini, come quelle del centro della Francia. Durante il medesimo periodo, prosegu con maggior forza la colonizzazione tedesca verso est. Essa era partita alla fine dell'ottavo secolo da una Renania allora colpita da una grave carestia, e si era sviluppata in direzione del fiume Raab e poi della selva boema. Coloni franconi e bavari ne erano stati i protagonisti, e una prima organizzazione dei territori cos occupati si era avuta ai primi dell'undicesimo secolo con la sistemazione del territorio attorno a Vienna. A sud si era giunti fino al Medio Danubio e alla valle della Morava, mentre nel centro e nel nord si colonizz definitivamente nel corso del dodicesimo secolo la vasta area fino all'Elba; e si procedette oltre strappando nel quinto decennio del secolo agli slavi, che i tedeschi chiamavano collettivamente Wendi, ampi territori nello Holstein, nel Meclemburgo e nel Brandeburgo. A nord, il compito di dissodare le nuove terre a oriente della selva turingia fu lasciato ai franconi; i sassoni intanto popolavano la costa baltica e i fiamminghi l'area della Bassa Elba e dell'Oder.
A fronte dell'evidente crescita demografica e dell'incremento delle terre messe a coltura, risulta chiaro che fra undicesimo e dodicesimo secolo il livello quantitativo della produzione agricola dovette alzarsi in misura considerevole. Qualcuno ha parlato al riguardo di una "rivoluzione agraria": espressione forse eccessiva, forse emozionale, che pu comunque fuorviare. Meglio  piuttosto segnalare un'evoluzione delle tecniche agrarie e dei metodi di conduzione della terra: i due fattori, congiunti, determinarono senza dubbio un progresso.  in questo periodo che si diffuse dall'area atlantica - dov'era peraltro nota almeno dal nono secolo - la tecnica della "rotazione triennale" dei campi, che consentiva due fasi di semina (frumento e segale in autunno, orzo e avena in primavera) e riduceva dalla met a un terzo la porzione di terra lasciata a maggese, aumentando quindi proporzionalmente l'area seminativa e permettendo maggiori raccolti.
Ma in molte zone del continente si continu con la vecchia "rotazione biennale". I raccolti beneficiarono comunque soprattutto del perfezionamento tecnico dei sistemi di aratura: l'aratro pesante asimmetrico, che permetteva di lavorare la gleba pi a fondo e di rivoltarla, contribu senza dubbio al miglioramento del lavoro dei campi. Fu importante altres la crescente diffusione dell'uso del ferro negli attrezzi agricoli, mentre la modifica dell'attacco degli animali all'aratro (giogo frontale per i buoi; attacco "a collare" per i cavalli) e la diffusione della ferratura per gli zoccoli consentirono di sfruttare al massimo la forza animale. La diffusione dell'impiego del ferro a partire dall'undicesimo secolo (che si riscontra anche nell'appesantirsi dell'armamento difensivo dei cavalieri) si dovette a una sua maggior disponibilit. Anche altri metalli, del resto, divennero disponibili: le miniere dello Harz erano attive almeno dal Mille circa. Non a caso, i progressi nella metallurgia e nelle tecniche di fusione registrano un netto progresso proprio nel dodicesimo secolo. Beninteso, queste innovazioni non furono applicate dappertutto n contemporaneamente n con la medesima intensit: comunque esse vi furono, e si rifletterono sulla produttivit al punto che le rese pare passassero, fra undicesimo e dodicesimo secolo, dal 2,5 al 4 per unit di semente. Si tratta per di dati molto incerti, basati su una documentazione sporadica e che non  corretto generalizzare se non vogliamo che il quadro della situazione risulti troppo roseo rispetto alla realt.
Miglior, con tutto questo, anche il livello alimentare? Senza dubbio, il pane di grano pi o meno miscelato con altri cereali panificabili si sostitu alle pappe poco consistenti; e, insomma, la lotta per l'allargamento degli spazi coltivati si risolse in una lotta per il grano. E altro non si poteva fare visto che l'insufficiente concimazione - esito anche di un sistema che privilegiava la cerealicoltura a svantaggio, fra l'altro, dell'allevamento - impediva un intensificarsi delle produttivit. Se nell'Alto Medioevo l'incolto tendeva a riconquistare le colture e andava pertanto tenuto costantemente a bada, con il dodicesimo secolo i rapporti si erano ormai invertiti, e addirittura bisognava difendere boschi e pascoli dalla minaccia costituita dall'aratro. Era, d'altronde, una necessit: l'incremento della produzione cerealicola costituiva non gi una scelta, bens una risorsa obbligata, l'unica che consentisse di far fronte alle necessit alimentari di base d'una popolazione numericamente aumentata. E, se  vero che non di solo pane vive l'uomo, vero  forse anche che mai come fra undicesimo e dodicesimo e  secolo egli si  avvicinato a vivere, appunto, di solo pane. Alla lunga, e gi con la seconda met del Duecento, queste strutture di sussistenza si sarebbero rivelate inadeguate; il che sarebbe stato uno dei primi - e pi saldi - anelli di quella catena carestie-epidemie che avrebbe forse causato, certo accompagnato, la crisi del Trecento. Sta comunque di fatto che il contadino altomedievale - come il collega dei tempi successivi alla crisi demografica di met Trecento - mangiava di pi e meglio (carne, pesce, frutti della raccolta boschiva) che non il contadino dei secoli undicesimo tredicesimo .(16) Il continente spopolato gli metteva a disposizione molti alimenti che pi tardi la corsa alla messa a coltura e i divieti di caccia, pesca e raccolta del regime signorile gli avrebbero vietato. Il punto  tuttavia che, fra undicesimo e tredicesimo secolo, ci si pot sfamare in un numero crescente di persone, sia pure "di solo pane" o quasi. E ci permise lo sviluppo di quei secoli anche se forse - contenendo la selezione degli individui pi deboli e abbassando, con il ridotto consumo di proteine e di vitamine pro capite almeno nei ceti pi umili, le difese fisiologiche - prepar la crisi del Trecento, allorch una massa di gente debilitata da una cattiva alimentazione si trov a dover fronteggiare l'urto della Peste Nera.
Un altro segno della rinnovata vitalit del mondo euro-occidentale nel periodo che qui ci riguarda  costituito, come abbiamo gi anticipato, dalla fondazione d'una quantit di centri urbani e villaggi nuovi e dall'ampliamento di quelli preesistenti. Ancora una volta, certi toponimi sono spia delle fondazioni ex novo: Villeneuve o Villefranche in Francia, Neustadt o Freistadt in Germania, Villanova o Villafranca in Italia e cos via.
Nell'Europa del nord-ovest, molte nuove citt erano nate come insediamenti fortificati nel nono decimo secolo, al tempo delle incursioni; e in senso pi ampio tali incursioni (non solo vikinghe, ma anche ungare e saracene) avevano forse, in certo qual modo, giovato alla rinascita della vita urbana obbligando le popolazioni a vivere ammassate entro cinte fortificate e a creare le condizioni propriamente civiche della convivenza.
Una caratteristica forma di sviluppo urbano si ha in Germania dove nel dodicesimo secolo molte citt nacquero dall'iniziativa dei principi ecclesiastici o laici: al di qua dell'Elba soprattutto come nuovi nodi mercantili, al di l come centri di razionalizzazione politico-amministrativa (quali nuove diocesi), di coordinamento economico e d'irradiazione culturale nei territori colonizzati di recente. Nacque cos, ad esempio, Friburgo in Brisgau, fondata nel 1120 da Bertoldo terzo di Zhringen che era stato prigioniero nel 1114 a Colonia ed era rimasto forse affascinato dalla grande citt mercantile. Enrico il Leone, genero di Bertoldo, edific a sua volta Monaco di Baviera e Landsberg sul fiume Lech; ma la citt pi importante e fortunata di quel tempo resta Lubecca, fondata nel 1143 dal conte dello Holstein sull'antico insediamento slavo di Liubice, distrutta in un incendio nel 1159 e di nuovo ricostruita dallo stesso Enrico il Leone. Sempre in quel secolo le nuove citt seppero procurarsi importanti privilegi dai pubblici poteri: celebre, appunto, quello imperiale di Lubecca nel 1188 che confermava un precedente privilegio ducale. In altri casi, come quello di Magonza, il riconoscimento dei privilegi cittadini fu accompagnato, a partire dall'ultimo quarto dell'undicesimo secolo, da dure lotte. Ma anche a Colonia, come appare evidente dal grande moto del 1074, la conquista della libertas non era stata per niente indolore.
Se nuove citt sorgevano nei territori di recente colonizzazione e venivano rapidamente popolate da gente venuta magari anche da lontano, un sempre pi vorticoso movimento di urbanizzazione - che avrebbe incrementato a sua volta commercio e produzione manifatturiera, ma anche stimolato l'agricoltura giacch importanti nuclei demici ponevano nuovi e delicati problemi di vettovagliamento quotidiano - imponeva alle citt di precedente fondazione nuovi carichi di abitanti, che si sistemavano in genere in borghi immediatamente addossati alla parte esterna delle mura. Tutto ci creava situazioni giuridiche, amministrative, politiche, economiche e igieniche del tutto nuove, che le citt si trovavano a dover rapidamente affrontare. Ma creava anzitutto una questione militare, un'esigenza difensiva. Questi borghi dovevano in qualche modo venir protetti: prima con barriere e steccati di fortuna, poi con cortine murarie vere e proprie. A Colonia, una nuova bastionatura fu eretta gi nel 1106; ma nel 1180 si fu costretti a porre mano a una gigantesca cinta muraria che difendeva un perimetro ormai enormemente ampliato fino a una superficie di 400 ettari per una popolazione che si avvicinava alle 40.000 persone. Ma si trattava,  vero, della pi grande citt tedesca del tempo.
Quando Colonia si provvedeva della nuova cinta muraria, molte citt italiane avevano da poco gi fatto o stavano per fare lo stesso. Cos Pisa nel 1162, a difendere un'area divenuta ormai di 114 ettari con una popolazione che, secondo stime differenti, superava gi i 10.000 e stava addirittura raggiungendo i 20.000 abitanti; o Firenze, che nel suo nuovo perimetro del 1172 racchiudeva un'area di 80 ettari e si andava avvicinando alle dimensioni di Pisa, che avrebbe superato nel secolo seguente.
Lo sviluppo urbano andava ovviamente di pari passo con quello economico, e in particolar modo commerciale. Centri di produzione e di scambio, i nuclei urbani esigevano un netto incremento quantitativo e qualitativo degli strumenti di comunicazione, prima fra tutti la rete viaria terrestre e fluviale. Le due grandi aree mercantili del tempo, la mediterranea e la baltica, entravano in contatto nel continente grazie soprattutto a una serie di "mercati stagionali" ("fiere") che si situavano in un territorio geograficamente al centro dell'Europa occidentale e politicamente in grado di godere di una certa autonomia: la contea di Champagne. Essa era attraversata dalle strade che dall'Italia conducevano verso la Francia settentrionale e l'Inghilterra, mentre la via del Rodano la collegava al Mediterraneo. Queste fiere, autentiche mediatrici del commercio internazionale di quel periodo, si tenevano, in tempi diversi - in modo che in qualunque periodo dell'anno ce ne fosse una aperta -, a Troyes sull'Alta Senna, a Brie fra Senna e Marna, a Bar-sur-Aube e a Lagny-sur-Marne. Era qui che gli italiani e i provenzali potevano scambiare le loro merci orientali - convogliate attraverso le colonie mercantili pisane, genovesi, veneziane a Costantinopoli e in Terrasanta - con i panni di Fiandra e del Brabante, le tele provenienti dalla Germania, le pellicce e le materie prime del Settentrione d'Europa. Nel dodicesimo secolo non v'era un'altra via continentale di commercio pi importante di quella che faceva capo alla Champagne, se si eccettua quella orientale che dal Baltico attraverso la rete dei grandi fiumi russi conduceva al Mar Nero, "dai variaghi ai greci". Quest'ultima aveva, fra l'altro, il vantaggio di essere pressoch tutta fluviale: ma era gestita e monopolizzata, almeno nel dodicesimo secolo, dai principi russi e dall'amministrazione bizantina.
Strumento fondamentale e grande tramite di questa rigogliosa vita economica era il denaro. E l'Occidente, dopo la grave depressione monetaria altomedievale che Carlomagno aveva cercato di sanare almeno in parte imponendo un monometallismo argenteo, aveva assistito a un rapido deteriorarsi dei pezzi che si coniavano nelle sue zecche. Durante il dodicesimo secolo, parecchie buone monete argentee s'imposero per alla fiducia degli operatori economici. Fra le altre, ovviamente anzitutto quel "denaro di Provins" battuto in nome del conte di Champagne, dominus loci dell'area sulla quale si tenevano le celebri fiere. Ma anche il grande santuario nazionale di Francia, l'abbazia di San Martino di Tours, coniava un'ottima moneta d'argento: l'apprezzato "denaro di Tours", o "tornese". In Italia, buona fama godevano i denari di Lucca e di Pavia, prima che nella seconda met del secolo s'imponesse quello pisano; in Germania, a partire dal 1160 acquist autorit il danaro (pfennig) di Colonia.
Mercanti frisoni, fiamminghi e norvegesi si davano appuntamento nel dodicesimo secolo a Colonia. E fu l che fecero la loro prima ma pi massiccia comparsa anche i mercanti tedeschi: provenivano da Colonia stessa, da Brema, da Tiel a sud di Utrecht, da Bardowieck sull'Elba; mercanti tedeschi avevano fondato verso il 1133-1136 una colonia anche a Wisby, questa straordinaria metropoli commerciale nell'isola baltica di Gotland; e ancora nello Schlewig danese, e perfino a Londra. Commerciavano in vini del Reno e d'Alsazia, in pesce secco scandinavo, in stoffe fiamminghe e italiane; trasportavano tessuti fino in Austria, e dalle ricche miniere dello Harz prelevavano l'argento e il rame che attraverso Goslar, Soest e Dortmund giungevano a Colonia, mentre nuove miniere d'argento scoperte verso il 1170 a Freiberg alleviavano con nuovo metallo pregiato la sete di moneta liquida dell'Europa; infine, si trafficava anche con il sale proveniente dalle miniere di salgemma di Lneburg nell'attuale Bassa Sassonia. Nel 1161 Enrico il Leone prese sotto la sua protezione i mercanti tedeschi dell'isola di Gotland e li sostenne nel loro intento di penetrare nel mercato di Novgorod. Negli anni ottanta del secolo, un nuovo tipo di panciuta e capace nave adatta alla navigazione nordica, la Kogge (cogga, "cocca"), sbarcava gi a Lubecca le pellicce, il miele, la pece del Baltico orientale: queste merci raggiungevano l'Inghilterra, le Fiandre, la Francia.
Mentre tutto ci accadeva, a Chartres si rinnovavano i princpi della scienza e della filosofia occidentale; a Parigi Abelardo poneva le basi per la sua rivoluzione del pensiero logico; e dalle scuole cattedrali urbane stavano laboriosamente nascendo metodo scolastico e strutture universitarie. Insomma, in questo dodicesimo secolo si stava fondando l'Europa moderna.
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3."COME I PESCI NEL MARE".
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L'impero occidentale di Carlomagno era nato nella notte di Natale dell'800 sulla base forse di un malinteso fra il pontefice e il sovrano franco, forse di un troppo ambizioso programma d'instaurazione di un contraltare a quell'impero bizantino ch'era veramente - lo si volesse o no - non l'erede, ma la prosecuzione senza soluzione di continuit dell'impero romano. Ci si  chiesti quale sia stata la vera natura di quell'esperimento che fond comunque un'istituzione che, attraverso molteplici cambiamenti, ha segnato di s oltre un millennio di storia europea, e il cui mito  per pi versi sopravvissuto alla definitiva caduta del suo ultimo e lontano epigono, l'impero austroungarico degli Asburgo.  stato un "preludio", o piuttosto una "falsa partenza" d'Europa?(17) Sta di fatto che, gi al tempo di Carlo, la distribuzione dei vari regni ad altrettanti membri della famiglia imperiale aveva segnato le future linee di frattura della peraltro mai unitaria compagine creatasi nell'800; e aveva inoltre segnato, nel contempo, il lento delinearsi ed emergere di una "coscienza nazionale" francese, a prevalente carattere francolatino, nell'area occidentale dell'impero, e di una "coscienza nazionale" o forse soprattutto culturale non pi genericamente germanica ma pi propriamente tedesca, nell'area orientale. Ne era stata culla la Franconia, cio la propaggine di sud-est (fra Medio Reno e Meno) dell'antica regione chiamata Austrasia, che confinava con il territorio degli alamanno-svevi e dei bavari. Nel corso delle ulteriori suddivisioni dell'impero e delle lotte che ne seguirono, e soprattutto a partire dal trattato di Verdun dell'843, Francia occidentalis e Francia orientalis (vale a dire la "terra dei Franchi", rispettivamente, dell'ovest e dell'est) si erano andate progressivamente distanziando: e la seconda si era avviata a divenire il nucleo costitutivo di quel che noi chiamiamo, appunto, Germania. Tra i discendenti del grande sovrano franco, Ludovico - detto appunto "il Germanico" - si era visto primitivamente assegnare la Baviera, alla quale aveva via via aggiunto la Svevia-Alamannia, la Franconia, la Sassonia, la Turingia: vale a dire l'area dell'impero franco situata a oriente del Reno. Difficile tracciare con precisione i rispettivi confini di questi territori, che vanno intesi anzitutto come aree d'insediamento dei popoli corrispondenti. La "nazione" tedesca nasceva quindi dallo smembramento dell'impero franco e dall'accorpamento in una comunit storico-politica sempre "imperfetta" delle etne francone, svevo-alamanna, bavara e sassone-turingia: affini certo per lingua e per cultura, ma lungi dal potersi dire costituenti davvero un popolo solo. Un'effimera riunione dei vari regni carolingi sotto Carlo il Grosso, nella seconda met del secolo, fall fra l'altro proprio per la ribellione, nell'887, dell'aristocrazia "franco-orientale", che elesse per conto suo un nuovo re. Quando, nel 921, Enrico primo re dei franchi d'Oriente concluse sul Reno, non lontano da Bonn, un trattato con re Carlo terzo dei franchi d'Occidente nel quale si riconosceva l'uguaglianza e l'indipendenza reciproca dei due regni, la distinzione tra Germania e Francia era ormai definitiva. Di l a qualche decennio, cio nel 962, Ottone primo di Sassonia (re di Germania dal 936 e d'Italia dal 951) avrebbe ricevuto a Roma la corona imperiale da papa Giovanni ventiduesimo dopo che - sul campo di battaglia sulla Lech, nel 955, all'indomani della vittoria sugli ungari - l'esercito delle genti tedesche lo aveva gi acclamato imperator. Ma il nuovo impero - o meglio, imperiale regnum, come lo si definiva - nasceva gi segnato da un profondo carattere nazionale che lo distingueva dal precedente impero carolingio. La vecchia Francia occidentalis, cos come la fascia di territori burgundo-provenzali che costituivano l'antica Lotaringia, restavano estranei a questa nuova autorit imperiale alla quale il regno d'Italia si trovava in qualche modo annesso soltanto nella misura in cui le corone imperiale e tedesca posavano entrambe, in unione personale, sulla fronte di colui che, come abbiamo gi detto, deteneva dal 951 anche quella italica.
Una divergenza profonda aveva, da allora in poi, segnato il destino storico di Francia e Germania. Il regno tedesco, saldamente tenuto nel decimo secolo nelle mani dei Ludolfingi duchi di Sassonia, aveva saputo imporsi alle tendenze centrifughe rappresentate dai vari "ducati nazionali" (il sassone stesso, il francone, il bavaro, lo svevo) e creare un equilibrio fra poteri ecclesiastici e regali, che sarebbe durato - sia pure con incertezze e compromessi - fino alla met circa dell'undicesimo secolo. Al contrario, il regno di Francia aveva attraversato un lungo periodo di lotte interne, quello che conosciamo come "anarchia feudale". Era stato, quello, il tempo dell'incastellamento del territorio e della nascita del nuovo ceto sociale dei milites, dei cavalieri, rigorosamente distinti dai rustici, dai contadini inermi.
Et di dure contese, delle quali ci resta un'eco forse pi fedele di quanto si creda in certe chansons de geste che ci hanno tramandato immagini di episodi terribili: in quel medioevo "cristiano" i seniores in guerra fra loro, ciascuno con le rispettive masnade di guardie del corpo, non esitavano a profanare le chiese, incendiare i monasteri, addirittura - come si legge in un testo - accamparsi intorno all'altare maggiore e utilizzare le aste delle croci metalliche come trespolo per i loro falconi da caccia.
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Cos come i primi uomini non erano frenati nelle loro malvagie azioni da alcuna legge, da alcun rispetto, ma si davano senza freni alla gola, al piacere della carne e a ogni altro vizio; allo stesso modo, adesso, ponendo da un canto qualsiasi rispetto delle leggi umane e divine e disprezzando gli editti episcopali, ognuno si comporta come vuole. Il pi forte opprime il pi debole e gli uomini sono come i pesci del mare, che si divorano a vicenda; l'iniquit si rafforza, sommata all'iniquit. Da ci dipende quel che vediamo in tutto il mondo, cio rapine dei miseri e depredazione dei beni delle chiese. Da ci dipendono le continue lacrime e i lutti dei pupilli: tanto che il clamore sollevato da questi orrori, come quello sollevato dagli abitanti di Sodoma, giunger fino al cielo e avverr quel che la voce del Signore proclama attraverso il Salmista: "A causa della miserevole povert e del pianto dei deboli, ora insorger".(18)
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Con queste parole l'arcivescovo di Reims piangeva la Francia lacerata del suo tempo, durante un sinodo tenuto nel 909 a Trosly, presso Soissons. In quel medesimo sinodo, un capitolo intero - significativamente intitolato De rapinis - era dedicato alle violenze:
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... hanno rubato l'asino agli orfani, hanno sequestrato il bue alla vedova; hanno sospinto fuori di strada i miseri, oppresso i mansueti; mietono il campo non loro, vendemmiano nella vigna di coloro che hanno schiacciato con la prepotenza; spogliano la gente fino a toglierle perfino le vesti e lasciarla nuda al freddo; hanno imperversato depredando gli orfani e derubando la turba dei miseri.(19)
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Si pu obiettare che le fonti ecclesiastiche tendono sempre, in questo periodo e in contesti del genere, a incupire le tinte per adeguarsi agli schemi biblico-letterari: l'insistenza sui torti subiti dagli orfani e dalle vedove, ad esempio,  letteralmente mutuata dal libro di Giobbe. Tuttavia, i prelati riuniti in questo come in molti altri sinodi dell'epoca ricorrono naturalmente alla reminiscenza biblica anche perch l'antico testo si rivela, in tutta la sua tragicit, adatto al presente. Sotto la scorza del richiamo veterotestamentario,  tutto un mondo di violenze e di squallore che ci si para dinanzi. Vedove e orfani sono appunto categorie che hanno per definizione bisogno del - e diritto al - "mundio", la tuitio, la difesa del re; e la tuitio  uno dei punti fermi della pax regis.
Ma se il re veniva meno ai suoi doveri o i pubblici poteri si rivelavano inadeguati a proteggere i pi deboli, sarebbe stato il Signore in persona - che la liturgia di una missa contra tyrannos del decimo secolo chiama pater orphanorum e iudex viduarum - a intervenire. Dalla fine del decimo secolo, si sarebbe sviluppato in tutta la Francia quel movimento della Pax Dei grazie al quale nobili e cavalieri incitati da istituti ecclesiastici - primo fra tutti il monastero di Cluny - e appoggiati spesso dalle stesse comunit cittadine e contadine avrebbero imposto con la forza una drastica contrazione delle guerre private e delle violenze. La Pax Dei sar un fattore primario non solo della riforma ecclesiastica dell'undicesimo secolo, ma anche della ricostituzione della compagine civile francese.
Nel corso della seconda met del secolo, sotto il regno di Filippo I, il paese mostrava ormai chiari segni di ripresa e di pacificazione. La corona era senza dubbio ancora troppo debole nei confronti dei grandi principi territoriali - il duca di Normandia che nel 1066 aveva conquistato anche l'Inghilterra, il duca d'Aquitania, quello di Borgogna, il conte d'Angi, quello di Tolosa, quello di Fiandra e via dicendo -, ma andava rafforzando ed espandendo la sua autorit. La prima crociata, liberando il paese da alcuni grandi signori e da una massa di milites avidi e violenti, avrebbe contribuito potentemente a questa normalizzazione.
In Germania, dove l'alternarsi delle dinastie sassone e francone sul trono aveva garantito oltre un secolo di pace e sicurezza almeno relative, stava invece delineandosi un'opposta tendenza. Il regno era ancora forte con Enrico terzo di Franconia, che Corrado secondo si era associato al trono fin dal 1028 quand'egli era un ragazzo pi o meno decenne. Enrico rest il solo re di Germania nel 1039, alla morte del padre: allora, aveva circa ventidue anni. L'associazione tanto precoce al trono aveva evitato al regno la crisi di successione; e, anche se giovane, il nuovo sovrano era comunque al riparo da un altro pericolo, quello della minor et, che avrebbe richiesto una reggenza. Come re di Germania, egli aveva anche diritto alla corona d'Italia secondo la consuetudine inaugurata da Ottone I; e a quella reale di Borgogna, che nel 1032 era stata raccolta da suo padre alla morte del re borgognone Rodolfo terzo. Nel Natale del 1046 Enrico terzo aveva cinto a Roma la corona imperiale, alla quale il possesso di quella regia di Germania gli dava diritto, ma che doveva esser posta sulla fronte di ciascun nuovo sovrano direttamente dalla mano del pontefice.
Come re di Germania, Enrico terzo aveva anzitutto teso a rendere effettivo il suo potere sui cosiddetti "ducati etnici" o "nazionali", cio i cinque ducati di Lorena, Alamannia-Svevia, Baviera, Sassonia e Franconia. Anzitutto, bisognava evitare che anche due soli di essi si trovassero riuniti nelle mani di un solo principe che avrebbe potuto in tal modo costituire un centro di potere temibile come concorrente rispetto a quello regio; poi, era necessario battere il principio dell'ereditariet dei ducati e consolidare quello secondo il quale essi equivalevano a pubblici uffici e i duchi potevano pertanto venire scelti dal sovrano. In questo modo Enrico riusc ad esempio - sia pure con il rischio di sollevare gravi rivolte - a dividere definitivamente il ducato di Lorena in un'Alta e una Bassa Lorena; quindi, dovendo - com'era uso - abbandonare, appena rimase alla morte del padre il solo re di Germania, i ducati di Baviera e di Svevia dei quali era stato fino ad allora direttamente titolare, li affid entrambi in un primo tempo a Enrico di Lussemburgo; ma nel 1047, alla morte di questi, prefer scinderli di nuovo scegliendo un signore diverso per ciascuno di essi, e nel 1055 riusc addirittura a reimpadronirsi direttamente della Baviera, della quale invest sua moglie Agnese.
Anche per il regno di Borgogna, Enrico persegu una politica di rafforzamento delle prerogative regie e cur l'organizzazione d'una cancelleria separata da quella tedesca e affidata all'arcivescovo di Besanon.
Sovrano ambizioso, teneva altres grandemente alla gestione del regno d'Italia e alla conservazione di quell'alta mano sul papa di Roma che gli imperatori romano-germanici mantenevano fin dai tempi di Ottone primo e all'ombra della quale essi avevano anche promosso e favorito una certa riforma morale della Chiesa. Inoltre aveva impegnato seriamente le proprie forze in un'energica politica orientale: contenimento della minaccia costituita dalle trib slave insediate lungo il basso corso dell'Elba e consolidamento della supremazia del regno di Germania sulla Boemia e sui regni vicini di Ungheria e di Polonia. In effetti Enrico costringeva nel 1040 la Boemia ad accettare la sua supremazia feudale, e nel '43 imponeva all'Ungheria la scelta come re del suo candidato e l'obbligava a cedergli quei territori che sarebbero stati pi tardi parte della marca d'Austria. Per una cos dinamica politica, gli era necessaria la pi ordinata pace interna. Per questo, nel 1043, egli aveva addirittura esteso le istituzioni della Pax Dei, nate mezzo secolo prima in Francia per ovviare alla carenza di poteri pubblici, al suo regno di Germania. Proclamandole di persona dal pulpito della cattedrale di Costanza, l'imperatore aveva inteso chiamare Dio stesso a testimone della sua volont e dei suoi sforzi di pace.
Ma il grande sovrano venne a mancare nell'ottobre del 1056, non ancor quarantenne. Lasciava sotto la tutela dell'imperatrice Agnese e di Annone arcivescovo di Colonia il figlio bambino Enrico quarto, nato nel 1050, che fin da tre anni prima si era associato al trono.
Se l'espediente dell'associazione al trono evitava crisi dinastiche e impediva l'affermarsi anche contingente del principio elettivo - antagonista di quello dinastico - nella successione, nulla v'era nella pratica giuridica tedesca che regolasse la reggenza. Si scatenarono cos, dietro e sopra le gracili spalle di un bambino, le pi dure lotte di potere: un colpo di stato elimin la reggente Agnese, indi il potere pass all'arcivescovo di Colonia e poi a Adalberto di Brema. Quando Enrico usc finalmente dalla minore et, il patrimonio regio era gravemente compromesso, i principi sull'orlo della rivolta e la Chiesa scossa da un vento di riforma che - con il decreto del 1059 sull'elezione pontificia, che praticamente esautorava le prerogative imperiali al riguardo sancite da Ottone I, e poi con la lotta contro la simonia e il concubinato del clero, che si risolveva in una lotta contro le vecchie gerarchie ecclesiastiche lige all'impero - puntava decisamente alla Libertas Ecclesiae: cio al totale affrancamento delle istituzioni ecclesiali rispetto all'impero romano-germanico e, in prospettiva, alla loro rigorosa subordinazione rispetto alla Sede pontificia.
I quaranta difficili anni di governo di Enrico quarto - dal 1066, quando usc dalla minore et, al 1105, quando fu costretto ad abdicare - sono segnati per intero dal conflitto con il papato romano e le forze riformatrici all'interno della Chiesa: e questo indebol gravemente la stessa autorit dell'imperatore sul territorio tedesco. L'espediente del controllo dei "ducati nazionali" mediante la nomina regia di duchi provenienti da altre stirpi - cos uno svevo, Bertoldo di Zhringen, in Carinzia; o un sassone, Ottone di Nordheim, in Baviera - continu a essere adottato, ma i risultati che esso sort non furono soddisfacenti.
Alla ricerca di una solida base politica sulla quale fondare il potere regio, Enrico quarto si volse alla Sassonia. Laggi, le strutture sociali erano ancora arcaiche rispetto alla Germania di sud-ovest: il feudalesimo era meno forte ed esisteva ancora un saldo ceto di liberi contadini con una tradizione guerriera sempre viva, mentre le contee - come circoscrizioni pubbliche, rette da un funzionario regio - erano forse ancora forti (ma  dubbio che di ci si possa ancora parlare, per i tempi di Enrico quarto). Il sovrano pens comunque che fosse possibile trasformare la Sassonia nel nucleo del suo potere: vi intraprese un'opera di sistemazione giuridica caratterizzata anche da processi secondo il diritto regio anzich quello consuetudinario, avvi un lavoro di censimento del patrimonio della corona - che per molti versi ricorda il Domesday Book dei re normanni in Inghilterra - e infine concep un sistema di castelli imperiali affidati a ministeriales - cio a funzionari d'origine umile e magari addirittura servile, e per giunta provenienti dal Meridione del paese - che avrebbe dovuto costituire l'ossatura del dominio regio.
L'aristocrazia sassone non era per disposta a lasciarsi n imbrigliare n assoggettare. Lo stesso duca Ordulfo, appartenente al potente casato dei Billung, guid fin dal principio la protesta contro il programma dell'imperatore che, se fosse stato attuato, avrebbe praticamente svuotato di contenuto il ruolo dell'ufficio ducale (i cui rapporti con la corona non erano mai stati oggetto di precisazione rigorosa). Da parte sua Ottone di Nordheim, duca di Baviera, come collega di Ordulfo non poteva sottovalutare la minaccia d'una politica imperiale evidentemente intesa a ridurre il potere dei duchi, e come sassone era strettamente legato alla nobilt di quella terra, soprattutto ai forti conti di Stade. L'imperatore non esit a deporre Ottone, al cui posto insedi il duca Guelfo quarto: ma ormai la rivolta era scoppiata. Il sovrano venne assediato, nel 1073, nel castello della Harzburg vicino a Goslar, e la situazione si pot in una certa misura sbloccare solo grazie alla mediazione di Bertoldo di Zhringen. Nell'ottobre seguente, durante la dieta di Wrzburg, l'imperatore fu costretto a recedere dalle sue mire: in seguito a ci, s'intraprese addirittura lo smantellamento delle fortezze regie, mentre una seconda rivolta sassone - contadini, stavolta - scoppiava comunque nel 1075 e veniva domata solo con la forza. Inutile notare la coincidenza delle date: il 1073 vede l'ascesa al soglio papale di Ildebrando di Soana col nome di Gregorio settimo, l'avversario "storico" di Enrico; e il 1075 la formulazione, da parte del pontefice, di quel Dictatus Papae che segna la fine dello stato di soggezione del sacerdozio rispetto al regno, anzi, l'avvio delle pretese ierocratiche del vescovo di Roma. Le manovre politiche e diplomatiche della Curia pontificia influirono fortemente, da allora in poi, sulle vicende dei regni di Germania e d'Italia. Se nel gennaio 1076 un concilio che vedeva riuniti una ventina di vescovi tedeschi dichiarava nulla l'elezione di Gregorio, il che permetteva a Enrico - in quanto defensor Ecclesiae, ufficio spettante all'imperatore e che, all'atto dell'incoronazione, veniva solennemente sancito - di proclamarne la deposizione, il papa poteva da parte sua scomunicare il re dimostrando cos che il programma del Dictatus Papae non era vano.  noto l'episodio di Canossa, che a ci fece seguito: il sovrano costretto a umiliarsi e ad attendere pazientemente in abito penitenziale, inginocchiato nella neve, che il pontefice lo ricevesse nella rocca appenninica nella quale si trovava ospite della marchesa Matilde di Toscana. Ma, a quel tempo, non c'era in fondo niente di particolarmente strano - e tanto meno di "umiliante", nel senso che noi diamo a tale aggettivo - in una scena di penitenza e di perdono. Pi importante fu l'elezione a Forchheim nel 1077, da parte degli avversari di Enrico appoggiati dai legati pontifici, di un nuovo re di Germania, nella persona del duca di Svevia Rodolfo di Rheinfelden. Ma la posizione dell'antir si rivelava, fin dalle prime battute, ben pi debole di quella del legittimo sovrano. Rodolfo doveva la sua dubbia corona al favore del papa e di una parte della nobilt: era quindi costretto, se voleva mantenersi tale favore, a concessioni continue. D'altro canto, l'idea della legittimit del principio dinastico era troppo profondamente radicata perch la nobilt potesse con leggerezza denunziarla, e tanto meno optare con disinvoltura per quel principio elettivo ch'era pure un'antica e venerabile forma del diritto consuetudinario. Infine le nascenti borghesie cittadine, che Enrico aveva in molti modi favorito, non esitarono ad appoggiarlo con decisione.
Rodolfo di Rheinfelden, pur di mantenere dalla sua il favore del pontefice, condizione per la sua corona, aveva promesso libera elezione dei vescovi e addirittura, forse, adombrato l'eventualit di compiere atto di vassallaggio alla Santa Sede. Ma egli mor nel 1080; e la successiva candidatura ad antir di una figura di second'ordine come il conte lorenese Ermanno di Salm mostra quanto screditata fosse ormai la fazione dei ribelli. L'ingresso di Enrico in Roma nel marzo 1084 - dove il suo antipapa Guiberto di Ravenna, intronizzato col nome di Clemente terzo, lo incoronava imperatore mentre Gregorio riusciva a fuggire a stento, con l'aiuto dei normanni del sud d'Italia - segn un grande successo del sovrano salico che nel 1085 poteva proclamare la Pax Dei per tutto il territorio imperiale. Le lotte ripresero per ben presto e - nonostante che nel 1103 a Magonza l'imperatore, ormai stanco, avesse potuto solennemente proclamare una pubblica pace dell'impero - coinvolsero non solo l'alta aristocrazia tedesca, ma perfino la famiglia imperiale. Nel dicembre 1104 Enrico V, figlio di Enrico quarto e da tempo associato al trono del padre, si sollev contro di lui costringendolo all'abdicazione e all'esilio; ed esule l'ormai anziano imperatore sarebbe morto nell'agosto 1106. Intanto, per, il nuovo re dava segni di voler riprendere il programma paterno sia nei confronti dei papi sia in quelli della nobilt tedesca. La lotta si riaccese quindi con durezza e, al solito, le questioni ecclesiastiche costituirono in Germania un ottimo pretesto per nuove rivolte contro la corona e nuovi episodi di guerra civile.
Quando Enrico V mor, nel maggio 1125, senza lasciare eredi diretti, fu giocoforza che il principio ereditario subisse una battuta d'arresto che lasciava aperto un varco alle ambizioni dell'alta nobilt e soprattutto dei duchi. Fra loro, una posizione fortissima era indubbiamente tenuta da Enrico detto "il Nero", discendente di quel Guelfo che per volont di Enrico quarto aveva sostituito Ottone di Nordheim sul trono ducale di Baviera. Ma accanto a questa grande famiglia stava crescendo d'importanza quella dei duchi di Svevia, la quale da origini relativamente modeste aveva saputo assurgere a un ruolo notevole durante il regno di Enrico quarto. Il fondatore della fortuna della dinastia era stato Federico di Bren (o Beuren), la fedelt del quale il sovrano aveva saputo riconoscere elevandolo al trono ducale di Svevia nel 1079 e concedendogli la mano di sua figlia Agnese. I Bren venivano anche chiamati "Staufer", dal nome del picco roccioso presso Gppingen in Svevia sul quale essi avevano eretto il loro castello di famiglia. Per questo erano conosciuti anche come "i signori dell'alta rocca di Staufen", cio gli Hohenstaufen.
Tra gli altri casati di maggior potenza, un ruolo speciale spettava agli Zhringen che controllavano alcune fra le vie attraverso le quali si accedeva dalla Germania all'Italia.
Ma a partire dalla met dell'undicesimo secolo non solo l'alta, bens anche la bassa nobilt aveva approfittato delle lotte continue per riplasmare i rapporti di forza esistenti nel paese alla luce di quei legami feudali che, fino ad allora presenti con una certa moderazione, cominciarono a diffondersi sempre di pi. In questo modo la corona veniva progressivamente esclusa dalla possibilit d'intervento immediato, salvo sui territori di sua diretta pertinenza. In pochi anni questo processo, unito all'altro - parallelo - del declino delle classi libere e del salire d'importanza dei funzionari di origine servile, i ministeriales, determin il rapido sfaldarsi del vecchio sistema di controllo da parte del potere pubblico.
Fu a quel punto che la terra tedesca fior di castelli: un fatto che in Francia era familiare fino dal nono decimo secolo, ma in Germania relativamente nuovo. Fino ad allora, la corona aveva rigorosamente vegliato per reprimere l'incastellamento e molti erano stati i casi di confisca. Ora, invece, le fortezze cominciavano a nascere l'una dietro l'altra e le famiglie feudali presero ad assumere il nome stesso dal pi famoso dei loro castelli. Gli Staufer, gli Zhringen, pi tardi i Spplingen (la famiglia dell'imperatore Lotario) rilevarono dalla pi importante o pi cara delle loro rispettive rocche il nome che li avrebbe consegnati alla storia.
Quando Enrico V scomparve, il compito di eleggere il futuro re di Germania - che, in quanto tale, sarebbe anche stato imperatore designato - era affidato secondo la tradizione alla nobilt. Accanto ai principi laici, sedevano fra gli elettori quelli ecclesiastici: anzitutto gli arcivescovi delle tre metropoli renane di Colonia, Magonza e Treviri, e poi quelli delle diocesi fondate in seguito all'espansione tedesca verso oriente, vale a dire Brema, Amburgo, Magdeburgo, Salisburgo.Virtualmente, tutti gli investiti di un potere feudo-signoriale erano per ci stesso elettori del re, secondo l'antica tradizione germanica che tale diritto accordava a tutti i liberi. Tuttavia, quelli che veramente avevano autorit e potevano, con la loro voce, far pendere dall'una o dall'altra parte la bilancia, erano in realt poche decine di principi: e fra essi gli ecclesiastici avevano un peso si pu dire pi determinante ancora dei laici, in quanto - pur non potendo direttamente aspirare alla corona - contavano su un forte ascendente morale; e non solo sui loro diretti vassalli. La figura del "principe imperiale ecclesiastico", caratteristica della Germania, si era precisata pochi anni prima, quando grazie al concordato di Worms stipulato nel 1122 tra il papa Callisto secondo e l'imperatore Enrico V, i vescovi tedeschi, fino ad allora considerati funzionari del regno, erano stati feudalmente investiti di taluni diritti e prerogative giuridicamente spettanti al re, gli iura regalia: e l'investitura creava ormai un diritto ordinariamente non revocabile. In questo modo, il peso dell'aristocrazia feudale - laica o ecclesiastica che fosse - nei confronti della corona era straordinariamente aumentato.
L'elezione regia del 1125 si annunciava particolarmente delicata e laboriosa. Si cominci con lo scegliere, fra le centinaia di membri dell'alta aristocrazia che si erano conservati il diritto di accedere all'elettorato attivo patrimonio un tempo - come gi abbiamo avuto occasione di notare - di tutti i liberi, dieci elettori per ciascuna delle quattro grandi etnie (sassoni, franconi, svevi, bavari) che formavano il popolo tedesco. Essi espressero, a loro volta, quattro candidati: uno per gruppo. Il principio della provenienza etnica era cos, in una qualche misura, preso in considerazione; restavano tuttavia da conciliare, o da miscelare, altri principi che tradizionalmente erano in qualche modo presenti nella scelta del re; vale a dire quello dinastico, quello della designazione da parte del sovrano scomparso, quello della libera elezione, quello della scelta ad opera di un ristretto gruppo di rappresentanti di casati ritenuti detentori di particolari carismi. Nessuna di tali consuetudini - nella realt delle cose difficili ad accordarsi fra loro - era regolata da norme precise. La forza e la mediazione politica finivano quindi con l'avere di fatto l'ultima parola.
Dal punto di vista del legame di sangue con il sovrano scomparso, il pi favorito era Federico di Hohenstaufen, dal 1105 duca di Svevia ed erede inoltre, attraverso la madre Agnese di Franconia, del patrimonio del casato al quale apparteneva lo scomparso sovrano. Poich Agnese era sorella di Enrico V, Federico era addirittura nipote dell'imperatore stesso il quale, morendo, lo aveva designato come suo successore affidandogli la protezione della moglie, l'imperatrice Matilde alla quale erano state date in consegna le insegne imperiali. Di conseguenza, egli era senza dubbio uno dei nobili pi prestigiosi e potenti del regno.
Ma proprio per questo l'alta nobilt tedesca, e quella ecclesiastica in particolare, non vedeva di buon occhio la sua elevazione al trono. Che fine avrebbero fatto le prerogative dei principi, con un sovrano cos forte? Adalberto arcivescovo di Magonza, che in quanto arcicancelliere presiedeva i lavori elettorali, sond Federico nella direzione che interessava a tutti i magnati: sarebbe stato disposto a considerare la sua elezione a re come esito di un negoziato con la nobilt e a regolarsi di conseguenza? Ma la risposta del duca di Svevia non dovette tranquillizzarlo.
Un altro candidato alla corona era il margravio Leopoldo terzo d'Austria, che si trovava a essere patrigno di Federico in quanto la principessa Agnese di Franconia l'aveva sposato in seconde nozze. Ma neppure lui riusc ad assicurarsi sufficienti simpatie fra gli elettori.
Fu quindi eletto re - su candidatura avanzata dall'arcivescovo Adalberto - Lotario, della famiglia dei conti di Spplingenburg (la nostra tradizione storiografica ne ha italianizzato il nome in "Supplimburgo"). Egli, che - come abbiamo visto - assumeva il nome di famiglia da un castello presso Braunsweig, era succeduto nel 1106 alla famiglia Billung come duca di Sassonia e, quando sal al trono regale, aveva circa sessant'anni. Privo di discendenza maschile, godeva fama di fedelt alla Chiesa scaturita dalla riforma del secolo precedente: non v' dubbio che, nei suoi confronti, fosse determinante il favore dei principi ecclesiastici. Inoltre, la sua scelta come re poteva avere anche un pi o meno implicito carattere antifrancone (e conseguentemente antisvevo), dal momento che Lotario si era apertamente ribellato fino dal 1123 a Enrico V: e la ribellione era ancora in atto quando questi era venuto a mancare. I lavori elettorali furono comunque penosi e si conclusero soltanto verso la fine dell'agosto 1125. All'interno del corpo elettorale attivo, cio dei quaranta principi, si erano delineati vari conflitti fra laici ed ecclesiastici e fra maior pars (maggioranza numerica) e sanior pars (prevalenza degli elettori pi autorevoli e di pi alto prestigio). Insomma, un risultato poco sicuro.
Neppure Lotario si pronunzi esplicitamente a favore del principio elettorale e della sua preminenza nell'elezione del re su quello dinastico. Egli era tuttavia abbastanza debole da assicurare alla nobilt che non l'avrebbe mai schiacciata col peso del suo volere; e d'altronde, l'elemento dinamico nella politica tedesca era a quel punto costituito dalla famiglia degli Hohenstaufen i quali pochi mesi dopo, durante la dieta di Ratisbona del dicembre, contestata l'irregolarit dell'elezione, ribadirono la rivendicazione del loro diritto dinastico. La risposta di Lotario fu estremamente chiara e significativa. Egli si rese conto che ormai la questione delle etne - e, al limite, anche quella dei diritti e delle procedure elettorali - era di ben scarso rilievo. Quello che davvero contava era il braccio di ferro tra i grandi lignaggi: e, poich aveva contro di s uno dei pi cospicui, cerc l'appoggio dell'altro, quello della famiglia dei Guelfi duchi di Baviera. Dette quindi sua figlia Gertrude in sposa al nuovo duca bavaro, Enrico detto "il Superbo", che diveniva in tal modo - fra i possessi della sua famiglia e i nuovi giuntigli con le nozze - il pi potente signore del regno di Germania. Di pi. Il matrimonio di Enrico di Baviera con Gertrude di Sassonia riproduceva, a qualche anno di distanza, una situazione analoga a quella determinata dal matrimonio di Federico di Svevia con Agnese di Franconia. In entrambi i casi un gran signore, capo di un ducato nazionale, sposava una principessa di sangue regale. Con ci, alla morte di re Lotario, il duca Enrico avrebbe potuto far sue le pretese che Federico di Svevia aveva presentato ai nobili tedeschi nel 1125 e candidarsi alla corona regale nel nome del diritto dinastico, rovesciando la precedente situazione. Era evidente che il conflitto si giocava ormai tra Guelfi di Baviera e Hohenstaufen di Svevia. Questi risposero immediatamente, e il 18 dicembre 1127 convocarono una dieta di principi loro partigiani che assegn la corona a un antir nella persona di Corrado, fratello minore di Federico. Molti signori svevi, franconi, basso-lorenesi, austriaci lo appoggiavano. Si era di nuovo alla guerra civile, come era accaduto mezzo secolo prima. Ma, intendiamoci,  difficile dire con sicurezza chi tra i due - Lotario e Corrado - fosse veramente "re", e chi invece re illegittimo, definibile quindi come "antir". Poich, se da un lato  vero che Lotario era stato eletto prima e la scelta di Corrado poteva configurarsi come quella di una fazione,  anche vero che l'elezione del 1125 era avvenuta mediante una procedura quanto meno sospetta, e che d'altronde il diritto dinastico era profondamente radicato nella coscienza comune e non poteva venir messo da parte mediante il semplice accordo d'una parte della nobilt.
Lotario sapeva bene di essere, in realt, alle corde. Da una parte, non intendeva certo rinunziare al trono; dall'altra, non possedeva obiettivamente, n a livello personale n a quello familiare, le forze sufficienti a fronteggiare la compagine sveva, a meno di non affidarsi sempre pi all'aiuto del potente genero. Era per restio a questa scelta: avrebbe preferito costruirsi una base autonoma di potere senonch, per fare ci, non aveva altra arma che la conquista del favore di forze disposte a sostenerlo. Era per, quello, un sostegno che bisognava pagare: Lotario se lo procur moltiplicando le concessioni alla nobilt feudale tedesca(20) e al tempo stesso dimostrandosi estremamente ligio alla Chiesa, alieno dall'ingerirsi nelle questioni episcopali (il che permise una serie di deposizioni dalle cattedre diocesane di personaggi non graditi al papa), fedele esecutore e garante degli impegni assunti dalla corona con il concordato di Worms e addirittura tanto rispettoso nei confronti dei vescovi da rinunziare all'atto formale della commendatio da parte loro quando fossero stati gi consacrati.
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4. WELF E WEIBLINGEN.
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Il rispetto dei patti di Worms era soltanto una delle componenti sulle quali poggiava il pur precario equilibrio dei rapporti fra Chiesa e impero romano-germanico: tanto pi precario, poi, se si accetta l'idea (oggi per la verit posta da canto) che la Chiesa mostrasse di non considerare da parte sua tali patti come definitivamente vincolanti, bens validi solo rispetto al sovrano che li aveva stipulati, Enrico V, e suscettibili pertanto di venir rinnovati ogni volta che un nuovo monarca fosse salito al trono. Ma v'erano altri problemi: primo fra tutti, quello dei beni che Matilde, margravia di Toscana, aveva lasciato in eredit alla Chiesa di Roma.(21)
L'autorit feudale di Matilde interessava, oltre la marca di Toscana, anche le contee di Parma, Reggio, Modena, Ferrara, Verona, Brescia e Mantova; ma essa disponeva anche di terre allodiali nell'area appenninica prossima a Reggio e a Bologna, poi nella bassa pianura padana verso il Mantovano e il Ferrarese, in Romagna e ancora in Toscana nella Val di Serchio e in Versilia. Matilde, che nel 1102 aveva donato alla Santa Sede i suoi allodi,(22) li aveva ricevuti indietro da essa a titolo vassallatico, con la prerogativa di disporne nei limiti delle consuetudini; e li aveva pertanto affidati come feudi, nel 1111, a Enrico V che in questo modo si trovava a essere relativamente a essi vassallo del pontefice.(23) Senonch l'imperatore, considerandosi supremo sovrano, non aveva mai prestato il relativo omaggio: il che equivaleva da parte sua a dichiarare che egli considerava queste terre come ancora allodiali (nonostante la validit indiscutibile della donazione del 1102) e pertanto trasferite a lui a pieno titolo. Attraverso il matrimonio di Agnese con Federico di Svevia, tali beni potevano considerarsi come entrati a far parte del patrimonio di quest'ultimo; per contro Lotario, all'atto delle nozze tra sua figlia Gertrude ed Enrico il Superbo, aveva ceduto al genero anche i diritti sulla cospicua eredit toscana. Bisogna del resto notare che lo zio del Superbo, cio Guelfo V,(24) aveva sposato nel 1089 Matilde: ma il matrimonio era stato sciolto nel 1095. Cos, anche la questione tosco-matildina finiva con l'entrare nel "pacchetto" delle rivalit tra Guelfi e Hohenstaufen, pi brevemente detti Staufer. D'altronde, per dirimere le questioni con la Chiesa, Lotario le aveva riconosciuto i diritti di propriet sui beni matildini, limitandosi ad assicurarsene l'uso in cambio di una grossa somma di danaro: atto suscettibile di potersi considerare vassallatico. E a Roma non ci si lasci sfuggire un'occasione del genere.
Papa Onorio secondo, che regnava in quegli anni, non ebbe alcun dubbio sulla necessit di sostenere un sovrano che sembrava figlio cos fedele della Chiesa. Ai primi del 1127 i vescovi tedeschi - non a caso riuniti a Wrzburg per una tormentata elezione vescovile durante la quale l'atteggiamento del re aveva permesso al punto di vista di Roma di prevalere - avevano scomunicato l'antir Corrado: e pu darsi (ma solo una fonte lo dichiara esplicitamente) che il pontefice avesse avallato questa grave decisione.
Da parte sua, Corrado era lungi dall'arrendersi. Nel 1128 si rec in Italia, dove il 22 luglio Anselmo Pusterla arcivescovo di Milano gli cinse, secondo il rito, la corona di ferro del regno. La risposta di Onorio secondo non si fece attendere: un concilio riunito a Pavia in presenza del cardinale Giovanni, legato apostolico, scomunic l'arcivescovo ambrosiano. Ma anche molte citt lombarde - probabilmente non in odio al sovrano svevo, bens contro Milano che lo favoriva - avevano mantenuto un atteggiamento ostile nei suoi confronti: fra le altre, Pavia, Novara, Brescia, Piacenza, Cremona. Corrado aveva inoltre sperato, nel suo breve soggiorno italico, di regolare a suo vantaggio l'intricata questione matildina: ma anche qui dovette urtare contro l'ostilit si pu dire corale e compatta di tutte le forze locali interessate all'assetto dei quei territori.
Poco dopo, la guerra civile in Germania fu complicata, e resa ulteriormente feroce, dallo scisma che in quegli anni devast la Cristianit occidentale. Il 14 febbraio 1130 Onorio secondo era morto e un gruppo di cardinali era riuscito a imporre la scelta come pontefice di un nobile romano, Gregorio Papareschi cardinale diacono di Sant'Angelo, che aveva assunto il nome di Innocenzo secondo; ma il collegio cardinalizio, dopo un attimo di sbandamento, si era scisso, e una parte dei principi della Chiesa aveva a sua volta indirizzato i voti su un altro nobile prelato romano, Pietro Pierleoni, che scelse il nome di Anacleto secondo.
La questione non stava soltanto nelle modalit della duplice elezione, invero piuttosto irregolare da entrambe le parti. Il fatto  che, dietro a Gregorio Papareschi, era schierato un drappello di cardinali in maggioranza non romani e non legati ai rigidi vecchi schemi ecclesiali d'origine gregoriana; laddove viceversa Pietro Pierleoni, sostenuto da una maggioranza di prelati romani e caldamente appoggiato dal violento "popolo" di Roma, rappresentava la volont di proseguire con rigore e fermezza - ma, forse, senza la necessaria sensibilit nei confronti del mutamento dei tempi e delle situazioni - sulla strada tracciata dal grande Gregorio settimo.
Innocenzo secondo dovette dunque abbandonare Roma: ripar in Francia, dove peraltro ottenne non solo l'appoggio della corte, ma anche quello del "dittatore spirituale" della Cristianit di allora, Bernardo di Clairvaux. Questi, insieme al cancelliere della Chiesa di Roma cardinale Almerico - che era stato l'artefice principale dell'elezione di Innocenzo - si dette febbrilmente a cercar sostenitori per la causa del suo pontefice. E fu cos che Francia, Inghilterra e Germania riconobbero sollecitamente Innocenzo.
La situazione tedesca , per noi, particolarmente significativa. Qui, Bernardo sapeva di potersi appoggiare a un suo grande e fedele amico: il monaco premostratense Norberto di Xanten, che era divenuto arcivescovo di Magdeburgo nel 1126 in circostanze abbastanza tempestose e, una volta di pi, grazie anche all'atteggiamento di Lotario. L'influenza di Norberto fu senza dubbio decisiva nel convincere il re della giustezza della causa di Innocenzo.
Lo scisma fra Innocenzo e Anacleto serv a ogni modo - come sempre accadeva in casi del genere - da pretesto alle varie forze politiche occidentali, le quali fecero a gara per vendere all'uno o all'altro dei due pontefici in contesa il proprio appoggio in cambio di concessioni o riconoscimenti da poter poi gettare comunque sul piatto della bilancia dei loro diritti. Un esempio molto chiaro di tutto ci sta nella politica di Ruggero secondo, il normanno discendente del Guiscardo che proprio allora, nel 1127, aveva ereditato e unificato i ducati di Puglia e di Calabria e la contea di Sicilia.(25) Ruggero aveva estremo bisogno di legittimare in un qualche modo la sua posizione: e per farlo non poteva rivolgersi se non al pontefice, al quale fino dal secolo precedente i normanni avevano riconosciuto la sovranit eminente sulle loro conquiste italo-meridionali. Ma ora i papi erano due: e Ruggero si rendeva conto di non potersi appoggiare a Innocenzo che - per quanto espulso da Roma - era in campo internazionale il pi forte e non aveva quindi bisogno del suo braccio. Inoltre, egli era ormai chiaramente il papa del re di Germania: e l'impero romano-germanico non aveva mai cessato di guardare con allarmante interesse al Meridione d'Italia.
Fu per questo che Ruggero secondo spos la causa dell'antipapa Anacleto: e ne fu magnificamente ricompensato. Con una bolla del 27 settembre 1130, data in Benevento, Anacleto proclamava Ruggero secondo re di Sicilia sotto l'alta sovranit pontificia e stabiliva altres il diritto ereditario della sua famiglia nel nuovo regno, comprendente l'intera Italia meridionale peninsulare e insulare. Qualche tempo dopo, nel fatidico giorno di Natale caro alle incoronazioni dei monarchi d'Occidente, Ruggero veniva proclamato re. Il nuovo regno, che si accampava in pieno Mediterraneo, proteso a un tempo verso Balcani, Africa e Terrasanta, si ergeva come sfida orgogliosa contro i due imperi, il romano-germanico e il bizantino. L'averlo costituito era una provocazione audacissima, ai limiti della follia: ma era anche un geniale colpo di mano. Ruggero sapeva bene di dover la sua corona a un papa che quasi tutto l'Occidente considerava illegittimo e la causa del quale sarebbe stata prima o poi sconfitta; ma sapeva non meno bene che, se egli fosse stato tanto forte da superare le prime reazioni, l'altro pontefice - il vincitore della contesa aperta con lo scisma - non avrebbe potuto che avallare le decisioni del rivale, al fine evidente di rivendicare l'alta sovranit feudale su un regno prestigioso.
Intanto, nel marzo 1131, Innocenzo secondo e Lotario s'incontravano a Liegi. L'abate di Clairvaux sorvegliava attentamente l'esito delle trattative, e forse si dovette in gran parte a lui se esse assunsero un aspetto di straordinaria affermazione del potere spirituale su quello temporale. Lotario accett di rendere al pontefice omaggio mediante un gesto carico di significato: gli offr i propri servigi fungendo ritualmente da suo scudiero, cio tenendogli la staffa nell'aiutarlo a salire in sella e guidando poi per la briglia il suo cavallo lungo un certo tratto.
Pu anche darsi che non in tutti i momenti dell'incontro di Liegi Lotario si mostrasse cos arrendevole e disponibile, nei confronti del papa, come lo era stato nell'accedere a una tanto compromettente cerimonia simbolica. Non si deve certo sottovalutare il grande ascendente che su di lui avevano uomini come Bernardo di Clairvaux e Norberto di Xanten; senza dubbio, per, egli era anche in condizioni d'inferiorit politica rispetto a Innocenzo. La palese situazione di debolezza di Anacleto gli impediva di ricorrere tatticamente, in caso di contesa, alla minaccia di appoggiare l'antipapa: essa sarebbe stata poco credibile. Al contrario, era Innocenzo che teneva in pugno la situazione in quanto sapeva bene fino a che punto Lotario fosse, in Germania, braccato dall'opposizione politica e militare degli Hohenstaufen. Un cenno di resistenza alle sue pretese da parte del sire di Spplingenburg, ed egli avrebbe subito minacciato di concedere il proprio appoggio a Corrado di Svevia. Fu cos che Lotario fu costretto ad accedere a ogni sua richiesta e, soprattutto, a impegnarsi a scendere al pi presto in Italia: sia per prendere la corona imperiale dalle mani del pontefice, sia - e soprattutto - per reinsediarlo in quella Roma della quale egli non poteva fare a meno.
Fu soltanto nell'agosto del 1132 che il re di Germania pot intraprendere il previsto viaggio in Italia: le condizioni del regno non lo avevano consentito prima. Prese la via del Brennero e pass per Verona: ma avanzava con esasperante lentezza, e soltanto nella primavera del 1133, giunto nelle vicinanze di Roma, s'incontr con Innocenzo. La resistenza di Anacleto, asserragliato in citt, fu vinta solo in parte: l'antipapa occupava saldamente Castel Sant'Angelo e controllava la basilica di San Pietro, nella quale la tradizione voleva che si svolgesse la cerimonia dell'incoronazione imperiale. Lotario dovette cos accontentarsi di venir incoronato in San Giovanni in Laterano, il 4 giugno.
A memoria dell'evento, il Laterano sarebbe stato poi decorato di un celebre affresco, fonte di successive tensioni fra papato e impero. Esso rappresentava il nuovo imperatore in atto di rendere omaggio a Innocenzo secondo, ed era commentato da un distico latino nel quale si ricordava come solo dopo aver giurato gli Urbis honores (cio i diritti municipali di Roma) e prestato l'omaggio al pontefice, avesse ricevuto dalle sue mani la corona dell'impero. Il Dictatus Papae di Gregorio settimo non avrebbe potuto essere illustrato con maggiore chiarezza.  probabile che l'affresco sia stato dipinto alcuni anni dopo l'incoronazione di Lotario: forse nel 1139, in occasione del secondo Concilio Laterano. Comunque, per quanto la scena dell'omaggio potesse forse intendersi in maniera restrittiva - cio solo per quanto riguardava i beni matildini - non era facile sfuggire all'impressione che essa si volesse riferire specificamente, piuttosto, alla corona imperiale. O, almeno,  fuor di dubbio che cos venne interpretata in seguito.
Non va dimenticato che, proprio intorno a questi anni, Onorio d'Autun sosteneva nell'opera Summa gloria de Apostolico et Augusto che, con la "Donazione di Costantino", l'imperatore non solo aveva concesso al papa la corona imperiale (il capitolo ottavo del Dictatus Papae dichiarava che soltanto il papa poteva servirsi delle insegne imperiali, e nel 1099 una corona imperiale era stata usata effettivamente nell'incoronazione di papa Pasquale secondo) ma anche il diritto di assegnare spada e corona all'imperatore: insomma, il papa disponeva in questo modo del dominium mundi, e la funzione imperiale veniva ridotta a quella di advocatus Ecclesiae, cio delegato per le faccende temporali.
Ad ogni modo, avesse o no Lotario giurato gli Urbis honores, la citt era turbolenta e l'antipapa non rimaneva inattivo. Il sovrano tedesco dovette rinunziare ad ogni eventuale progetto di proseguire il suo viaggio verso l'Italia meridionale alla ricerca di un confronto con Ruggero, e si ritir prudentemente a Pisa.
L'incoronazione di Lotario fu, com'era uso, anche pretesto per nuovi accordi politici. Fra essi, particolare rilievo assunsero le conferme dei diritti metropolitani della diocesi di Brema-Amburgo sui paesi nordici e di quella di Magdeburgo sulla Polonia. Esse non solo venivano a sancire la preminenza - che assumeva anche tratti di signoria feudale - dell'impero sulle monarchie danese e polacca, ma soprattutto sigillavano con il consenso danese e pontificio quel Drang nach Osten, quella spinta verso Oriente ch'era tipica del mondo tedesco fino dai tempi di Ottone I.
La politica orientale resta, in effetti, uno dei caratteri originali, dei connotati di base, del regno di Lotario di Spplingenburg. Fu durante il suo regno che, fra l'altro, alcune grandi famiglie fondarono o consolidarono i loro possessi a oriente: gli Ascani - il casato di Alberto l'Orso - nel Brandeburgo, i Wettin in Misnia e Lusazia. La concessione imperiale della "Marca del Nord" ad Alberto l'Orso  del 1134: una volta completata la conquista, essa sarebbe diventata appunto la Marca del Brandeburgo. L'anno successivo, nel 1135, anche il re di Polonia Boleslao detto Boccatorta dovette riconoscere l'alta sovranit imperiale sul suo territorio: i diritti metropolitani di Magdeburgo su di esso non erano, come si vede, questione solo ecclesiale.
La corona imperiale e le affermazioni conseguite nella politica orientale e settentrionale costituivano ormai una sufficiente base sulla quale fondare le prospettive di futuro successo. E fu appunto su tal presupposto che Lotario e suo genero il duca di Baviera decisero di portare il risolutivo attacco contro gli Staufer invadendo, nell'agosto del 1134, la Svevia. Nel corso di una rapida quanto dura campagna la regione fu devastata, la citt di Ulm data alle fiamme e i feudatari svevi costretti al giuramento di fedelt. Il duca Federico, dinanzi a quest'inattesa offensiva, non pot che rassegnarsi: nel marzo 1135, durante una dieta riunita a Bamberga - alla quale presenziava, su richiesta di papa Innocenzo, anche Bernardo di Clairvaux -, egli si sottomise a Lotario. L'antir Corrado, vistosi abbandonato dal proprio stesso fratello, non poteva pi far gran cosa. Temporeggi fino al settembre, ma finalmente si rec a sua volta in Turingia, presso il sovrano, a dichiarare - nel giorno della festa di Michele Arcangelo - la sua sottomissione.
L'unit del regno di Germania era cos ricomposta; si trattava ora di pagare il lungo conto che papa Innocenzo non avrebbe tardato a rimettere all'imperatore. Era stato grazie all'appoggio pontificio che questi aveva acquistato il prestigio sufficiente a reimporre la propria autorit sui nobili tedeschi e a sostenere la spinta verso l'Europa orientale. Ora, il papa attendeva il suo aiuto per riconquistare definitivamente Roma, battere l'antipapa Anacleto e porre termine allo scisma.
Ai primi del 1136, durante la dieta di Spira, Lotario annunziava solennemente il proposito di scendere di nuovo in Italia: proposito ribadito a Pasqua nella dieta di Aquisgrana e poi nell'agosto durante quella di Wrzburg, in occasione della quale a Enrico il Superbo, gi detentore del ducato di Baviera, veniva assegnato altres quello di Sassonia.
La nuova campagna d'Italia cominci subito dopo Wrzburg: alla testa di un grande esercito del quale facevano parte, fra gli altri, gli arcivescovi di Treviri e di Magonza e lo stesso Corrado di Hohenstaufen ormai riconciliato, l'imperatore scese lungo la strada del Brennero e - dopo aver ricevuto atto di sottomissione da parte delle citt lombarde e aver punito quelle che (come Pavia, Cremona e Piacenza) gli si erano opposte in odio, al solito, a Milano e a Verona che si erano dichiarate in suo favore - procedette nel gennaio 1137 verso sud puntando sulla Puglia. Pisani e genovesi, d'accordo con Lotario, si preparavano frattanto ad assalire il regno di Ruggero, mentre Anselmo di Havelberg era partito alla volta di Costantinopoli per imbastire contro i normanni un'alleanza tra i due imperi.(26)
L'esercito imperiale, rafforzato dalle milizie comunali italiane, era diviso in due colonne. Lotario comandava la prima che, lungo il litorale adriatico, avanz fino alla Puglia; Enrico di Sassonia e di Baviera era alla guida della seconda, che sottomise la Toscana e poi, incontratasi con Innocenzo nel sud di quella regione, procedette verso il meridione evitando Roma dove l'antipapa era troppo saldamente attestato e, conquistando la Campagna romana, Benevento e Capua, giunse alla fine di maggio a Bari, dove le due colonne militari si ricongiunsero. Papa e imperatore poterono allora, secondo la consuetudine, riabbracciarsi. Ruggero, in fuga, era ridotto a offrire una pace che veniva ovviamente respinta.
Ma l'abbraccio fra Lotario e Innocenzo era tuttavia quello di due fratelli che non si amavano granch. E l'orizzonte era ancora ingombro di parecchie nubi: una guarnigione normanna occupava ancora la piazzaforte di Salerno, che dissapori fra imperiali e pisani avevano impedito di piegare; l'esercito poi, stanco per l'estenuante campagna si rifiut di inseguire Ruggero fino in Sicilia per avere definitivamente ragione su di lui, come Lotario avrebbe desiderato; e infine sorsero fra papa e imperatore pesanti contese a proposito sia di Rainaldo, abate di Montecassino - che aveva s riconosciuto di buon grado la sovranit di Lotario, ma non intendeva abbandonare la causa dell'antipapa - sia della successione al ducato di Puglia, sul quale tanto il pontefice quanto il sovrano vantavano diritti di signoria eminente.
Lotario dovette ancora una volta cedere dinanzi al papa. Accett per quel che riguardava il ducato di Puglia il compromesso (anche perch non gli erano ignoti i diritti dell'impero di Costantinopoli su quelle terre), e inghiott anche la deposizione del fedele abate cassinese Rainaldo. La sua pur trionfale discesa in Italia era comunque fallita, dal momento che egli non aveva potuto fiaccare del tutto la resistenza di Ruggero; inoltre, aveva perduto interesse alla causa del violento e intransigente Innocenzo che si era rivelato tanto petulante nel pretendere quanto arcigno e restio nel concedere.
Ma, forse, quel che soprattutto non lo interessava pi era la vita. Aveva passato ormai la settantina, et veneranda per quei tempi: e la morte gli camminava da parecchio tempo accanto. Ripart nel settembre dalla Puglia, accompagn il papa fino a Farfa nella Sabina e da l risal in fretta l'Italia; pass le Alpi nell'autunno ormai inoltrato e si spense poco oltre, a Breitenwang nel Tirolo, in una modesta baita, il 4 dicembre. Il suo corpo, recato nell'avita Sassonia, fu sepolto nel monastero di Lutter che egli aveva fondato.
Ruggero di Sicilia vegliava attentamente sulle occasioni di rivalsa. Appena sgombrato il Meridione dalle armate imperiali, si precipit a Salerno tentando da l la riconquista: ma il nuovo duca di Puglia Rainolfo, di nomina congiunta pontificio-imperiale, lo sconfisse nuovamente nell'ottobre. D'altro canto Innocenzo, resosi conto che non era facile eliminarlo, aveva deciso di aggirare l'ostacolo costituito dalla sua ostilit. Dopo la nuova batosta militare subita, il normanno acconsent a riconsiderare la questione dello scisma, e i due papi inviarono presso di lui, rispettivamente, Bernardo di Clairvaux e il grande canonista Pietro di Pisa. Bernardo riusc a convincere della bont della causa di Innocenzo il suo dotto contraddittore; non persuase per il re, dal momento che per questi la questione di fondo era una, e molto semplice: avrebbe acconsentito Innocenzo a confermargli quella corona che Anacleto gli aveva concesso?
Al solito, i fatti s'incaricarono di sciogliere il dilemma altrimenti difficile a risolversi. Con la morte di Lotario, la guida dell'impero era rimasta vacante e le appena sopite lotte si andavano riaccendendo; da parte sua, l'antipapa Anacleto moriva il 25 gennaio 1138. Ruggero cerc di guadagnar tempo perpetuando lo scisma, e appoggi a tale scopo l'elezione di un nuovo antipapa nella persona del cardinale Gregorio: ma Bernardo di Clairvaux intervenne un'altra volta e, soggiogato dal fascino e dall'autorit del grande mistico, Gregorio non pot che recarsi presso Innocenzo e far atto di sottomissione.(27)
Una volta di pi, il papa si rivel in quel frangente incapace sia di moderazione, sia di sensibilit politica. Vincitore, volle stravincere; padrone assoluto della tiara, volle aggiungere alla sua corona il fiore avvelenato della vendetta perseguitando gli antichi partigiani dell'antipapa, anche quelli che da tempo avevano fatto ammenda.
Durante il Concilio Laterano del 1139, convocato appositamente per celebrare il trionfo di Innocenzo, la scomunica contro Ruggero di Sicilia fu solennemente ribadita. Il papa era ben deciso a dare un seguito militare a tale provvedimento spirituale, e nel giugno moveva contro il sovrano. Tuttavia, in una battaglia sul Garigliano, a Mignano, veniva da questi sconfitto e fatto prigioniero.
L'astuzia e il tradizionale senso diplomatico dei normanni fecero il resto. Il pontefice catturato fu circondato di onori, ma gli venne nel contempo fatto chiaramente intendere che la sua libert aveva un prezzo: la corona di Sicilia. Del resto, concedendo Sicilia e Italia meridionale in feudo a Ruggero, Innocenzo sapeva di liberarsi quanto meno dall'ipoteca imperiale che tre anni prima gli aveva imposto uno scomodo condominio sul ducato di Puglia. Anche l'ultimo grande nucleo della resistenza meridionale contro Ruggero, Napoli, gli si arrendeva intanto pacificamente: quanti gli erano stati fino ad allora nemici si affrettavano a mutar atteggiamento. Lo stesso Bernardo di Clairvaux gli scriveva in termini di lode, ben conscio che la Chiesa si era guadagnata un nuovo, potente alleato; e grato al re che aveva permesso ai cistercensi di fondare le due grandi abbazie di Fossanova e Casamari.
Mentre tutto ci accadeva in Italia, la Germania tornava a risonare di grida di guerra ripercosse di castello in castello.
L'elezione regia del 1138 riproduce, sotto spoglie mutate e addirittura di segno in apparenza contrario, la situazione e gli esiti del 1125. Anche allora, molti e contrastanti principi sono sul tappeto, da quello dinastico - ma il re scomparso non ha eredi maschi diretti - a quello della designazione da parte del sovrano precedente, a quello elettivo caro all'aristocrazia laica e soprattutto ecclesiastica. Anche allora, il candidato pi forte e dotato di maggiori e migliori titoli alla successione viene scartato, e la ragione della sua sconfitta sta proprio nel fatto che lo si ritiene il pi forte. Anche allora la Chiesa romana, attraverso un suo presule ch' anche principe dell'impero, riesce a imporre il suo candidato. E anche allora tutto ci conduce a uno scontro tra opposte famiglie e opposte fazioni, insomma alla guerra civile.
Alla morte di Lotario, non v'era dubbio che il candidato pi ovvio e per pi versi naturale alla corona regale di Germania - e quindi a quelle d'Italia, di Borgogna e infine imperiale - fosse il duca di Sassonia e di Baviera Enrico il Superbo, designato dal sovrano suo suocero che gli aveva affidato le insegne regali; egli era gi del resto, a vario titolo, signore di gran parte del regno. Ci avrebbe fatto tacere le voci di nuovi disordini, consentito il proseguimento della politica di espansione tedesca verso l'Est europeo e anche permesso la prosecuzione d'una linea di condotta un po' pi ferma nei confronti dell'intransigente pontefice Innocenzo secondo, secondo le tendenze che lo stesso Lotario aveva rivelato nell'ultima parte della sua campagna italiana.
Ma proprio questo faceva s che il duca Enrico non fosse troppo ben visto n a Roma n da parecchi vescovi tedeschi che, conoscendone la forza politica e militare, avevano buone ragioni di pensare che - una volta cinta la corona - egli avrebbe potuto farsi valere molto al di l dei limiti che essi erano disposti ad accettare.
Ancora una volta, un prelato intraprendente seppe egemonizzare senza scrupoli una minoranza d'elettori, soprattutto ecclesiastici. Tale ruolo spett ad Adalberone di Montreuil arcivescovo di Treviri, che riusc a fare in modo che il papa accettasse la candidatura dello scomunicato antir di qualche anno prima, Corrado di Svevia. Il legato pontificio cardinal Teoduino non consent neppure, anzi, che una vera e propria elezione regale avesse luogo; bens procedette di persona, insieme con l'arcivescovo di Treviri, all'incoronazione del suo candidato in Aquisgrana, il 13 marzo. Per la verit, la tradizione avrebbe voluto che a officiare fosse l'arcivescovo di Colonia, della cui sede metropolitana la diocesi di Aquisgrana era suffraganea: ma in quel momento la cattedra coloniense era occupata da un presule che non era stato ancora consacrato. E soprattutto si aveva fretta.
Prima dell'incoronazione, il 7, si era tenuta - tanto per salvare la forma - una dieta elettorale in Coblenza. Ma i giochi erano ormai fatti: al punto che, pi che d'un'elezione, s'era trattato di una cerimonia di giuramento di fedelt al nuovo re, significativamente disertata sia da Enrico sia dai nobili sassoni e bavari. Nipote di Enrico V, Corrado rappresentava la continuit dinastica francone esattamente come Enrico avrebbe rappresentato quella sassone; e d'altronde, il fatto che a Coblenza fossero presenti solo franconi e svevi - cio due soltanto delle quattro etne che storicamente costituivano il popolo tedesco - forniva un ulteriore significato all'evento. A livello dinastico non meno che a livello etnico, la Germania era di nuovo spaccata in due: da una parte sassoni e bavari schierati dietro alla casa guelfa, dall'altro franconi e svevi decisi ad appoggiare gli Staufer.
Non che le cose, si badi bene, fossero cos rigorosamente schematiche. In particolare, erano ormai le etne che avevano fatto il loro tempo, superate dai progressi compiuti in Germania dal sistema feudale e dal concetto non pi etnico, bens territoriale sulla base del quale si organizzavano e si gestivano i ducati. Non a caso, del resto, quello guelfo, per radicato che fosse in Baviera, era a sua volta un casato nativo della Svevia.
Tra propriet allodiali e possessi feudali, Enrico il Superbo controllava un'area compatta che dal Mare del Nord giungeva alle Alpi, oltre all'eredit matildina ottenuta come vassallo del pontefice: egli poteva ben guardare quindi con una punta d'ironia quel suo antagonista sostenuto dai preti, che dominava con sicurezza soltanto le sue personali terre dell'Alta Franconia e al quale perfino il fratello Federico, duca di Svevia, sembrava disposto ad accordare un aiuto molto limitato. Tuttavia il potente duca guelfo non aveva n l'interesse n, forse, il coraggio di opporsi al fatto compiuto. Allorch il nuovo re si present in Baviera, egli si avvi a incontrarlo a Ratisbona, disposto a consegnargli le insegne del potere: ma, in cambio del suo omaggio, pretendeva la conferma tanto del ducato di Sassonia quanto di quello di Baviera. Era qualcosa di pi di una mossa diplomatica o della proposta di uno scambio di favori: era il segno preciso che ormai il tempo dei ducati etnici era finito e che il potere politico in Germania era saldamente tenuto nelle mani di grandi casati ben decisi a organizzare in modo sostanzialmente autonomo rispetto allo stesso potere regio la loro Landesherrschaft, la "sovranit territoriale" fondata su una potenza effettiva e sul meccanismo dei rapporti di dipendenza feudale.
Ma Corrado si sentiva probabilmente non gi troppo forte, semmai al contrario - e ben a ragione - troppo debole per accettare quella ch'era, nella pratica, una proposta di diarchia. Decise pertanto di sfruttare appieno l'unica vera carta che gli restava, la dignit regale, e intim al duca che la Baviera - il cui ducato questi teneva ereditariamente - gli venisse restituita, mentre affidava la Sassonia - che Enrico deteneva per un diritto trasmessogli in linea femminile attraverso la moglie che, come sappiamo, era figlia di Lotario di Spplingenburg - ad Alberto l'Orso, imparentato anch'egli per via femminile agli ultimi duchi di Sassonia della stirpe dei Billung.
La ribellione divamp per tutta la Germania: nella stessa Svevia, Guelfo sesto, fratello di Enrico il Superbo, riusc a organizzare la rivolta mentre si accordava d'altra parte con Ruggero di Sicilia il quale aveva interesse in genere a che il regno di Germania non fosse mai in pace - dal momento che la pace avrebbe indotto il re tedesco a riproporsi il problema dei suoi diritti sull'Italia meridionale -, ma soprattutto aveva individuato negli Svevi i suoi diretti avversari per i rapporti che essi andavano annodando con l'impero bizantino.
Corrado aveva, grazie al secondo matrimonio di sua madre, un fratellastro in Leopoldo di Babenberg margravio d'Austria: a lui aveva assegnato il ducato di Baviera in quanto honor - cio feudo comportante funzioni pubbliche -, dopo averlo tolto al Superbo. Quest'ultimo scomparve nell'ottobre 1139: ma restavano in campo due potenti guelfi, il di lui giovanissimo figlio Enrico - che sarebbe stato pi tardi noto come "il Leone" -, e lo zio di questi Guelfo sesto.(28) Il primo era per il momento ancora troppo giovane, dato che alla morte del padre aveva s e no dieci anni. Tuttavia, lo scomparso duca aveva lasciato dietro di s un folto seguito di fideles a lui e alla sua causa, ed essi non intendevano abbandonare il suo erede. Gi il Superbo era riuscito a sollevare la Sassonia, a cacciarne Alberto l'Orso e a farsene assegnare dallo stesso re il governo interinalmente, fino alla Pentecoste del 1140: era evidente per che non solo non intendeva cederla di nuovo, ma che si apprestava a strappare la stessa Baviera al Babenberg. La sua scomparsa aveva arrestato il suo programma, non la guerra civile.
La Germania fu cos per lunghi mesi lacerata e percorsa da due feroci gridi di guerra: "Hie Welf!"; "Hie Weiblingf". Pare fosse all'assedio di Weimberg, nel 1140, che essi si alzarono per la prima volta. Il vescovo cronista Ottone di Frisinga spiega come il primo si riferisse alla famiglia svevo-bavarese dei Welfen di Altdorf, mentre il secondo prendeva origine dal castello dei Weiblingen sulle montagne dello Hertfeld, nella diocesi di Auguste, appartenente agli Staufer. Da quei gridi di guerra nacquero i termini "guelfi" e "ghibellini", destinati a riempire di s - con significato diverso e con infiniti malintesi - la storia italiana dei successivi tre secoli.
Nell'ottobre del 1141, a due anni dalla scomparsa di Enrico il Superbo, anche Leopoldo d'Austria-Baviera moriva. Nel 1142, durante la dieta di Francoforte, il re accett che la Sassonia tornasse di diritto al figlio del Superbo, cio a Enrico il Leone; ma, per chiudere la questione della Baviera, egli ne concesse l'honor al fratello di Leopoldo, Enrico di Babenberg, famoso col soprannome di Jasomirgott in grazia della sua esclamazione preferita: "Ja so mir Gott hilfe" (Cos mi aiuti Iddio). Combinando un matrimonio fra Gertrude, figlia dell'imperatore Lotario e vedova di Enrico il Superbo, ed Enrico Jasomirgott, margravio d'Austria e ora duca di Baviera, Corrado salvava sia la sua decisione di assegnare quest'ultima ai suoi fratellastri Babenberg, sia la necessit di tener conto dei diritti dei Welfen. L'altera signora sassone si ritrovava cos di nuovo duchessa, e per giunta margravia, mentre vedeva garantiti i diritti di suo figlio Enrico al ducato di Sassonia. Poteva dirsi in fondo soddisfatta.
Corrado, da parte sua, gioc fino in fondo la carta della politica familiare appoggiandosi tanto agli Staufer quanto ai Babenberg e ai Sulzbach, la famiglia dalla quale proveniva sua moglie. Per questo adott come figlia sua cognata, Berta di Sulzbach, in modo da elevarla al rango regio e permetterle cos di sposare il porfirogenito Manuele Comneno, principe ereditario di Costantinopoli. Il matrimonio sarebbe avvenuto nel 1146, quando Manuele era ormai basileus. Corrado fidanz inoltre il suo ancor giovanissimo figlio Enrico a una figlia del re d'Ungheria e contrasse patti matrimoniali in base ai quali due sue sorellastre della casa dei Babenberg avrebbero dovuto andare spose, rispettivamente, al re di Polonia e al duca di Boemia.
E ci per la politica orientale. Frattanto, la sorella di Corrado era divenuta duchessa della Bassa Lorena; e, fra i molti figli che Agnese di Franconia aveva avuto da Leopoldo di Babenberg, ve n'erano alcuni che avevano intrapreso la carriera ecclesiastica e che, col favore del re, avevano ottenuto ottime sedi: Ottone divenne vescovo di Frisinga, altri due ottennero le cattedre vescovili, rispettivamente, di Passau e di Hildesheim. Insomma, anche Corrado poteva dirsi soddisfatto.
Chi soddisfatto non era per niente era il fratello minore del Superbo, Guelfo sesto di Memmingen. L'assetto uscito dalla dieta di Francoforte lo tagliava fuori dal gioco dell'alta nobilt, mentre la Baviera gli sembrava in un modo o nell'altro perduta definitivamente per la sua famiglia: Gertrude infatti, con il suo secondo matrimonio, aveva definitivamente reciso i rapporti con essa e al momento v'era poco da sperare dal non ancora adolescente Enrico di Sassonia.
Guelfo continu quindi per conto suo la lotta. E seppe associarsi - in questa inutile e dissipante rissa feudale che lo vedeva correre, quasi solo, da un castello all'altro della Germania del sud - il giovane Federico, terzo di questo nome come duca di Svevia, il quale per parte di padre era Staufer e nipote del re, ma per parte di madre apparteneva alla casa guelfa mentre, come principe e detentore dello honor di Svevia, si sentiva altrettanto fuori dello zio Guelfo dal grande gioco del potere, quello nel quale si decideva delle corone regali e magari del quasi inutile ma prestigioso trono imperiale.
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5. UN GIOVANE SIGNORE DAI CAPELLI FULVI.
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Quando sia nato Federico di Svevia, con precisione non  dato sapere. N questo deve stupire, dal momento che nel dodicesimo secolo - e del resto a lungo anche pi tardi, fino alle soglie dell'et moderna e addirittura dopo - era abbastanza difficile che l'anno della nascita di qualcuno venisse memorizzato con precisione. Si potevano semmai ricordare il mese, il giorno e magari l'ora: il giorno era importante in rapporto all'anno liturgico e alle solennit patronali, e - ancora - mese giorno e ora potevano servire ai pronostici astrologici. Ma l'anno era relativamente poco significativo e, quando veniva ricordato, lo era pi spesso grazie al meccanismo delle coincidenze: l'anno del grande freddo, l'anno della mora, l'anno della tal guerra e via dicendo. Le differenze di computo fra luogo e luogo complicavano ulteriormente le cose. Vero  che, per i grandi della terra, questo discorso va in parte rivisto. I meccanismi della "maggior et", quindi della piena capacit giuridica, potevano decidere delle fortune e della stabilit di un regno o di un principato feudale, ed era quindi importante poter conoscere ed essere in grado di testimoniare pubblicamente l'et di un principe. Ma l'incertezza, in parecchi casi, permaneva.
 il caso di Federico. Si  tutti d'accordo sul fatto ch'egli sia nato intorno al 1120, e comunque nella prima met del terzo decennio del secolo: ma tutte le ipotesi sono insicure, e mancano prove definitive in favore dell'una piuttosto che dell'altra. Crediamo ad ogni buon conto che egli non avesse ancora trent'anni nel 1152, quando fu elevato al trono tedesco, per quanto non manchi chi ritiene che ne avesse allora gi trentadue, che fosse cio nato proprio nel 1120.(29)
Il fatidico castello di Hohenstaufen e il monastero di Lorch, vale a dire i due centri della tradizione degli Staufer, erano stati fondati entrambi da Federico di Bren, il piccolo nobile svevo che come gi s' detto dovette la sua fortuna alla fedelt dimostrata nei confronti dell'imperatore Enrico quarto. Il conte di Bren mor prima del 1094; largamente in tempo per vedere suo figlio - che portava il suo stesso nome - sposare Agnese, figlia del tragico sovrano francone, e divenire Federico primo duca di Svevia. L'ambito territoriale del ducato era grosso modo compreso tra le Alpi, i Vosgi, il corso superiore del Reno, i fiumi Neckar e Lech. Il ducato concesso agli Zhringen, e ritagliato alla fine dell'undicesimo secolo entro i confini tradizionali di quello svevo, aveva ridotto la potenza e il prestigio dei duchi di Svevia cui aveva sottratto alcuni territori nella Svizzera odierna e nella Foresta Nera. Ma, per i discendenti dei signori di Bren, tale carriera era sempre e comunque eccezionale.
Da Federico I, morto nel 1105, e da Agnese di Franconia, erano nati Federico detto "il Losco" (o "l'Orbo"), che divenne secondo duca di Svevia di questo nome, e Corrado, colui che nel 1138 sarebbe stato incoronato re di Germania. Federico aveva sposato Giuditta di Baviera, sorella di Enrico il Superbo e di Guelfo sesto e nelle vene della quale scorreva, grazie alla di lei madre Wulfhild, anche il sangue dei Billung di Sassonia. Da Federico e da Giuditta era nato lui, il nostro protagonista.
Federico il Losco visse fino al 1147; e gi sappiamo ch'era stato lui l'iniziatore della lotta contro il cognato Enrico il Superbo, sostegno principale dell'imperatore Lotario di Spplingenburg.
Vediamolo da fanciullo, quest'altro Federico che fra pochi anni, con l'epiteto di "Barbarossa", riempir di s le cronache d'Europa. Il suo snello corpo di ragazzo  alimentato da una miscela del pi prezioso e nobile sangue tedesco:  figlio di un duca di Svevia e di una dama dei Welf di Baviera; suo zio materno Enrico il Superbo  il pi gran signore di Germania, quello al quale l'imperatore Lotario ha concesso anche il ducato di Sassonia; suo zio paterno  invece Corrado, che di l a pochi anni sar re di Germania. Ma questo non basta ancora. Nonna paterna di Federico  Agnese, figlia dell'imperatore Enrico quarto; nonna materna Wulfhild, della stirpe dei Billung signori di Sassonia.
Dal 1125, cio dalla morte dell'imperatore Enrico V ch'era fratello di sua nonna Agnese, il piccolo e poi il giovane Federico era abituato ad avere in famiglia re e pretendenti alla corona. Prima Lotario di Spplingenburg, padre di sua zia materna Gertrude, era salito al trono col favore di zio Enrico (il "Superbo"), sollevando le ire di suo padre Federico, il favorito della vigilia; poi, nel 1138, era toccato a zio Corrado aver la meglio contro zio Enrico che aveva visto giungere il suo turno di favorito della vigilia, cio di scornato del giorno dopo.
Federico aveva passato la fanciullezza fra le guerre civili del decennio 1125-35, finch suo padre Federico e suo zio Corrado non si erano sottomessi a Lotario; era poi entrato nell'adolescenza in mezzo alle guerre civili del 1139-42. L'anno della dieta di Francoforte, poteva avere dai sedici ai ventidue anni: era, ormai, nel fiore dell'et cavalleresca, nel suo bel maggio guerriero. Ma la cultura cortese, che gi mostrava qualche fiorente boccio a ovest del Reno dove da tempo ormai si cantavano le gesta di Rolando e si narravano le imprese della prima crociata, stentava a penetrare fra gli arcigni castelli e le opache foreste della Germania; fosse pure la Germania sud-occidentale, tanto pi dolce - con le sue belle citt e i suoi vigneti dal vino chiaro e leggero - del nord ancora intorpidito fra le brughiere sassoni e i cupi dossi montani dello Harz e della Turingia.
Non sappiamo quasi nulla dell'infanzia e dell'adolescenza di Federico: cos come non sappiamo quasi nulla, in genere, dell'infanzia e dell'adolescenza di chi  vissuto nel dodicesimo secolo, nemmeno quando sia appartenuto a una grande famiglia. Certo, di tanto in tanto li vediamo, questi ragazzi: ed  evidente che tanto pi si mostrano quanto pi in alto sono nella scala sociale. Ma sono presenze timide, fugaci, il pi delle volte occasionali o ridotte magari ai puri nomi o a scarne indicazioni d'et. Li scorgiamo qua e l fra i documenti; a volte ci sgusciano dinanzi in qualche trattato etico o religioso; nella maggior parte dei casi qualcuno di loro s'infila in certe cronache o in certe curiose narrazioni autobiografiche, come il De vita sua di Guiberto abate di Nogent. E forse nelle leggende agiografiche, nelle vite dei santi, che questi cuccioli d'uomo ai quali la sensibilit del tempo sembra non mostrare attenzione - e per i quali sembra non provare affetto - fanno pi spesso la loro comparsa: magari perch, ammalati, si trovano miracolosamente guariti. E cos ci troviamo dinanzi alla galleria delle sofferenze dei piccoli, delle malattie infantili. Tempi duri, questi del "profondo" Medioevo, per bambini e ragazzi: non a caso, l'episodio scritturale pi noto del quale siano protagonisti dei fanciulli - a parte la Nativit -  la Strage degli Innocenti. I Poenitentialia altomedievali, insistendo nel condannare aborto e infanticidio, ci ricordano quanto frequenti essi dovevano essere; e una celebre Chanson, quella di Amis et Amiles, presenta come gesto paradigmatico d'amore fra amici fraterni l'immagine di un padre che sgozza piamente le sue creature per procurare del sangue giovane e fresco con il quale guarire - secondo le credenze terapeutiche del tempo - la lebbra dell'amico. Ma anche quando si aveva la fortuna di non venire assassinati prima di nascere o non si avevano amici di famiglia lebbrosi che girassero per casa, il mestiere del bambino doveva essere scomodo. L'abate Guiberto di Nogent, vissuto a cavallo fra undicesimo e dodicesimo secolo, narra d'una visione avuta dalla madre, cui era apparso il fantasma del marito (padre quindi di Guiberto), che soffriva dopo la morte in punizione di un suo adulterio. Da quella relazione era nato un pargolo: ed ecco, nella visione, il frutto della colpa che frigna - ombra vana anche lui - accanto al padre.  un povero innocente, il bastardo: ma  morto senza battesimo, e quindi soffre anche lui. In suffragio dei due poveracci, la madre di Guiberto accetta pazientemente di adottare un neonato, sopportandone per penitenza gli strilli. La buona signora, in questo suo nuovo rapporto con un piccolo indifeso, non sa vedere altro che espiazione. E andava sempre abbastanza bene quando nasceva un maschio; che la femmina -  ancora Guiberto a ricordarlo - appartiene al sesso deterior.(30) Certo, non  che ignoriamo tutto, ad esempio, della pedagogia altomedievale; al contrario, ne sappiamo abbastanza, sia pure non tanto quanto della pedagogia antica. Il problema  piuttosto vedere come certi principi generali venissero poi applicati nella pratica. Comunque, tali principi non sono confortanti. Nella Bibbia, ad esempio, il pi alto elogio che si fa a un ragazzo  quello di non esser tale: "Era il pi giovane di tutti, ma non aveva mai agito come un ragazzo", dice il libro di Tobia;(31) nelle vite dei santi,  frequente l'allusione al piccolo predestinato alla santit che si comporta come un adulto, anzi magari come un vecchio. Dai libri sapienziali della Bibbia si trae una pedagogia della frusta di gran lunga pi dura di quella romana: "Il ragazzo ha la folla aggrappata al suo cuore, e soltanto la verga della disciplina gliela stacca di dosso"; "Frustate e punizioni procurano la saggezza; il figlio abbandonato a se stesso diviene la vergogna della madre".(32) La teoria generale della pedagogia - e della psicologia - medievale,  stato Agostino a redigerla nel capitolo 7 del primo libro delle Confessioni: il bambino  assediato sin dall'infanzia dalle forze del male; il sigillo del peccato originale l'ha segnato, ed  perci che egli  capriccioso, prepotente, orgoglioso, pigro, goloso, ladro. Il bambino ha un senso positivo solo nella misura in cui deve crescere.
Dei ragazzi avviati agli studi - il che, nell'Alto Medioevo, significa con ogni evidenza alla vita monastica - sappiamo quanto riguarda la loro disciplina e i libri sui quali debbono imparare. Per la classe dirigente laica, fino dall'et carolingia possediamo una quantit di Specula principum, di manuali etico-pedagogici. Fra 841 e 843, ad esempio, la margravia Dhuoda di Settimania scriveva per il figlio Guglielmo, allora pi o meno sedicenne, un Liber manualis nel quale gli illustrava elementi di politica, di morale - molto insistendo sulla castit -, di teologia e gli forniva perfino una sorta di piccolo breviario per laici ispirato largamente al trattato di Alcuino De usu Psalmorum.(33)
Certo, fra nono e dodicesimo secolo l'educazione mut alquanto, in Germania non meno che altrove. Nel decimo secolo, le scuole dei monasteri di Corvey e di Gandersheim erano celebri: e da quell'ambiente dovevano uscire personaggi illustri nella cultura del tempo, come la monaca Hrosvita, scopritrice e rielaboratrice del teatro terenziano. Intanto Ratisbona, con il monastero di Sant'Emmerano famoso per il suo docente Othlone - un altro autobiografo ispirato ad Agostino - era tanto famosa da poter essere definita "seconda Atene", e l'abbazia di Tegernsee in Baviera andava orgogliosa del suo maestro, Fromondo.
Dopo la "rinascita carolingia", insomma, era adesso la "rinascita ottoniana" a vivificare la cultura euro-occidentale. Nel 996, l'imperatore Ottone terzo aveva chiesto alla grande e famosa abbazia di San Gallo - nella quale esisteva tanto una scuola per gli oblati quanto una per i chierici esterni, che non avevano una vocazione monastica - che gli fossero inviati dei maestri col istruiti. In questo modo, il celebre monastero aveva collaborato alla fondazione del sistema scolare tedesco.
Ma tutto ci riguardava soprattutto la cultura e l'apprendimento dei chierici. Che cosa accadeva, frattanto, per quel che concerneva i laici?
L'aristocrazia dei secoli decimo undicesimo  logicamente molto pi incline a insegnare ai suoi figli a cavalcare, a tirar d'arco e a cacciare, piuttosto che non a leggere. Dalle Chansons de geste apprendiamo parecchie cose sul tirocinio militare: a prender dimestichezza col cavallo e a sopportare il pesante armamento dell'epoca - l'usbergo di maglia di ferro, il grande scudo a mandorla, l'elmo conico provvisto di nasale, la lunga lancia, la spada dalla larga lama - bisogna imparare fin da piccoli. Fate arrivare un ragazzo alle soglie dell'adolescenza senza che abbia preso la necessaria confidenza con le armi, e non sar pi buono a nulla: potrete farne solo un prete.
Tuttavia, le eccezioni c'erano: e, significativamente, erano al vertice della piramide feudo-nobiliare. Pensiamo a Guglielmo il Grande, conte di Poitiers e d'Aquitania, che govern fra 990 e 1029: amico di uno dei pi grandi studiosi del suo tempo, Fulberto di Chartres, secondo il cronista Ademaro di Chabannes, aveva nel suo palazzo una grande quantit di libri; quando le cure della guerra gli lasciavano un minuto leggeva da solo, fino ad addormentarsi sulle pagine aperte.
La figlia di Guglielmo, Agnese, andando sposa all'imperatore Enrico terzo aveva trovato al di l del Reno un ambiente culturalmente forse non altrettanto vivo ma certo non stagnante. Enrico aveva avuto come maestro il poeta Wipone, il quale gli aveva indirizzato una serie di precetti in forma proverbiale ispirati a una moderata saggezza volutamente alternativa all'ascetismo: digiunare va bene, ma quando non  il caso  meglio mangiare e riposarsi quanto sia necessario per la salute; la misura  buona norma in tutte le cose; gli eccessi sono da fuggire. Verso il 1050 era stato composto nel monastero di Tegernsee un poema epico latino, il Ruodliep, del quale ci restano ampi frammenti e che sembra gi - con qualche decennio di anticipo sulla stessa Francia - enunciare un'etica di tipo cortese-cavalleresco. Il protagonista del Ruodliep  un miles peregrinus: verrebbe voglia di tradurre gi quest'espressione con quella di "cavaliere errante". Esule perch coinvolto nel meccanismo inesorabile della faida, la vendetta privata, egli giunge in incognito presso una corte dove si fa apprezzare per le sue doti e dove lo vediamo giocare a scacchi e a dadi, proporre indovinelli, danzare la danza "del falcone e della rondine". In procinto di abbandonare quella dimora dove ha conosciuto la serenit, Ruodliep si lascia insegnare dal re alcuni precetti ispirati a saggia misura: non lasciarsi prendere dall'ira, esser sempre fedele, ricercare la pace, tener presenti le verit religiose. Da quest'impianto etico-parenetico del Ruodliep, come dai proverbi di Wipone, spira un'atmosfera che si sarebbe tentati di definire cristiano-laica e nella quale una sottile patina evangelica si accompagna a un tessuto morale che sembra recuperare gli insegnamenti di Cicerone e di Seneca. E appunto il De Officiis di Cicerone, come il De Clementia di Seneca, sono alla base di quell'etica cavalleresca che nella seconda met dell'undicesimo secolo si andava elaborando in Francia sulla base dei concili convocati per sostenere il movimento della Pax Dei.
Intanto la poesia tedesca - sia quella epica, sia quella religiosa - aveva conosciuto una notevole ripresa. Una cantilena in una lingua che gi anticipa - ed avvia - il cosiddetto "altotedesco medio", e che ha come argomento i miracoli di Ges, era gi stata composta da Ezzo, scholasticus del capitolo di Bamberga, forse su richiesta di quel vescovo Gunther che nel 1064 guid un famoso pellegrinaggio in Terrasanta. Gunther conosceva d'altronde molto bene, a quel che pare, anche le antiche cantilenae epiche della tradizione germanica, lo Heliand e la "Canzone di Ildebrando" con la grande presenza eroica di Teodorico.
Ma in latino, oltre al Ruodliep, la cultura tedesca aveva ben altro. Risale al terzo quarto del decimo secolo il poema in esametri latini Waltharius manufortis, completamente rielaborato del resto verso la met del secolo successivo, quindi contemporaneamente al Ruodliep stesso. Il Waltharius  un poema che parla di guerra: ma  fortemente segnato dal modello della Psichomachia di Prudenzio, perci dall'idea che la guerra altro non  se non il modello allegorico del solo autentico scontro che il cristiano  chiamato a combattere, quello dentro se stesso contro il male e il peccato. Waltharius ha come sua specifica virt l'umilt, e combatte contro la superbia: addirittura - ma non dimentichiamo che il rielaboratore  un monaco - si coglie qua e l qualche nota dura contro la guerra in s e per s.
Specula principum e poemi epici non ci aiutano troppo, d'altronde, a sapere quale sia stata l'educazione del giovane figlio del duca di Svevia e della gran signora di Baviera.
Federico - anche se non se ne conosce con sicurezza l'anno della nascita - ha aperto gli occhi sul mondo quasi certamente prima della morte dell'imperatore Enrico V, vale a dire prima del 1125. Era quindi quasi un "nato nella porpora", un porphirogenitos, come lo avrebbero definito a Costantinopoli: perch il sovrano salico non aveva eredi maschi e Federico il Losco, padre del fanciullo, era il successore designato.
 difficile dire se dopo lo smacco del 1125 il piccolo crescesse nell'ignoranza di quanto riguardava la sua famiglia - e quindi di tutto il rancore fra il ramo paterno e quello materno di essa - o meno. Pu darsi che i suoi primi precettori, i monaci di Lorch, lo tenessero premurosamente all'oscuro di tutto; come pu darsi che gli istillassero l'odio per la conventicola di vescovi asserviti al papa di Roma che aveva tramato per strappare agli Staufer la corona alla quale essi, gli eredi legittimi della dinastia salica, avevano diritto. Fra i suoi precettori pu anche esservi stato Wibaldo, abate di Corvey e poi di Stavelot, apprezzato consigliere ecclesiastico di Corrado terzo e, si pu dire, vero cancelliere del regno. Wibaldo  uno dei principali responsabili della politica di Corrado nei confronti della Chiesa romana, una politica tanto ligia quanto lo era stata quella di Lotario di Spplingenburg.
L'educazione ricevuta da Federico dovette comunque essere anzitutto guerresca, secondo gli usi laici del tempo. Ci piacerebbe coglierlo curvo su qualche libro, o intento ad ascoltarne la lettura: ma che cosa pot essergli proposto? Di latino, certamente non troppo perch - ad onta delle solenni allocuzioni che i suoi biografi gli mettono ogni tanto in bocca - non dimostr mai n di saperne n di capirne granch: forse, quel tanto che bastava a intendere un po' di Bibbia e a seguire la liturgia. Lo avranno appassionato le antiche cantilenae germaniche? Avr cullato il primissimo germe del suo successivo amore per la Terrasanta e il pellegrinaggio armato ascoltando i versi di Ezzo sui miracoli di Ges, quel poema composto per il vescovo Gunther pellegrino e martire del 1064? Avr meditato sulle Scritture, sulla scorta magari di versioni-rifacimenti in volgare sul tipo del cosiddetto "Genesi di Vienna" scritto fra il 1060 e il 1065 da un sacerdote forse nativo della Carinzia, o della traduzione del Cantico dei Cantici che il monaco Williram di Ebersberg aveva dedicato a Enrico quarto? Certo gli avranno raccontato delle storie di animali: o nel rifacimento satirico di stampo esopiano noto come Ecbasis cuiusdam captivi per tropologiam, o su uno dei tanti codici del bestiario noto col titolo di Physiologus. Ma la cosa che pi ci incuriosirebbe, sarebbe sapere se conobbe mai il Ruodliep.  probabile di s, e il racconto delle gesta del giovane generoso dall'infanzia rattristata dalle guerre familiari gli si attaglierebbe molto bene: ma chi glielo avr letto, traducendogliene il testo latino, avr quasi senza dubbio tralasciato quelle parti dei precetti gnomici, dove al protagonista si raccomanda di diffidare di chi sia rufus, di chi abbia cio i capelli rossi. Un vecchio topos, poi ripreso fino alla noia dai nemici di quello svevo dalla chioma rotblond, biondo-ramata.
Il padre di Federico mor nel 1147: ma gi molto tempo prima di allora - praticamente dopo la sottomissione del 1135 a Lotario - si era pian piano estraniato dalla politica e, chiss, forse anche dalle cure del ducato e della famiglia. Ben conscio forse che il suo momento era irrimediabilmente trascorso, amareggiato per quella corona regia che gli era passata a un palmo nel 1125 ed era sfumata, egli aveva decisamente lasciato a Corrado la gestione delle fortune degli Staufer; e non si pu dire che l'avesse neppure granch aiutato contro i suoi cognati della casa di Baviera tra 1138-39 e 1142.
L'adolescente Federico dovette quindi affacciarsi alle cure della famiglia e del ducato. All'atto della dieta di Francoforte, poteva avere una ventina d'anni o poco meno, ed era ormai compreso dell'alto ruolo che la sua nascita lo chiamava a giocare: e, forse, anche, un po' indispettito di come le cose andavano mettendosi. Il grande momento di Federico il Losco, nel 1125, era stato determinato dal fatto che suo zio materno l'imperatore Enrico V non aveva figli maschi. Ma alla fine degli anni Trenta a Corrado era viceversa nato Enrico: e ci condannava il principe svevo a una vita in secondo piano, al servizio del pi giovane e fortunato cugino.
E chiss che in fondo, tutto sommato, Federico non celasse in cuor suo una profonda ammirazione - non osiamo dire affetto: anche perch sentimenti del genere erano, allora, molto diversi da come noi li intendiamo - per l'altro zio, il duca Enrico il Superbo antagonista di suo padre e poi di Corrado. Enrico era il fratello maggiore di Giuditta, la madre di Federico: e se purtroppo siamo, fra le molte altre cose, all'oscuro anche dei rapporti fra madre e figlio, possiamo ipotizzare senza troppo concedere alla fantasia che zio Enrico avesse parecchie doti che dovevano piacere al giovinetto. Era senza dubbio molto pi energico di suo padre: e, durante la campagna d'Italia del 1137, era stato soprattutto lui a opporsi all'invadente petulanza di papa Innocenzo secondo, considerato in Germania il principale responsabile della caduta di prestigio dell'impero e il massimo artefice - in combutta con l'arcivescovo di Treviri, il grande elettore di Corrado - dell'asservimento della corona tedesca alla Curia romana. I primi anni Quaranta dovettero essere insomma, per Federico, un periodo di frustrazione, di depressione, acuita dalla scarsa stima che l'adolescente nutriva probabilmente nei confronti del padre.
Partire, uscire dal cerchio delle montagne e delle selve sveve, dalla loro opprimente ristrettezza; farsi miles peregrinus, al pari di Ruodliep; scrollarsi di dosso l'accidiosa prudenza paterna, vendicarsi dei preti di Roma e dei loro accoliti tedeschi che avevano per due volte sbarrato al suo casato la strada al regno favorendo regolarmente il candidato che lo escludeva dal gioco; magari, chiss, vendicare la memoria del grande imperatore salico, lo sfortunato Enrico quarto che aveva tenuto per tanto tempo in scacco gli intriganti preti romani prima che essi riuscissero a rovinarlo servendosi com'era loro abitudine dei suoi stessi familiari.
Federico accorse baldanzoso, quasi fuggendo dalle sue terre con pochi amici e seguaci, al richiamo di rivolta dell'altro suo zio materno, Guelfo di Memmingen. In un primo tempo, rest abbagliato dalla generosit di questi - ch'era ben provvisto grazie all'oro del re di Sicilia - nei suoi confronti. Probabilmente per si accorse ben presto di aver commesso un errore; e si rese conto, soprattutto, che comunque stessero le cose il suo posto era dall'altra parte, a fianco di Corrado.
Da parte sua, il re lo perdon benevolmente e seppe servirsi di lui e delle sue doti di lealt e di coraggio per cercar di dominare la caotica situazione interna. Faide e guerre private insanguinarono la Germania: Federico vi si gett con ardore, ma anche - a quel che pare - con una sorta di spirito nuovo. Ad esempio combatt in Baviera contro Corrado di Zhringen, lo vinse, lo prese prigioniero ma gli rese la libert senza pretendere riscatto alcuno. Il gesto fu considerato come estremamente generoso: diremmo "cavalleresco" se tale termine alla met del dodicesimo secolo non fosse per la cultura tedesca ancora prematuro. E di generosit Federico era senza dubbio capace. Ma chiss che gi da allora non vi fosse qualche cosa di pi; ad esempio un minimo di astuzia diplomatico-familiare? Gli Zhringen erano congiunti degli Staufer, i loro territori feudali e allodiali contigui: perch non azzardare un gesto distensivo che sul momento gli avrebbe fatto perdere qualche marca d'argento, ma in seguito avrebbe potuto fornirgli un amico e alleato riconoscente?
Al di l di tutto ci, comunque, doveva farsi strada nel cuore dello Svevo la convinzione che il regno non sarebbe mai stato prospero e forte finch non fosse stato pacificato. La stessa insicurezza politica che i due ultimi sovrani tedeschi avevano drammaticamente dimostrato nei confronti della Curia pontificia, era dovuta alla cronica debolezza d'una corona in bala delle fazioni, obbligata quindi a difendersi costantemente dagli avversari interni e ad accettare pertanto aiuto, anche il pi interessato, e qualunque ricatto: giacch il prezzo di questi appoggi era sempre alto, e la loro stabilit molto precaria. Senza dubbio, a questa certezza che il rafforzamento della corona fosse necessario e a questo senso profondo della cosa pubblica - che si sarebbe precisato anche con specifica cognizione giuridica di causa, non appena le circostanze lo avessero permesso -, giovava anzitutto il fatto che egli era - e si sentiva - l'erede delle due tradizioni sveva e bavaro-sassone congiunte, il principe nel quale le famiglie che da due secoli reggevano la Germania avrebbero potuto riconoscersi. Pur avendo passato l'infanzia fra gli odi dinastici, Federico ne era esente: e ora che al fianco di Corrado aveva serenamente accettato il suo ruolo subordinato di esponente della casa di Svevia, poteva con altrettanta serenit guardare all'altra grande dinastia, i nobili e audaci Welfen.
Il re di Germania aveva tradizionalmente diritto, come gi sappiamo, alla corona imperiale: tuttavia le faccende tedesche rendevano sconsigliabile un'assenza piuttosto lunga, com'era sempre un viaggio italiano. E Corrado non sembrava nutrire soverchio interesse per un trono il cui contenuto pratico si era andato progressivamente svuotando negli ultimi decenni dopo essere stato a lungo, dalla scomparsa di Enrico terzo, soltanto fonte di guai.
Tuttavia, a Roma stavano accadendo cose di tale importanza da non poter essere a lungo ignorate alla corte del sovrano designato a coprire, quando fosse stato pronto, gli uffici di Patricius Romanorum e di Advocatus Ecclesiae.
Nel 1143 il movimento comunale, ormai affermato in tutta l'Italia centro-settentrionale, giunse anche a Roma, ch'era stata del resto a lungo provata dalla contesa relativa allo scisma tra Innocenzo e Anacleto, configuratosi in citt come lotta tra Frangipani e Pierleoni.
Innocenzo secondo non era mai stato troppo ben visto dai romani: un breve periodo di luna di miele - durante il quale egli aveva ordinato il rifacimento di Santa Maria in Trastevere, e si era costruito anche il monastero cistercense ad Aquas Salvias - fu interrotto dalle divergenze nate fra il pontefice e i romani in ordine al trattamento da imporre a Tivoli, che da tempo teneva testa a Roma. Sdegnati per l'accordo unilateralmente concluso fra papa e tiburtini, i romani presero di sorpresa d'assalto il Campidoglio e dichiararono ripristinata la pi venerabile istituzione antica, il Senato. Esso, che avrebbe iniziato la sua attivit regolare nell'ottobre 1144, non aveva beninteso niente dell'istituzione antica. Era l'equivalente del consiglio ristretto che regolava la vita dei comuni italosettentrionali e italocentrali del cosiddetto periodo consolare.
Beninteso, la faccenda di Tivoli era stata, se non proprio un pretesto, quanto meno una causa occasionale. Innocenzo secondo non fece a tempo a rispondere adeguatamente, in quanto mor il 24 settembre 1143. Gli successe, per poco pi di cinque mesi, Celestino secondo, che si pose del tutto sotto la protezione dei Frangipani; e nel marzo del 1144 egli ebbe un successore in Lucio secondo, partigiano convinto di una stretta intesa con il re Ruggero di Sicilia, cosa questa che infastidiva e preoccupava i romani.
Il comune romano, in vista del pericolo costituito dalla stretta intesa del papa con i normanni, affrett ancor pi i tempi dandosi un carattere pi marcatamente popolano e, accanto ai senatori, una magistratura nuova: un patrizio nella persona di Giordano Pierleoni. Il pontefice non era pi in grado di dominare la citt: con l'aiuto dei normanni dette l'assalto alla rocca nella quale erano asserragliati i senatori, il Campidoglio, ma in quella circostanza venne ferito e spir qualche giorno pi tardi, il 15 febbraio 1145, nel monastero di San Gregorio al Celio.
Il 27 febbraio, un paio di settimane dopo la morte di Lucio secondo, i cardinali riuniti in conclave in un monastero ben munito per paura di colpi di mano scelsero come pontefice il cistercense Bernardo, abate del monastero ad Aquas Salvias, che assunse il nome di Eugenio terzo. Suo primo atto fu la fuga verso l'abbazia imperiale di Farfa nella Sabina, giacch il Senato aveva posto come condizione per consentire l'incoronazione in San Pietro che gli fossero riconosciuti i diritti e le prerogative pubbliche di tipo temporale, i regalia.
Eugenio pose la sua residenza a Viterbo: da l, coordin la lotta contro il comune romano alla quale chiam la nobilt, i baroni della Campagna, i centri laziali minori. A Roma si comprese che non era il caso di insistere sull'intransigenza: si giunse cos a un accordo grazie al quale il patriziato fu abolito, ma in cambio si riconobbe il Senato. Il pontefice pot celebrare a Roma il Natale del 1145; e, sia pure dopo una successiva serie di scontri e di attriti, il comune fin col riconoscere definitivamente l'autorit pontificia e il pontefice a sua volta l'esistenza del comune.
Comparve in quel momento - cio quando ormai il Senato era stato fondato e la vita comunale avviata - un personaggio che Eugenio terzo, allievo e seguace rigoroso di san Bernardo, non pot accogliere se non con preoccupazione e disappunto. Si tratta di Arnaldo da Brescia, che il Concilio Laterano del 1139 aveva gi condannato per la sua opposizione al vescovo della sua citt e che era in seguito riparato in Francia dove, giovane studente, aveva conosciuto anni prima Abelardo; ora ne aveva assunto le difese, e nel 1140 lo aveva accompagnato al Concilio di Sens. Rientrato a Parigi, aveva raddoppiato gli attacchi senza risparmiare nemmeno san Bernardo, l'avversario del suo maestro, che egli descriveva come vanaglorioso e geloso. L'abate di Clairvaux non era certo uomo da perdonare accuse del genere: si rivolse personalmente a re Luigi settimo e lo incit a intervenire contro quello scismatico seminatore di discordie. Riparato in seguito a Zurigo, Arnaldo aveva trovato un difensore - nonostante le proteste fierissime di Bernardo - nel vescovo di Costanza. Cacciato alfine anche da l, pot comunque godere dell'appoggio di un suo antico condiscepolo di Parigi, il cardinal legato Guido; e fu grazie alla sua protezione (che beninteso non sfugg all'accanito abate di Clairvaux) che pot tornare in Italia. A Viterbo si riconcili, tra 1145 e 1146, con Eugenio terzo: questi era certo un ex discepolo e un seguace fedele di Bernardo, ma in quel momento era preoccupato di ben altro, l'organizzazione della crociata. Da Viterbo, Arnaldo si mosse verso Roma, pare come penitente e pellegrino. Una volta stabilitovisi, riprese per a poco a poco la sua opera di apostolato e di predicazione e - sembra gi a partire dal 1147 - forn con il fascino della sua personalit e con le sue tesi a carattere antitemporalistico un vigoroso ancorch indiretto appoggio alla lotta del comune romano contro il pontefice. Ed  infatti in Campidoglio che egli prese sempre pi frequentemente a predicare. I suoi duri e pittoreschi attacchi contro il papa che, pur cistercense - e quindi votato al pi austero degli ordini monastici -, si ingrassava "il corpo e la borsa", e contro la pompa e l'avidit dei principi della Chiesa, avevano successo non solo fra i laici ma anche nel basso clero. Eugenio terzo lanci nel luglio 1148 una bolla di scomunica contro Arnaldo, ma questi aveva ormai dalla sua l'intera citt. Il pontefice lasci allora Roma per stabilirsi, verso la fine dell'anno, a Viterbo, e da l nell'aprile 1149 raggiunse Tivoli. Come ormai ricorrentemente avveniva dai tempi di Gregorio settimo, pensava ai normanni di Sicilia come all'unica forza capace di reintegrarlo nella citt della quale era vescovo.
Cresciuto nella tradizione patarinica, Arnaldo negava con ardore alla Chiesa il diritto al potere mondano e al possesso di ricchezze: ne discendeva il suo rifiuto di qualunque forma di giurisdizione temporale detenuta da ecclesiastici, e quindi il suo appoggio al governo laico del comune di Roma contro l'alta mano che il pontefice aveva imposto su di esso secondo un'antica tradizione risalente almeno all'ottavo secolo ma che il movimento riformatore gregoriano - nel quale pure lo stesso Arnaldo riconosceva parte almeno delle sue radici -, lungi dall'aver compromesso, aveva semmai al contrario rinforzato. Ma sembra che Arnaldo predicasse ai romani anche qualche altra cosa, nuova per lui. La vita comunale lo appassionava, ed egli si rendeva conto che il nuovo esperimento non avrebbe resistito se non si fosse appoggiato a una base sociale adatta: e, contro l'alta nobilt della citt e della Campagna, supporto del potere pontificio, egli auspicava il rafforzarsi dell'aristocrazia cittadina - Vordo equestris - e dei popolani. Ma soprattutto il suo spirito colto, alimentato dalle antiche memorie, non era rimasto insensibile dinanzi al fascino d'una citt che, pur nella degradazione e nell'abbandono, conservava ancora imponenti tracce del suo passato glorioso. E allora questo tormentato monaco vagabondo, questo senza-patria che aveva pur conosciuto il sottile e avvincente ragionare di Abelardo e aveva saputo guadagnarsi il favore di un cardinale, fin col votarsi alla sedes imperii, alla fons libertatis, alla domina mundi. Di fronte alla Roma costantiniana ereditata dal papa secondo il Dictatus di Gregorio settimo, dinanzi alla translatio imperii dai romani ai franchi ai germani nella quale consisteva il nucleo dell'idea imperiale ottoniana e salica, in alternativa a quella stessa altera Nova Roma sul Bosforo, quella Costantinopoli erede e continuatrice dell'impero, si andava ora ergendo - dall'arcigna rocca capitolina trasformata in fortezza - una nuova sia pur municipale consapevolezza, una nuova fierezza repubblicana. Era una ridicola pretesa, questa di quattro nobilucci e popolani d'una citt di ruderi e di caprai, di aver diritto al dominium mundi: ma era anche il primo vagito d'una grande intuizione e, se si vuole, di una grande utopia moderna, che avrebbe improntato di s e della sua illusione la cultura e la politica degli otto secoli a venire.
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6. SPIRA, COSTANTINOPOLI, GERUSALEMME.
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Dalla scomparsa di Maometto, si pu dire che l'Islam non abbia pi trovato una vera e propria unit; pure, attraverso lotte familiari e congiure di palazzo, per un secolo almeno i califfi omayyadi di Damasco erano riusciti a mantenere una parvenza di concordia fra emirati centrifughi e fiere trib nomadi assetate di libert e dedite alla guerra fra loro, contrapposte scuole coraniche e prospere citt portuali e carovaniere fedeli al Corano ma bisognose di commerciare.
Dalla met dell'ottavo secolo, tuttavia, l'affermarsi del califfato abbaside di Baghdad aveva determinato un primo, definitivo scisma: e un califfato concorrente, di tradizione omayyade, era sorto nella lontana Cordoba. Da allora, il mondo musulmano - esteso dalle Colonne d'Ercole fino alla lontana India - non aveva pi trovato un suo centro politico-religioso. Bastava il centro sacrale, la Pietra Nera della Kaaba alla Mecca, alla quale ogni buon credente doveva peregrinare una volta almeno nella vita.
Ma per l'Occidente cristiano l'Islam era una cosa sola: lo schieramento immenso e. avvolgente dell'armata dell'Anticristo. Chansons de geste e Chansons de croisade erano d'accordo nel dare agli infedeli sembianze semiferine, mostruose, demoniache.(34) La lotta contro il saraceno era figura della psicomachia, della pugna spiritualis. La crociata diveniva cos anzitutto la guerra del Bene contro il Male, che ciascun cristiano combatteva all'interno della sua anima.
A met del dodicesimo secolo, il mondo cristiano aveva l'impressione che l'Islam stesse, nel suo complesso, perdendo terreno. In Spagna, dopo l'ondata almoravide proveniente dall'Africa, i regni cristiani erano tornati all'offensiva e nel 1146 Alfonso settimo, re di Castiglia e di Leon, iniziava la conquista dell'Andalusia. In Catalogna, il conte Raimondo Berengario quarto si apprestava attorno agli stessi anni a eliminare le ultime piazzeforti musulmane a settentrione del fiume Ebro. Intanto Alfonso primo del Portogallo, proclamato re dopo la vittoria sui Mori del 1139, conquistava nell'ottobre 1147 la citt araba di Lisbona con l'aiuto di un'eterogenea armata di crociati fra cui v'erano scandinavi, scozzesi, bretoni, fiamminghi, lorenesi e anglonormanni. E infine lungo tutto il quinto decennio del secolo re Ruggero di Sicilia alternava mosse diplomatiche e campagne navali contro il regno zirita dell'Africa settentrionale, e nel 1148 riusciva a conquistare al-Mahdiah, che gi i pisani avevano saccheggiato nel 1087.
Grandi vittorie cristiane che accendevano l'entusiasmo di cavalieri e di monaci occidentali: al punto che, come attesta Bernardo di Clairvaux, era difficile mantenere la disciplina negli stessi monasteri. E poich gi lo strumento crociato cominciava a smarrire i suoi originali connotati di pellegrinaggio armato verso Gerusalemme per assumere quelli, nuovi, di guerra contro gli infedeli - un aspetto che, fino allora, era stato secondario e tutto sommato neppure esplicito -, i nobili della Bassa Germania (cio della Germania settentrionale), con l'appoggio di danesi e polacchi, stabilivano nel 1147 di gettarsi in una tumultuosa corsa di conquista, che fu riconosciuta come crociata, attraverso il nord-est europeo, fino alla Pomerania.(35)
Eppure, tutto questo entusiasmo crociato nasceva per certi aspetti da un senso di sgomento, se vogliamo di collettiva paura isterica. L'impressione che l'Islam indietreggiasse dal Portogallo all'Africa settentrionale - che era errata, dal momento che non si trattava affatto di una potenza unitaria, monolitica - era compromessa da un'eccezione sola, ma straordinariamente grave: lo scacchiere siriaco, a ridosso immediato di quella Terrasanta la cui conquista era stata la gloria della prima crociata. L, una nuova vigorosa offensiva musulmana rischiava di compromettere il retaggio di mezzo secolo, il regno franco di Gerusalemme, e i principati di Edessa, di Antiochia, di Tripoli, di Transgiordania che ad esso facevano fedelmente capo.
Nel 1143 erano venuti a mancare, a pochi mesi di distanza l'uno dall'altro, sia il basileus di Costantinopoli Giovanni Comneno sia il terzo re franco di Gerusalemme, Folco d'Angi. Se Giovanni aveva intrapreso una vigorosa campagna orientale obbligando alcuni principi crociati a riconoscere la sua autorit, il suo successore, Manuele, sembrava invece disinteressarsi dello scacchiere asiatico e guardare semmai con insistenza al mondo europeo che esercitava su di lui un grande fascino. A Gerusalemme, intanto, la corona regale veniva cinta da Baldovino terzo, un giovinetto quattordicenne affidato alla debole reggenza della madre Melisenda, figlia di Baldovino secondo e di una principessa armena. La corte gerosolimitana, retta dall'incerta mano di questa sovrana franco-orientale, affondava negli intrighi: e intanto il principe di Antiochia Raimondo di Poitiers e il conte di Edessa Jocelin secondo di Courtenay approfittavano della situazione per sciogliersi sempre di pi dai loro legami vassallatici nei confronti del regno e darsi a una politica indipendente rivolta ai potentati turchi, armeni e siriaci che confinavano con le loro terre; la loro sorda reciproca rivalit aggravava la situazione, richiamando sulla frontiera settentrionale del regno franco-siriaco l'attenzione di quell'Islam che - colto di sorpresa in quanto diviso da scismi califfati e lotte intestine all'atto della prima crociata - si andava adesso rapidamente riorganizzando.
Protagonista della controffensiva maomettana fu l'atabeg turco Imad ad-Din Zenki, che governava - nominalmente per il sultano residente a Baghdad, praticamente in modo del tutto autonomo - una vasta regione siro-mesopotamica facente capo alle due citt di Aleppo e Mosul.
La contea di Edessa era l'avamposto crociato di nord-est; protesa verso i monti dell'Armenia, essa controllava l'alta valle dell'Eufrate. Zenki individu in questa citt prospera ma debole il suo primo obiettivo: e il principe d'Antiochia certo dovette assecondare questo disegno, lieto che la pressione musulmana non si rivolgesse alle sue terre, strette fra la catena dell'Antitauro, il fiume Oronte e il mare. Alla fine del novembre 1144, Edessa cadeva nelle mani dell'atabeg. La presa di questa citt condusse in breve tempo al crollo di tutte le piazzeforti crociate a est dell'Eufrate; la contea di Edessa si ridusse cos al solo centro di Turbessel, a ovest del fiume. Troppo tardi i principi crociati si accorsero che nei rapporti fra loro e il circostante mondo islamico qualcosa di decisivo era avvenuto: i musulmani erano passati al contrattacco, e non si sarebbero fermati se non dopo averli cacciati dalla Siria-Palestina.
Sul momento per, la loro offensiva sub una battuta d'arresto. A met del settembre 1145 l'imprevisto, questa carta a sorpresa che scompiglia spesso i giochi della storia, aveva fatto una volta di pi la sua comparsa sul tavolo del Vicino Oriente. L'atabeg fu assassinato nel sonno, pare da un eunuco che egli aveva aspramente rimproverato per un futile motivo.  ignoto se dietro a questo banale fatto di cronaca vi fossero la volont e la corruzione di qualche potente musulmano geloso di Zenki, o magari della corte di Melisenda. I suoi domini si divisero comunque in due distinti potentati retti da due suoi figli: Aleppo and a Nur ad-Din Mahmud (quello che la nostra tradizione epico-cavalleresca conosce come "Norandino"), Mosul a Saif ad-Din Ghazi.
I franchi gioirono per la scomparsa di colui che le cronache latine, adattandone il nome a un crudele gioco di parole, chiamavano Sanguis. Da Turbessel Jocelin di Edessa riusc, appoggiato dai fedelissimi armeni, a riconquistare nell'ottobre la sua capitale: ma apparve presto chiaro che non avrebbe potuto mantenerla contro Norandino, prontamente accorso ad assediarla, se non avesse ottenuto immediati aiuti da Melisenda di Gerusalemme, da Raimondo d'Antiochia e dal potente principe franco che controllava il Libano, Raimondo secondo di Tripoli.
Neppure la gravit del momento induceva per i principi franco-siriaci a trovare un accordo fra loro. Il principe d'Antiochia era in realt ben lieto che il suo avversario Jocelin fosse in cattive acque, e non mosse un dito per aiutarlo. Ma dovette amaramente pentirsene allorch, riconquistata Edessa all'inizio del novembre 1146 con un atroce bagno di sangue, Norandino si lanci senza esitazione contro il principato antiocheno.
Una sciagurata mossa della reggente e della nobilt del regno di Gerusalemme intervenne intanto a compromettere del tutto la situazione crociata. Zenki aveva un fermo avversario nel vecchio comandante mamelucco, Unur, che governava Damasco. Era questa citt uno dei pi grandi empori del Vicino Oriente e, se l'atabeg di Aleppo e Mosul se ne fosse impadronito, sarebbe divenuto veramente il signore incontrastato di Siria. Ma Unur - salda restando la sua fedelt personale al sultano - era fermamente intenzionato a non perdere la sua bella e opulenta citt: e, per meglio poter fronteggiare il pericolo che premeva da nord e da est, si era naturalmente appoggiato al regno dei crociati con cui confinava ad ovest. In questo modo egli aveva le spalle coperte, mentre Gerusalemme disponeva di una valida difesa a diaframma tra Palestina e territori di Zenki.
Ma ai primi del 1147 un armeno rinnegato che governava per conto di Unur - il governatore di Damasco - alcuni territori dello Hauran (tra Siria e Giordania attuali) si ribell al suo signore e chiese a Gerusalemme di riconoscerlo come suo vassallo. Si presentava cos ai crociati un'ottima occasione per rafforzare la loro posizione in Transgiordania: d'altra parte, in questo modo essi si giocavano l'amicizia di Unur. Scelsero quindi il partito peggiore, mossero al governatore di Damasco una maldestra guerra di offensiva e lo gettarono cos, malgrado la sua stessa volont, fra le braccia del signore di Aleppo.
Quando, nel novembre 1144, Edessa era caduta per la seconda volta, i franchi di Terrasanta avevano sentito ch'era giunto il momento d'appellarsi all'Occidente. Tuttavia soltanto un anno dopo, nel novembre del 1145, l'ambasciatore del regno crociato, Ugo vescovo di Gabala, giunse a Viterbo dove si trovava papa Eugenio terzo a cui la rivolta del comune romano impediva il rientro in Roma.
Il papa ricevette Ugo ed apprese affranto dalla sua voce le notizie che provenivano dall'Oriente. Ma alla corte di Viterbo era in quel momento anche un grande personaggio del regno tedesco: il cistercense Ottone di Babenberg, fratellastro di re Corrado e vescovo di Frisinga. Dal vescovo di Gabala il nobile cistercense ascolt non solo novelle di sventura, ma anche parole di speranza. Si diceva che un principe cristiano-nestoriano di nome Giovanni, proveniente dal centro di quella grande madre di silenzi e di mostri ch'era l'Asia, avesse guerreggiato vittoriosamente contro gli infedeli nella parte orientale della Persia, anche se poi il suo esercito sembrava essersi misteriosamente dissolto.
La base storica di queste notizie non era poi cos labile. Comunit nestoriane esistevano veramente fra i tartari e in Cina come anche in India; e nel 1141 il sultano selgiuchide Sanjar era stato battuto presso Samarcanda da un principe della dinastia dei Liao mongolo-cinesi, Yeh-l Ta-shih. Questi era molto probabilmente buddhista, ma non  improbabile che lo si considerasse cristiano o che avesse dei cristiani fra i suoi seguaci. Nasceva cos la leggenda di un re-sacerdote cristiano, il Presbiter Johannes, il cui regno si estendeva ultra Persidem et Armeniam e che sarebbe giunto dall'Asia profonda in aiuto dei cristiani di Siria contro l'Islam.  questi il "Prete Gianni" della nostra tradizione leggendaria.
Il contenuto delle leggende che da Ottone di Frisinga sembrano partire, o forse trapelare, rinvia a quello di una serie di scritti profetici che da almeno due secoli circolavano per l'Occidente. Fra questi testi, noti come "sibillini", era importante la profezia detta "Tiburtina", che era stata manipolata nel decimo secolo da Adsone di Montier-en Der nel suo trattato sull'Anticristo dedicato a Gerberga, moglie di Luigi quarto di Francia e figlia dell'imperatore Ottone primo. L'opera di Adsone aveva sempre trovato degli appassionati lettori nei Capetingi, poich dal testo rimaneggiato della "Tiburtina" scaturiva che il re di Francia avrebbe regnato come sovrano negli "ultimi giorni" prima della venuta dell'Anticristo.(36) - E sulla religiosit non meno che sul senso di missione universale del re Luigi settimo di Francia confidava - incoraggiato da Bernardo di Clairvaux - papa Eugenio terzo quando, sulla base delle pressanti richieste giuntegli a Viterbo, band la crociata.
L'appello di Eugenio cadde su un terreno reso gi fertile dalle emozioni e dalle paure collettive. In tutta Europa, si spiavano preoccupati i "segni" celesti: ed essi - come ci assicurano i cronisti dell'epoca - non mancavano. Tempeste, alluvioni, carestie, epidemie: secondo la mentalit del tempo ogni sciagura, naturale o sociale che fosse, doveva necessariamente trovare la sua spiegazione immediata nei peccati dell'uomo e nell'approssimarsi dei Tempi Ultimi. Il mondo invecchiava, il Signore era stanco dell'umanit. Ai segni palesi della Sua collera, Egli non mancava di accompagnare i prodigi nel cielo: le eclissi di sole e di luna. Nel 1129 era scoppiata una nuova epidemia del Mal des Ardents, il "Fuoco di sant'Antonio"; nel 1140 v'era stata una terribile eruzione del Vesuvio; nel 1144 si era avuto un inverno d'inaudita inclemenza, subito seguito da una dura carestia. Gli zoccoli dei corsieri dei Cavalieri dell'Apocalisse battevano il cielo d'Europa. Bisognava far penitenza.
E la crociata era sentita, fino dalla grande spedizione di un cinquantennio prima, essenzialmente come un grande pellegrinaggio penitenziale. Iter, la dicevano principi e cavalieri, con un termine mutuato dal linguaggio militare: spedizione. Ma peregrinatio, la chiamavano i poveri e gli umili; e tale era anche nel lessico della Chiesa. Luigi settimo di Francia aveva gi da tempo espresso al papa la volont di peregrinare - forse a sconto dei suoi peccati - fino al Sepolcro del Cristo. Ora il papa, con una lettera datata da Vetralla il 1 novembre 1145, si rivolgeva proprio a Luigi per esortarlo a partire per l'Oriente dove la caduta di Edessa minacciava i fratelli in Cristo del regno di Gerusalemme. Nel Natale successivo, a Bourges, il vescovo Goffredo di Langres - anch'egli cistercense - rivolgeva in presenza del re ai nobili e ai cavalieri di Francia un pressante appello per la crociata.
Sembra tuttavia che i ceti dirigenti del paese accogliessero l'esortazione in modo tiepido. Luigi settimo domand a quel punto l'intervento di Bernardo di Clairvaux, il quale si mosse per solo dopo che Eugenio terzo, con la bolla Quantum praedecessores del primo marzo 1146, ebbe ufficialmente bandito l'iter Hierosolymitanum offrendo ai partecipanti la remissione dei peccati e ponendone le persone, le famiglie e i beni sotto la protezione della Chiesa. A quel punto fu Bernardo stesso a predicare, il 31 marzo - ch'era la domenica di Pasqua -, la crociata a Vzelay, la citt del celebre santuario dedicato a Maria Maddalena dalla quale si avviava uno degli itinerari del pellegrinaggio a Compostela, il Camino de Santiago. Bernardo aveva allora cinquantasei anni, ed era l'ombra del bel giovane nobile dall'incarnato chiaro e dai capelli d'oro ramato ch'era stato un tempo. Ma dalla sua figura incurvata dalla preghiera e smagrita dai digiuni, e soprattutto dalla sua parola di fuoco, emanava una forza che piegava i re. "La Voce", lo avevano chiamato. Egli aveva dovuto fare a pezzi la sua povera veste grigia per ritagliarne delle croci da distribuire al suo uditorio impazzito. Appuntandosi o cucendosi quel segno sul petto, si formulava il voto crociato. Anche re Luigi e la moglie Eleonora d'Aquitania avevano preso il sacro distintivo. Il gesto del sovrano, che sottolineava la sua ferma decisione di partire, non aveva mancato di provocare apprensione e perplessit. Cinquant'anni prima, era stato proprio grazie alla prima crociata alla quale avevano preso parte alcuni fra i pi grandi signori di Francia, che il re - in loro assenza - aveva consolidato il proprio potere. Ma se egli si fosse allontanato adesso, non si rischiava la ricaduta del paese nell'anarchia feudale? Contrario alla partenza di Luigi era senza dubbio il suo grande ministro, l'abate Sugero, che da poco aveva inaugurato il proprio capolavoro, quell'abbazia di Saint-Denis che con le sue vetrate policrome splendeva da lontano come un grande reliquiario e che con le sue volte ogivali apriva la grande era del gotico francese. Sugero avrebbe preferito che fossero dei nobili a partire, e che il re rimanesse sulla sua terra e si occupasse di consolidare il suo regno. Forse, anche il papa Eugenio era del medesimo avviso.
Ma nessuno dei due aveva calcolato l'imponderabile: Bernardo. Dopo aver umilmente atteso le decisioni pontificie, da che queste si erano manifestate con chiarezza attraverso la bolla del marzo l'abate di Clairvaux non aveva pi dubbi; e come al solito travolgeva ogni ostacolo.
Di pi: nella fattispecie, dovette semmai intervenire a ricondurre entro ragionevoli confini gli entusiasmi suscitati. Un monaco cistercense - confratello quindi di Bernardo -, Rodolfo, sconvolgeva le citt renane con la sua ardente predicazione. Era uno strano personaggio, del quale sappiamo ben poco: certo  che, nonostante la severa norma monastica della stabilitas loci, egli si spostava di continuo. Era un Wanderprediger, un predicatore itinerante: qualunque cosa dicesse, dunque, il suo atteggiamento indisciplinato non era fatto per incontrare il favore del severo abate di Clairvaux. Rodolfo predicava a Colonia, a Magonza, a Worms, a Spira, a Strasburgo; trovava citt sconvolte dalle lotte fra i principi-vescovi o i ceti dirigenti che le reggevano e le borghesie locali, e si rivolgeva a queste ultime e, forse, agli strati pi umili della popolazione predicando contro gli ebrei. Lo stesso era accaduto alla vigilia della prima crociata, allorch folle di pellegrini e di emarginati avevano massacrato le comunit israelitiche dell'area reno-danubiana: e anche allora erano comparsi, a eccitare gli animi, strani prophetae vagabondi. Appelli escatologici, echi della prossima venuta dell'Anticristo, attesa d'una conquista della "Gerusalemme celeste" nella quale i pauperes sarebbero stati rigenerati e il regno della pace e della giustizia rapidamente assicurato: tutto si mischiava in una tensione violenta dietro alla quale s'individua l'emergere dei nuovi problemi sociali determinati dalla convivenza in centri urbani sempre pi densi di abitanti.
L'alto clero e il re di Germania non esitarono - com'era gi accaduto durante la prima crociata - a difendere le comunit ebraiche. Il vescovo Sigfrido di Wrzburg si rifiut fermamente di canonizzare un giovinetto che si pretendeva martirizzato dagli ebrei e le cui reliquie venivano gi venerate dal popolo; a Norimberga, il sovrano in persona intervenne a garantire la sicurezza della comunit israelitica; e fu l'arcivescovo di Magonza ad appellarsi, contro quello strano cistercense che predicava la purificazione del "vero Israele" per mezzo del sangue dell'antico, a Bernardo. Questi rispose con una posizione tanto dura quanto decisa: Rodolfo, predicando di citt in citt, infrangeva tanto la disciplina del suo ordine quanto i diritti dell'autorit vescovile; non era strano che dall'indisciplina nascesse l'eresia, come sempre suole accadere, e che contro la legge divina il pessimo monaco incitasse a spargere del sangue; quanto agli ebrei, il loro dolore  un'immagine vivente della Passione del Cristo, e soltanto alla fine dei tempi saranno convertiti. D'altronde, era appunto questa certezza che la fine dei tempi fosse giunta ad animare la violenza delle folle: stava scendendo la sera, stava per venire il Signore, Israele doveva convertirsi o essere massacrata.
Rodolfo fu a quanto pare indotto a rientrare nei ranghi dall'autorevole presa di posizione di Bernardo; ma la sua opera di predicatore della crociata - liberata beninteso dagli aspetti violenti e apocalittici e riqualificata da un vigoroso soffio mistico - fu continuata da Bernardo stesso.
Corrado di Hohenstaufen non aveva - a differenza del re di Francia - alcuna intenzione di abbandonare il suo regno in un momento tanto delicato, lasciando libert d'azione a un'aristocrazia riottosa e infida e alle turbolente forze che agitavano la nascente vita cittadina. Inoltre la situazione romana non era sanata, e grave permaneva il pericolo che la spregiudicata politica normanna arrecasse altri danni agli interessi di quel regno d'Italia la cui corona spettava tradizionalmente al re di Germania. Di analogo parere sembravano essere il suo ascoltato consigliere spirituale - ma anche politico - Wibaldo di Stavelot, e lo stesso pontefice il quale aveva fino ad allora confidato nell'appoggio imperiale.
Alla fine del novembre 1146, Bernardo incontr Corrado a Francoforte. Si rinnovarono in quell'occasione le scene che accompagnavano sempre la comparsa dell'abate di Clairvaux in qualche citt: grandi e piccoli cadevano in ginocchio alle parole del santo, vecchi nemici si riconciliavano fra loro piangendo, milites e pauperes prendevano la croce. Ma il re oppose alle pressioni di Bernardo un fermo rifiuto: le condizioni del regno non gli consentivano di partecipare all'impresa. Il santo continu nondimeno a predicare la crociata, e proprio in territorio svevo: Friburgo, Basilea, Sciaffusa, Costanza. L'annata era stata dura, l'incipiente inverno si annunziava con i colori della fame: la gente umile accoglieva l'esortazione di Bernardo come un incitamento a lasciare un esilio ingrato e a muovere i passi come gli ebrei di Mos verso la Terra Promessa, dove scorrono il latte e il miele.
Una dieta regale avrebbe dovuto tenersi per Natale a Spira: l'abate di Clairvaux intendeva esservi presente, ed era ormai noto che molti principi e cavalieri tedeschi avevano preso o desideravano prendere la croce. Pochi giorni prima, lo stesso Guelfo sesto aveva deciso di crociarsi: ma tale esempio poteva semmai risolversi in una ragione di pi per consigliare a Corrado di restare in Germania e rafforzarvi le posizioni, ora che tanti sudditi inquieti prendevano il cammino di Terrasanta.
Sembra che il sovrano resistesse, sia pure forse con qualche turbamento, al sermone natalizio tenuto dallo stesso Bernardo in quella splendida cattedrale di Spira la cui cripta era il sepolcro tradizionale dei re di Germania. Non resistette per a un nuovo sermone, che egli recit durante una solenne riunione dell'intera corte due giorni dopo, nella festa di Giovanni Evangelista. L'abate si rivolse al re parlandogli in prima persona, come se egli fosse il Cristo: "Uomo, che cosa c' che avrei potuto fare per te e non ho fatto?".
Antichi cronisti e storici moderni hanno insistito nel dipingere a vivaci colori il superbo episodio: il duomo di Spira rimbombante delle grida dei nobili tedeschi che chiedono la croce, il santo fremente d'ardore che alla fine stramazza esausto al suolo, Corrado che balza dal suo seggio, avvolge l'esile corpo nel manto regale e lo porta in salvo dall'abbraccio terribile della folla entusiasta.
Un miracolo, lo avrebbe poi definito Bernardo; un miracolo, avrebbero ripetuto i suoi biografi. Ma Eugenio terzo accolse la notizia con disappunto, e il messaggio - che non ci  pervenuto - nel quale commentava indirizzandosi al re i fatti di Spira doveva essere improntato a una certa freddezza. Il giovane Federico di Hohenstaufen era nel duomo di Spira, al fianco del sovrano, in quel San Giovanni del 1146. Quali pensieri siano passati per la sua mente, quali emozioni lo abbiano agitato, non lo sapremo mai. Pu darsi che il suo senso politico lo avesse fino ad allora tenuto lontano dalla tentazione del viaggio; ma chiss che l'avventura non lo toccasse, com'era avvenuto pochi anni prima quando aveva partecipato alla rivolta di Guelfo sesto.
 anche possibile non gli dispiacesse di passare per Costantinopoli dove la sua congiunta Berta di Sulzbach, assunto il nome greco di Irene, era dal gennaio divenuta imperatrice sposando il basileus Manuele. Ma pu soprattutto darsi che il Sepolcro del Cristo e l'idea della lotta contro i saraceni lo attraessero.
Corrado, da parte sua, poteva ben aver preso la croce trascinato dal suo entusiasmo o da quello dei nobili e dei cavalieri del regno; non per questo dimenticava, per, i propri interessi dinastici. Gli fu anzi pi facile, nel clima di mistico fervore che segu l'assunzione della croce, strappare all'aristocrazia tedesca il consenso necessario ad associarsi al trono il giovane figlio Enrico. La discendenza era in tal modo assicurata.
Nella dieta di Francoforte, nel marzo 1147, si elesse re Enrico e si fece il punto dell'organizzazione dell'impresa. Corrado avrebbe voluto partire per Pasqua, che quell'anno cadeva il 20 aprile: ma a Francoforte, dove Bernardo era ancora una volta presente, fu palese che le cose non erano mature. Inoltre, anche in Germania come altrove si andava facendo strada l'interrogativo se fosse davvero il caso di andare a combattere i pagani lontani mentre ve n'erano di vicini ancora da debellare. Eugenio terzo aveva gi autorizzato Alfonso settimo di Castiglia a combattere la sua crociata non gi in Siria, bens ai confini del suo regno; e pochi mesi pi tardi, nel giugno, il conte del Portogallo e il vescovo di Oporto avrebbero convinto un'intera flotta anglo-fiammingo-frisonica, che sostava alla foce del Duero diretta in Terrasanta, che non v'era alcun bisogno d'arrivare al Mar di Levante per combattere gli infedeli: essi erano a due passi. Da questa diversione scatur la presa di Lisbona.
A Francoforte, tanto Corrado quanto Bernardo si trovarono in una situazione analoga. La nobilt del Settentrione tedesco, guidata dal giovanissimo duca di Sassonia Enrico, chiese unanime di partecipare alla crociata e di goderne i vantaggi spirituali: tuttavia, propose come sua specifica mta non gi la Terrasanta, bens le terre a est dell'Elba. Bernardo prese tempo, e inform il papa: il quale, con la bolla Divina dispensatione del 13 aprile 1147, autorizz i cristiani del Nordeuropa a condurre la loro crociata non gi contro i musulmani di Siria-Palestina, bens contro gli slavi pagani a est dell'Elba. Non si trattava pi della difesa del Sepolcro, ma semmai - secondo una visione "crociato-popolare" che da parte sua la Chiesa non aveva fino ad allora fatto propria - di allargare i confini della Cristianit e convertire i popoli barbari. A capo della spedizione del nord v'erano i vescovi Anselmo di Havelberg (il premostratense che nel 1136 aveva disputato a Costantinopoli sulla questione del Filioque, e che ormai era legato pontificio), Adalberto di Brema e i prelati di Magonza, di Halbertstadt, di Mnster, di Merseburgo, di Brandeburgo, di Olmutz; fra i principi laici, primeggiavano Enrico duca di Sassonia e Alberto l'Orso margravio del Brandeburgo; danesi e polacchi appoggiavano l'impresa, cui partecipavano anche molti contadini sassoni affamati di terre. Crociata, evangelizzazione e colonizzazione tedesca delle brughiere oltre l'Elba procedettero, da allora, di pari passo. La spedizione del nord riprendeva del resto una vecchia tradizione espansionistica. "Va' a est, ragazzo!", si ripeteva da decenni ai poveri contadini in cerca di terra, di lavoro e di fortuna. Nel 1108, questa "nuova frontiera" veniva reclamizzata cos in un proclama dell'arcivescovo di Brema: "Gli slavi sono un popolo abominevole, ma la loro terra  ricca di carne, di miele, di grano, di uccelli e abbonda incomparabilmente di tutto quel che la zolla coltivata pu fornire". Gi verso il 1143 nuovi territori erano stati strappati agli slavi nello Holstein, nel Meclemburgo e nel Brandeburgo. La crociata offriva un'occasione per riprendere e continuare, con nuova e pi forte legittimazione, questa spinta verso est.
Ma torniamo alla spedizione in Terrasanta. Nel maggio 1147 Corrado terzo lasciava Bamberga diretto a Ratisbona, la porta della via danubiana; aveva affidato a Wibaldo abate di Corvey e di Stavelot la tutela del giovane re Enrico. I cronisti danno, quanto all'entit dell'esercito crociato tedesco, cifre immense ma inattendibili; esso doveva essere tuttavia imponente, e pu darsi che raggiungesse circa le ventimila persone, la maggior parte delle quali era tuttavia costituita di pellegrini inermi o quasi, il che poneva un grosso problema militare. Ladislao duca di Boemia e Boleslao quarto re di Polonia, vassalli entrambi della corona tedesca, erano presenti con la loro gente d'arme. Molti poi i vescovi, tra cui quelli di Frisinga, di Metz, di Toul, ciascuno con propri contingenti. Tra i principi laici, era chiaro che un ruolo tutto speciale spettava al giovane congiunto e favorito del re, Federico di Svevia, da poco duca anche formalmente dopo la morte del padre (ma di fatto esercitava le funzioni ducali da tempo).
Luigi settimo di Francia fu un po' pi lento a muovere. Il suo esercito, appesantito da una quantit di carri colmi di masserizie di lusso, si avvi da Metz - punto di raccolta delle truppe francesi - soltanto dopo la Pentecoste, cio ai primi di giugno. Luigi viaggiava in dimesso abito da pellegrino: ma il suo seguito risplendeva grazie alla moglie Eleonora e alle fastose dame che le facevano corona e tra le quali primeggiavano le contesse di Blois, di Fiandra, di Tolosa, di Borgogna. Un cronista bizantino narra addirittura di donne armate di tutto punto fra i crociati, voce questa ripresa anche da cronisti musulmani: ma la leggenda che Eleonora comandasse un affascinante reparto di amazzoni si sparse anche per l'Occidente. Iter militare o peregrinatio penitenziale che fosse, la spedizione crociata francese somigliava comunque, in parte, anche a una lunga partita di caccia o a una festa di maggio: caratteri disdicevoli a una sacra impresa.(37)
Alla vigilia della partenza, Luigi aveva avuto lunghi, stretti, concitati rapporti diplomatici con Ruggero di Sicilia. Sino dalla dieta di tampes, dal re convocata ai primi dell'anno affinch vi si concentrassero tutti i baroni che avevano accettato di prendere la croce, erano comparsi ambasciatori normanni; in seguito, il re di Sicilia aveva di nuovo fatto pressioni su quello di Francia per mezzo di vari messaggi. Egli invitava i crociati francesi a raggiungere la Terrasanta via mare, facendo scalo in uno dei suoi porti; sarebbe stato lui a provvedere alle navi. Data l'ostilit fra normanni e bizantini, era d'altra parte evidente che accettare le proposte di Ruggero sarebbe equivalso a una grave provocazione nei confronti del basileus, e indirettamente anche dei tedeschi che si presentavano in quel momento molto legati a Bisanzio. A tampes, re Luigi prese del resto visione anche delle offerte bizantine, che comportavano la scelta della via di terra per raggiungere la Terrasanta. Emerse in primo piano, a quel punto, la questione antiochena. Ruggero si faceva evidentemente portavoce delle pretese normanne sul principato latino di Antiochia, fondatore del quale era stato il normanno Boemondo di Taranto, figlio del Guiscardo. Ma a quel tempo il principato era nelle mani di Raimondo di Poitiers, zio della regina Eleonora, il quale aveva reso atto di vassallaggio al basileus di Costantinopoli. Optando per le ofierte bizantine, Luigi settimo si sottraeva a un'eventuale strumentalizzazione normanna della crociata.
Giunti a Ratisbona, i tedeschi procedettero attraverso la pianura balcanica, incontrandosi con gli ambasciatori ungheresi e bizantini. Le prime battute del rapporto fra tedeschi e governo di Costantinopoli furono esemplari; i problemi cominciarono pi tardi, nell'estate inoltrata, quando era stata raggiunta e superata la citt di Sofia. I tedeschi cominciarono a darsi al saccheggio e Corrado, richiesto di farli cessare, dovette ammettere che tra le loro file c'erano elementi che egli non riusciva a dominare. A Filippopoli, scoppi una specie di tumulto perch i pellegrini se la presero con un povero prestigiatore che sperava di guadagnare un po' di soldi divertendoli con i suoi trucchi e che fu invece accusato di far delle magie. A quel punto, i discreti accompagnatori bizantini si ritirarono per lasciare il posto a contingenti militari ben decisi a far rispettare l'ordine. Il momento politicamente pi grave giunse presso Adrianopoli, ed ebbe come protagonista proprio il giovane duca di Svevia: un piccolo nobile tedesco, che si era un po' distanziato dal grosso delle truppe perch indisposto, fu ucciso da alcuni banditi. In quel frangente, Federico rivel uno dei tratti del suo carattere che lo avrebbero reso tristemente famoso pi tardi: incendi un monastero nelle vicinanze del quale era accaduto il fatto e ne stermin gli occupanti. Le truppe bizantine reagirono dandosi alla sistematica corsa allo sbandato tedesco, e si giunse sull'orlo dello scontro. Per un attimo, sembr perfino che il basileus Manuele intendesse impedire ai crociati di arrivare a Costantinopoli.
Si situa a questo punto - alla fine dell'agosto o ai primi di settembre - un episodio che i cronisti bizantini interpretarono come una punizione divina per i tracotanti occidentali, ma che si rovescia in un signum electionis di Federico. Mentre i crociati erano accampati nelle piane di Tracia, una tremenda tempesta s'abbatt sul loro accampamento facendo annegare parecchi pellegrini e spazzando via le tende. Soltanto il padiglione del duca di Svevia - ricorda con ammirazione Ottone di Frisinga - rimase in piedi, e bagnati fradici ma indenni i suoi uomini che si erano attardati su un'altura. Una liturgia di ringraziamento venne subito improvvisata attorno a quella parte d'accampamento rimasta illesa: ma la crociata nasceva sotto una cattiva stella.
Il 10 settembre i crociati raggiungevano Costantinopoli. Il basileus aveva assegnato in residenza al suo regale cognato uno splendido palazzo suburbano, che i tedeschi ridussero in pochi giorni in uno stato tale da obbligare il loro re a cambiare dimora. I crociati - e, pi che gli armati, i pellegrini - si abbandonavano a saccheggi continui e in poco tempo si torn sull'orlo della rottura. Forse, soltanto il fatto che la basilissa Irene fosse in realt Frau Bertha von Sulzbach e, soprattutto, il comune spauracchio costituito dai normanni di Sicilia, impedirono un tentativo di conquista tedesca di Costantinopoli o uno di annientamento dell'esercito di Corrado da parte dei bizantini. Alla fine, Manuele riusc con un sospiro di sollievo a traghettare al di l del Bosforo gli ingombranti ospiti, ben foraggiati e colmi di doni.
Quando i crociati tedeschi posero piede sul suolo dell'Asia, non avevano praticamente la minima idea della situazione n politica n logistica che avrebbero incontrato attraversando la penisola anatolica. Essa era di fatto divisa in due zone d'influenza: a ovest la controllavano i dinasti della famiglia danishmendita, con centri a Sivas e a Melitene; a sud e a est il sultano selgiuchide di Iconio (Konya), il cui dominio giungeva a lambire l'Eufrate. Fra i due potentati non correvano buoni rapporti, e questo aveva fino ad allora consentito a Manuele di destreggiarsi discretamente, ristabilendo se non proprio la sovranit quanto meno l'influenza sulle citt costiere e sulla grande strada militare dell'interno, che da Nicea conduceva a Dorileo (l'attuale Eskishehir). I tedeschi - ormai ridotti s e no, fra combattenti e pellegrini, alla met dei ventimila uomini che avevano fieramente lasciato Bamberga qualche mese prima - partirono da Nicea alla met di ottobre, mal vettovagliati e peggio organizzati. Ma parecchi non-combattenti, su consiglio dei bizantini, scelsero una pi sicura via secondaria: li guidava Ottone di Frisinga. Bene o male, questo contingente arriv fino ad Attalia in Cilicia. I crociati di Corrado, invece, furono attaccati alla fine di ottobre presso Dorileo mentre facevano disordinatamente abbeverare i cavalli. Le ondate della cavalleria leggera turca, con i suoi archi micidiali, seminarono il panico e il massacro. Quasi tutti i pellegrini lasciarono la vita nel disgraziato incidente - si esita a definirlo una battaglia -, mentre una volta di pi si ebbe la riprova di quello che era uno dei principali limiti della pesante cavalleria occidentale: l'incapacit di organizzare una linea di resistenza, di sostenere un travolgente attacco nemico senza lasciarsi prendere dal panico e darsi alla fuga disordinata. Quei guerrieri tedeschi cos fieri e coraggiosi nell'assalto, persero la testa: nobili e cavalieri balzarono in sella e ingloriosamente si dettero con il loro re alla fuga. E si rivel un altro limite della societ e della cultura feudale, limite non militare stavolta bens etico-politico: i seniores, a cominciare dal re, erano tali soprattutto dei loro vassi, dei loro milites. Il popolo, la soldataglia appiedata, i pellegrini, vennero lasciati spietatamente al loro destino. Il monarca feudale, in ci, si comportava come mai si sarebbe comportato un vecchio re germanico fedele al suo popolo di gente libera. D'altro canto, era proprio a quella soldataglia e a quei pellegrini, eccessivi di numero e smodatamente indisciplinati, che il contingente tedesco doveva in parte la sua rovina.
E al clima di confusione e di barbarie che regnava nelle file tedesche, del resto, Corrado doveva ben altri disagi. Il disciplinato, agguerrito e pi raffinato contingente lorenese, ad esempio, si era staccato dalle sue truppe e aveva atteso a Costantinopoli l'arrivo di quelle del re di Francia per unirsi a esse.
La crociata di Luigi aveva fino ad allora conosciuto pi rosee vicende: i Balcani erano stati attraversati felicemente, a parte qualche difficolt derivante dalla pessima memoria che i tedeschi avevano lasciato di s fra le popolazioni locali. Anche tra i francesi, come tra i tedeschi, circolavano diffusa diffidenza e barbaro disprezzo per i bizantini: erano pregiudizi correnti fra gli occidentali fino dalla prima crociata. Se ne era fatto araldo il vescovo di Langres, cistercense, fautore di un colpo di mano che avrebbe condotto alla caduta di Costantinopoli. Luigi aveva scelto per la via della lealt; inoltre, i suoi cavalieri erano molto pi raffinati e i suoi pellegrini minori per numero e migliori per disciplina di quelli tedeschi. Il loro soggiorno a Costantinopoli fu quindi relativamente ordinato e piacevole; e al principio di novembre anch'essi si trovavano a Nicea. Tocc a Federico di Svevia l'ingrato compito di recarsi per primo al campo francese e spiegare al re - di poco pi anziano di lui - quale fosse la situazione dei tedeschi. A quel punto, era fatale che i contingenti si riunissero. Con quello francese avevano viaggiato probabilmente anche alcuni nobili "italiani": o che comunque avevano in tutto o in parte le loro terre nella penisola italica. Amedeo terzo conte di Savoia, Guglielmo V marchese di Monferrato, Guido conte di Biandrate, Ermanno marchese di Verona, Guido Guerra dei potenti conti Guidi di Toscana, avevano raggiunto il contingente francese o si erano avviati verso Costantinopoli per loro conto, in colonne distinte attraverso l'Illiria o l'Italia meridionale per imbarcarsi a Brindisi.
Dal novembre 1147 inizi cos - a contingenti riuniti - il secondo tentativo di attraversare la penisola anatolica. Stavolta i due re convennero sull'opportunit di seguire il pi facile e comodo itinerario costiero e attraverso Pergamo e Smirne giunsero a Efeso. L, per, dovettero prendere atto che la situazione era insostenibile: tra francesi e tedeschi la tensione cresceva - il cronista bizantino Cinnamo ricorda divertito le grida "Pousse, Allemand!", che i primi lanciavano rivolti ai secondi -, e Corrado era da parte sua allo stremo delle forze.
Fu cos che, da Efeso, egli e il suo seguito rientrarono a Costantinopoli, dove il sofferente re di Germania venne letteralmente sedotto da Manuele Comneno. Il gran signore bizantino lo circond di cure e di attenzioni, e tratt con lui il matrimonio del suo fratellastro Enrico Jasomirgott con la principessa Teodora, figlia del proprio fratello Andronico Comneno. Anche il seguito di Corrado - del quale facevano parte Federico, Guglielmo di Monferrato e Amedeo di Savoia - fu trattato con lo stesso riguardo: la basilissa Irene si occupava senza dubbio della regia della cosa, il cui immediato scopo politico consisteva forse nel sottrarre Corrado a possibili influenze antibizantine, che si sapevano vive tra i francesi. Difatti la situazione nello scacchiere greco-ionico era intanto precipitata: Ruggero di Sicilia nell'autunno del 1147 aveva occupato l'isola di Corf, e da l commandos normanni partivano a razziare la Grecia; Tebe e Corinto furono saccheggiate.
Quando nel marzo seguente il mare, dopo la stagione invernale, si riapr alla navigazione, Corrado e i suoi furono trasportati da una squadra bizantina in Terrasanta. Durante lo scalo nell'isola di Cipro, venne a morire il conte di Savoia; per il resto, la navigazione procedette senza incidenti - cosa non trascurabile, in quei tempi -, e il re di Germania sbarc con Federico e altri suoi fedeli verso la met d'aprile del 1148 ad Acri, dove fu accolto da re Baldovino terzo di Gerusalemme e dalla reggente Melisenda. Unico rammarico del sovrano tedesco e del suo seguito fu forse quello di non essere giunti in tempo - per pochissimi giorni - per assistere alla cerimonia pasquale a Gerusalemme. Luigi di Francia sarebbe arrivato in Terrasanta soltanto un mese dopo; e ancora alcune settimane avrebbero separato il suo arrivo dalla grande assise tenuta ad Acri il 24 giugno, festa di San Giovanni Battista, durante la quale baroni franco-siriaci e capi crociati avrebbero dovuto discutere come condurre - finalmente - la guerra per la tutela della Terrasanta.
Quei sei mesi tra Efeso e Acri, passati parte in una Costantinopoli serena, parte nella frescura della traversata primaverile del Mar di Levante, parte tra la splendida Acri e Gerusalemme, furono senza dubbio i migliori vissuti dal giovane crociato Federico di Svevia. Il clima di primavera, in Terrasanta,  dolce, soave; la frutta, i dolci di miele, l'aroma fresco degli sciroppi arabi allo zucchero, tutto congiura per affascinare un ventenne che scende dalle selve di Svevia, anche se gi conosce gli splendori e le tentazioni di Costantinopoli.
Ma, intanto, si era consumato in Anatolia - dopo quello tedesco - anche il dramma crociato francese. La generosa cavalleria di Francia ascoltava con troppa fiducia i suoi giullari: per essa, la guerra contro gli infedeli era fatta come nelle chansons di scontri e di cavalcate, di bei colpi e di sonanti canzoni di guerra; l'Oriente era una ricca terra da predare prina di piegarsi pregando, in lacrime, sulla pietra del Sepolcro. La guerra orientale, invece, era fatta di diplomazia, che ai guerrieri di Luigi pareva vilt; di astuzia, che essi giudicavano tradimento. Manuele non era in guerra n con i danishmenditi n con i selgiuchidi: anzi, manteneva con loro rapporti diplomitici e cercava di far capire ai francesi che atti di ostilit in Anatolia non sarebbero serviti a nessuno n avrebbero giovato alla causa crociata. Che cosa poteva importare all'emiro di Sivas o al sultano di Iconio se i crociati intendevano - perch tale era la realt obiettiva - combattere l'atabeg di Aleppo che minacciava Antiochia cristiana?
Ma per chi, inesperto di cose musulmane, recitava in cuor suo le rime della Chanson de Roland, tutti gli infedeli erano uguali. I francesi affrontarono il freddo inverno anatolico guerreggando, e le frequenti imboscate turche li ridussero in gravi condizioni; seppero cogliere qualche successo militare, ma l'attraversamento delle montagne cilicie verso Attalia fu una tragedia. Finalmente, alla fine dell'inverno, quel che rimaneva del contingente francese e dei poveri pellegrini tedeschi della colonna di Ottone di Frisinga che si erano uniti a esso, riusc a raggiungere Antiochia. I crociati francesi erano certi che i loro guai erano dovuti alla fellona di Manuele, il falso cristiano che trattava con i turchi d'Anatolia: e quindi erano ben disposti ad ascoltare la voce del loro conterraneo principe antiocheno, Raimondo di Poitiers, il cui piano politico consisteva nel liberarsi dall'ipoteca del vassallaggio bizantino senza per questo accettare la supremazia del re di Gerusalemme.
Ad Antiochia il dramma francese sfoci in commedia, ma fu a un pelo dal rasentare la tragedia. Il tragitto da Attalia a Porto San Simeone, lo scalo di Antiochia, era stato compiuto via mare. Antiochia era allora una delle pi splendide citt del Vicino Oriente: e l la regina Eleonora ritrov la dolcezza della sua lingua d'oc e degli oliveti della sua terra, insieme con il sorriso di suo zio di pochi anni pi vecchio di lei. Raimondo di Poitiers, figlio di Guglielmo nono duca d'Aquitania, il trovatore, era difatti fratello minore di Guglielmo decimo, padre della regina. Gli alteri e raffinati duchi d'Aquitania, signori di un dominio ben pi vasto di quello dei re di Francia, guardavano dall'alto in basso i rozzi e bigotti Capetingi: e ci, senza dubbio, dovette irritare fin dal primo momento Luigi.
Raimondo era alto, bello, abilissimo nei tornei e in quei giochi cavallereschi ch'erano ormai tanto di moda nello stesso Oriente da affascinare anche il basileus Manuele. Gli piaceva, al pari del padre, la poesia, e alla sua corte si componevano versi destinati a restare famosi. Ma il principe antiocheno - che aveva ottenuto il principato pochi anni prima, grazie a un matrimonio politico - era anche uno statista avveduto, e non era solo per vecchie questioni di personale inimicizia che detestava la reggente Melisenda. Raimondo riteneva con molta decisione e precisione che l'unico vero problema del momento fosse riprendere Edessa, riconsolidare la frontiera dell'Eufrate e rintuzzare l'offensiva di Norandino. Ma le spiegazioni che egli dovette in merito fornire a Eleonora nella loro cara dolcissima lingua d'oc che Luigi stentava probabilmente a comprendere, non fecero che aumentare la diffidenza di quest'ultimo. Cos, scoppi rapidamente un diverbio sul quale il cappellano di corte Oddone di Deuil, diarista accurato della crociata, sorvola con imbarazzo. Luigi settimo obiett, dinanzi alle proposte di campagne militari al nord, che suo dovere di pellegrino era al contrario di puntare a sud; era un crociato, e Gerusalemme la mta, giunto alla quale egli avrebbe sciolto il suo voto sulla pietra del Sepolcro. Eleonora intervenne sostenendo le ragioni di Raimondo, e addirittura minacciando di restare ad Antiochia con 1 suoi vassalli aquitani; Luigi replic vantando i suoi diritti di marito, che includevano l'obbedienza della consorte; ed Eleonora ribatt - sfoderando un'insospettabile competenza in questioni di diritto canonico... - che il loro matrimonio era di legittimit abbastanza sospetta per questioni di parentela. La consanguineit era la consueta giustificazione per lo scioglimento dei vincoli nuziali.
Cronisti e soprattutto storici si sono dati un gran daffare nel dare o negare credito alla voce d'un colpevole legame sbocciato in mezzo ai giardini antiocheni fra Eleonora e Raimondo. Inutile, in mancanza di prove sicure, insistere su una diceria che non farebbe che aggiungere alla vicenda un po' di colore romanzesco. Quel che  certo,  che n il senso politico n la forte personalit di Eleonora potevano consentirle di sottostare agli scrupoli devozionali e ai capricci testardi di Luigi settimo. La volont di questi, alla fine, prevalse: ma Eleonora dovette venir trascinata via da Antiochia con la forza. Era una coppia regale con i nervi a fior di pelle, sospesa fra il dramma e il ridicolo, quella che giungeva a Gerusalemme.
All'incontro di Acri, del giugno, mancavano molti fra i pi grandi signori di Terrasanta. Raimondo d'Antiochia, a parte la sua tensione con la corte di Gerusalemme e con il re di Francia, sapeva che il suo posto era nel suo principato, soggetto a gravissime minacce; Jocelin di Edessa, per analogo motivo, non poteva lasciare Turbessel dove si trovava in prima linea; Raimondo conte di Tripoli era assente invece perch sospettato - n forse senza motivo - di aver causato per mezzo del veleno, con la complicit di Melisenda, la morte del conte Alfonso-Giordano di Tolosa che era giunto oltremare con il contingente francese e vantava diritti sul trono tripolino.
L'assise di Acri fu comunque solenne e fastosa. Molti erano i capi tedeschi presenti. Anzitutto, beninteso, il re Corrado; inoltre Enrico d'Austria, Ottone di Frisinga, Guelfo di Baviera, Federico di Svevia. Si pu dire che - a parte Enrico di Sassonia e Alberto di Brandeburgo, impegnati nella crociata del nord - tutta l'alta nobilt tedesca fosse schierata, al fianco del suo re, in Terrasanta. Anche i grandi francesi erano presenti, dal conte Enrico di Champagne al conte Teodorico di Fiandra.  ignoto come si sia giunti alla soluzione di attaccare Damasco, che restava pur sempre l'unico potentato islamico dell'area siro-giordano-mesopotamica disposto a comportarsi amichevolmente con i franchi. Su Damasco conversero due eterogenei impulsi: i baroni franco-siriaci, da una parte, bramavano le ricche terre di quell'emirato; i crociati dall'altra erano desiderosi di bottino e animati dalla volont di conquistare una terra che la Sacra Scrittura aveva reso loro familiare.
Ci non significa che nobilt franco-siriaca e capi crociati avessero davvero fraternizzato. Al contrario, i guerrieri venuti dall'Occidente stentavano a riconoscere dei fratelli in Cristo in quegli strani personaggi barbuti e abbigliati alla moda araba che vivevano secondo i costumi orientali e parlavano la lingua gutturale dell'infedele. Falsi cristiani - pensavano -, gente effemminata e corrotta. A loro volta, i nobili franco-siriaci guardavano con fastidio e sospetto a quei barbari mangiatori di lardo di maiale, alla loro sporcizia, alla rozzezza dei loro gusti e delle loro maniere.  strano che gente che si odiava e si disprezzava tanto finisse poi col trovarsi d'accordo nel commettere il pi grossolano e madornale degli errori.
Il loro esercito, partito a met luglio dalla Galilea, pose una decina di giorni dopo gli accampamenti al limite della fascia rigogliosa di orti, di giardini e di frutteti che circondava Damasco. Per chi aveva superato l'ardente, desolata depressione del Giordano, quell'oasi era un vero paradiso.  questa la terra dove scorrono il latte e il miele,  questa la Terra Promessa, si dicevano i crociati. E cominciarono subito a litigarsi le spoglie d'una citt che non era ancora loro: la regina Melisenda aveva destinato Damasco al sire di Beirut, mentre il conte di Fiandra riusc ad attirare dalla sua il parere di Luigi, di Corrado e dello stesso Baldovino terzo. Intanto, il governatore damasceno Unur lavorava con le armi della corruzione e della diplomazia: versava somme di danaro a membri dell'aristocrazia franco-siriaca, minacciava d'invocare l'intervento di Norandino, ma al tempo stesso lo teneva a bada. Ben presto, nel campo crociato scoppiarono apertamente le polemiche: i poulains - i "bastardi", come i crociati chiamavano i franco-siriaci - denunziarono l'errore commesso attaccando Damasco e imposero ai re di Germania e di Francia di togliere il campo. Questi protestarono, ma non poterono far altro che adattarsi a una decisione la cui logica politica sfuggiva loro. La ritirata - durante la quale non mancarono le azioni di disturbo saracene - fu del resto rapida, e ai primi di agosto l'esercito era gi in Palestina.
Corrado ne aveva abbastanza. Il tempo per riorganizzare i suoi, e l'8 settembre partiva da Acri con una nave diretta a Tessalonica. Il basileus Manuele lo aveva invitato a trascorrere a Costantinopoli le feste di Natale, e il monarca tedesco aveva ormai tutta l'aria di pensare che l'unico obiettivo politico importante da consolidare come risultato della disgraziata spedizione fosse l'alleanza con Bisanzio contro Ruggero di Sicilia. Durante questa seconda visita furono celebrate con grande sfarzo le nozze tra Enrico Jasomirgott e la principessa Teodora. Corrado lasci il territorio bizantino nel febbraio 1149, dopo avere stipulato con Manuele un'alleanza in base alla quale i due sovrani stabilivano di attaccare il normanno e di spartirsi il Meridione d'Italia: per quanto, su questo punto, non mancassero n attriti n malintesi.
Si consumava cos anche la rottura fra il re di Germania e quello di Francia, maturata fra Costantinopoli e Damasco. Luigi era rimasto a Gerusalemme fino alle celebrazioni pasquali del 1149, indi si era imbarcato su una nave di una flotta siculo-normanna messa a sua disposizione. La regina, ormai in aperto dissidio con lui, aveva preso posto su un'altra nave. La traversata fu molto avventurosa, anche a causa dei vascelli bizantini che incrociavano nel Mediterraneo per catturarli. Alla fine di luglio la coppia regale era in Calabria, e poche settimane dopo in Francia, dove per un certo tempo si pens seriamente a una nuova crociata, diretta stavolta contro l'impero greco. Lo stesso Bernardo, che nel suo De consideratione si era posto in termini accorati il problema del significato del fallimento della crociata, intervenne per indurre Corrado di Germania ad aderire a questo nuovo progetto: o comunque a riconciliarsi con Ruggero, quindi ad allentare i legami bizantini. Ottone di Frisinga serviva forse da tramite fra Bernardo e Corrado. Ma il sovrano svevo era anzitutto stanco di crociate; poi, aveva gi fatto la sua scelta in senso filobizantino; infine, comprendeva fin troppo bene che dietro questo nuovo disegno v'era la politica mediterranea di Ruggero.
Diversamente da lui, il suo avversario Guelfo di Baviera aveva optato per l'alleanza normanna, e tornando dalla crociata era passato per la Sicilia. Ma forse neppure Federico condivideva del tutto la posizione del suo re. Pu darsi che non fosse insensibile alla propaganda francese che voleva Manuele complice dei saraceni, e comunque rimproverava al basileus i rovesci che i tedeschi avevano subito in Anatolia nell'autunno del 1147: queste sensazioni lo allontanavano obiettivamente dalle tesi difese da Wibaldo di Stavelot. La crociata, comunque, doveva avergli insegnato molto.
Anzitutto, durante l'impresa egli era entrato in contatto con i pi grandi signori d'Europa: il conte di Champagne, quello di Fiandra, il marchese di Monferrato, il conte Guido Guerra. Lo stesso re di Francia lo avr forse interessato, con la sua devozione un po' cupa, col suo strano misto di debolezza e di caparbiet. Ma non meno importante era stato il fatto che egli era potuto entrare in maggior confidenza con alcuni fra i pi importanti personaggi del regno di Germania: non solo Ottone di Frisinga e Guelfo sesto di Memmingen, suoi zii, ma anche il vescovo Enrico di Ratisbona, Ladislao duca di Boemia, il margravio di Stiria. Inoltre alla crociata egli si era definitivamente guadagnato la stima e l'affetto di suo zio il re.
E poi, aveva ampliato la sua visione del mondo; aveva conosciuto le grandi citt dell'Oriente; a Costantinopoli aveva ammirato le vestigia pi grandiose di Roma e aveva capito che cos'era l'impero, che cos'era il potere. Il solenne e immenso palazzo imperiale presso il porto, con il suo straordinario susseguirsi di edifici imponenti, splendidi per marmi e mosaici, e di giardini, lo affascin senza dubbio; il palazzo delle Blancherne, residenza abituale del sovrano, dovette riempirlo di ammirazione; e cos le mistiche liturgie nella semioscurit di Santa Sofia rischiarata dallo scintillare dei mosaici e delle icone colpiti dai barbagli delle infinite lampade a olio; l'etichetta ieratica di corte, nella quale il basileus detto "Amico del Cristo" e "Pari agli Apostoli" rifulgeva in trono come un dio; e i bagni, le corse dell'Ippodromo, le cacce alle belve feroci con l'ausilio dei falconi e dei ghepardi.
Ma forse era stata soprattutto Gerusalemme a commuoverlo. La citt era molto pi piccola di Costantinopoli, senza dubbio; e forse c'era soltanto un monumento che avrebbe potuto rivaleggiare in bellezza con quelli della capitale bizantina, cio la Cupola della Roccia che i crociati chiamavano il Templum Domini e che sorgeva al centro del grande recinto quadrangolare custodito dai cavalieri templari.(38) La basilica della Resurrezione invece, con la cupola dell'Anastasis e l'edicola del Santo Sepolcro, alla met del dodicesimo secolo era ancora un grande cantiere, dove si terminavano i lavori che avrebbero completamente trasformato quel che restava dell'impianto costantiniano nella pi caotica e affascinante chiesa romanica della Cristianit.(39)
Della residenza di Federico a Gerusalemme e delle sue visite ai Luoghi Santi ci resta una sola, lieve traccia diretta: il fatto cio che pi tardi, e ripetutamente, avrebbe ricordato commosso di aver visto con i suoi stessi occhi le molte opere di carit che ogni giorno si facevano nell'Ospedale della Citt Santa grazie all'impegno dei cavalieri di San Giovanni.(40)
Federico si lasci alle spalle Gerusalemme alla fine d'agosto o ai primi di settembre del 1148; nel giorno della Nativit della Vergine, le mura di Acri scomparvero all'orizzonte; probabilmente le avr guardate a lungo, dalla poppa della sua nave, finch il cerchio azzurro del mare non le ebbe inghiottite. Ma la Citt Santa gli rimase forse da allora nel fondo del cuore, ogni giorno della sua vita. Dice il salmo 137, quello della tristezza dell'esilio:
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Come cantare il cantico del Signore in paese straniero?
Se io ti dimentico, o Gerusalemme,
sia paralizzata la mia mano destra;
resti attaccata al palato la mia lingua,
se io non ti ricordo,
se non metto Gerusalemme
al di sopra di ogni mia letizia.
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Nell'esilio della sua patria tedesca e delle strade di Borgogna e d'Italia, per quaranta lunghi anni, Federico non avrebbe mai dimenticato Gerusalemme. E alle soglie della vecchiaia avrebbe ripreso il bordone del pellegrino e la via dell'Oriente, diretto ancora una volta verso quel suo lontano sogno di giovinezza, verso il ricordo di quel ragazzo generoso e feroce d'un tempo, quel giovane dai capelli fulvi che aveva seguito oltremare il re Corrado.
Se ti dimentico, Gerusalemme...
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7. DI CORONA IN CORONA.
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Non sappiamo con sicurezza a quale anno risalga il matrimonio di Federico con Adela, sorella del margravio Gebhard di Vohburg. Secondo alcuni, le nozze avevano avuto luogo prima ancora che egli divenisse duca di Svevia, quindi entro i primi mesi del 1147; per altri, dopo la met del 1149. I signori di Vohburg erano sostenitori della casa di Svevia e Adela - che aveva qualche anno pi di Federico - aveva recato in dote allo sposo il feudo dell'Egerland, direttamente dipendente dal re. Una cortina di nebbia nasconde ai nostri occhi il volto di questa dama tedesca, che rimase a lungo in disparte, non fu incoronata con il marito quando questi ascese al trono e alla fine dovette adattarsi allo scioglimento del suo matrimonio. Poich la loro unione era stata priva di figli, e dal momento che per entrambi le seconde nozze furono feconde, resta in effetti il dubbio che i loro rapporti siano stati molto rari. Fra crociata, cure del ducato e poi lotta per la corona, a Federico non doveva restare molto tempo da dedicare a una donna non pi giovanissima e appartenente per giunta a un casato di second'ordine.
Eluderemo pertanto - un senso di pietas ci induce a farlo - il tema dell'adulterio, toccato da alcuni cronisti del tempo. Esso avrebbe bens dato al marito - secondo il diritto consuetudinario germanico - giustificazione per il ripudio e anche per l'uccisione della coniuge: ma secondo il diritto canonico non era in s causa sufficiente per il divorzio. Le voci di adulterio possono semmai aver fatto parte del corredo giustificativo dell'annullamento del vincolo matrimoniale, ma  difficile che siano partite da corte: o, quanto meno, da Federico. E ci va detto nel momento in cui  bene ricordare altres che nella mentalit feudale l'adulterio comportava l'infamia per il traditore ma non - come sarebbe emerso pi tardi, sull'onda del successo di certi temi trobadorici e giullareschi - il ridicolo del tradito.
Ad ogni modo, lo sviluppo di tutta la faccenda fa piuttosto pensare che Federico nutrisse, nei confronti dell'abbandonata Adela, sentimenti di lontano rimorso, misti magari a insofferenza. Lo scioglimento del matrimonio avvenne facilmente, e con il consenso della Chiesa, sulla base dell'allora consueto pretesto della consanguineit: v'era in effetti tra i due coniugi una parentela di sesto grado, e legami del genere erano frequentissimi - com' ovvio - all'interno della cerchia dell'alta nobilt, cio di pochi lignaggi dediti a una sorta di endogama di classe. Beninteso, di consanguineit cos lontane ci si preoccupava solo se e quando la cosa sembrava conveniente. Adela si rispos con un cavaliere di condizione sociale inferiore alla sua, Dietho von Ravensburg, un ministerialis, anche se si  incerti se in quanto tale appartenesse agli Staufer o ai Welfen. Chiss che queste seconde nozze - allietate da parecchi figli - non siano state da parte del sovrano un modo per riparare indirettamente a un torto commesso e assicurare alla donna - come consorte di un ministerialis - l'egida della protezione regia.
Il fatto vero  che comunque il legame con i Vohburg apparteneva ancora alla "politica del piede di casa" cara agli ultimi anni di Federico il Losco; serviva a consolidare la posizione feudale e patrimoniale degli Svevi, senza prospettive pi ampie. Una volta re, Federico avrebbe considerato come una grave remora questo matrimonio senza eredi con l'esponente d'un cos poco significativo lignaggio.
Lasciamo quindi alla sua nebbia la memoria di Adela, senza farle carico di un adulterio che forse non avrebbe mai avuto l'opportunit di commettere neppure se avesse voluto; rispettiamo la tristezza di una donna vittima prima d'un legame impostole dal suo casato, poi dalle ragioni d'una politica pi grande di lei.
E torniamo al Federico pubblico, al suo ruolo di duca di Svevia e di stretto collaboratore del re di Germania all'indomani della crociata. Dopo questa peraltro infelice esperienza, Guelfo di Memmingen - reduce da una visita a Ruggero di Sicilia e presumibilmente ben fornito di oro normanno - si era dato di nuovo senza perder tempo a organizzare una rivolta nobiliare che del resto serpeggiava un po' in tutto il regno e alla quale la lunga assenza del sovrano aveva fornito esca. Guelfo mirava naturalmente a riprendersi la Baviera, ma il giovane re Enrico - che durante l'assenza del padre impegnato nella crociata aveva dato buone prove di s e suscitato grandi speranze - lo vinse e quasi lo prese prigioniero in una battaglia presso Flochberg, l'8 febbraio 1150, nella quale la coalizione ribelle si dissolse. In quell'occasione si posero in luce le doti di moderazione politica e la capacit mediatrice del duca di Svevia: Federico fece in modo che i prigionieri di Flochberg venissero celermente liberati dai vincitori e che Guelfo potesse rientrare nei ranghi mantenendo la sua dignit e riottenere beni di qualit e misura onorevoli per lui.
Si andava ormai delineando comunque una situazione in cui - come del resto era accaduto altre volte - l'equilibrio interno della Germania era strettamente connesso a quello internazionale. Dati infatti i rapporti fra corona e nobilt tedesca, era abbastanza logico che qualunque nemico esterno del sovrano avrebbe cercato di creargli difficolt alleandosi con questo o con quello dei suoi grandi nobili. Ora, la tensione costante fra Staufer e Welfen costituiva un'occasione ideale per quanti avessero voluto minare dal di fuori la sicurezza interna del regno. E Corrado, da parte sua, aveva abbastanza rigidamente limitato i campi del gioco delle alleanze internazionali scegliendo senza possibilit di equivoci l'amicizia con la corte di Bisanzio: anzi, sperava di ottenere una principessa bizantina in sposa per suo figlio Enrico. Ci rendeva automatica e irreversibile l'ostilit nei suoi confronti da parte del re di Sicilia, che ben conosceva i diritti e le pretese dei due imperi sui territori che costituivano appunto il suo regno; ma, dopo la crociata, allontanava dal sovrano tedesco anche le simpatie del papa e del re di Francia, convinti entrambi che Manuele Comneno avesse congiurato con i turchi per sabotare la santa impresa. Abbiamo del resto gi veduto come, durante la crociata, l'antipatia fra tedeschi e francesi avesse avuto modo di manifestarsi in termini non soltanto politici.
Ruggero di Sicilia aveva da parte sua non pochi problemi: l'impresa contro Bisanzio avviata con la presa di Corf non aveva avuto successo, e nell'estate del 1149 i bizantini, con l'aiuto dei veneziani, avevano riconquistato l'isola; nel contempo, egli si trovava a sua volta a dover fronteggiare una coalizione di nobili ribelli della quale avrebbe avuto ragione soltanto nel febbraio seguente, pi o meno - coincidenza? - nello stesso periodo della battaglia di Flochberg. Ruggero comprendeva bene che l'appoggio del pontefice gli sarebbe stato indispensabile per mantenersi saldo nel suo regno: d'altronde, sapeva che dal concordato di Worms in poi il papato vedeva nel re di Germania il suo naturale appoggio politico - secondo una tradizione ch'era del resto carolingia e che Ottone primo aveva rinnovato neldecimo secolo - e che attorno al pontefice v'erano prelati che sull'equilibrio tra Santa Sede e corona tedesca avevano impostato la loro concezione dell'ordine in Occidente. Era pertanto necessario da un lato fomentare mediante la corruzione qualunque possibile forma di rivolta o di difficolt politica interna alla Germania, e dall'altro dimostrare al papa ch'era inutile attendersi da Oltralpe un aiuto che - proprio a causa di quelle rivolte e di quelle difficolt - Corrado non era in grado di fornire, mentre c'era, vicino a lui, pronto e valido, il braccio normanno che gi aveva sostenuto Gregorio settimo al tempo della "lotta per le investiture". Solido appoggio alla politica di Ruggero presso il pontefice era un grande rappresentante dell'aristocrazia romana, Cencio Frangipani.
Roma era di nuovo in rivolta contro il papa; e dal 1148 il Senato pendeva sempre pi affascinato dalle labbra dell'agitatore Arnaldo da Brescia. Eugenio terzo accett quindi l'aiuto normanno dal momento che il sovrano tedesco, di nuovo impegnato a sedare la rivolta nobiliare nel suo regno, non poteva evidentemente soccorrerlo. Senonch, l'aiuto di Ruggero costava molto caro: egli chiedeva in cambio non solo la conferma dell'investitura feudale del regno di Sicilia, ma anche, in pratica, il diritto di scegliere i prelati delle sue citt. Era molto pi di quanto, dopo Worms, avesse mai domandato il re di Germania: e nel Sacro Collegio vi erano cardinali - fra cui il canonista dell'Universit di Bologna Rolando Bandinelli, che aveva da poco assunto la porpora - i quali consigliavano un ridimensionamento dell'intesa con Palermo. Ruggero si rese conto ch'era necessario mettere il pontefice davanti al fatto compiuto e, nella Pasqua del 1151, fece incoronare re suo figlio Guglielmo assicurandosi cos la discendenza dinastica.
La mossa del normanno era tanto pi grave in quanto, nel frattempo, Eugenio terzo era stato costretto ad abbandonare di nuovo Roma. Appelli accorati a Corrado partirono a quel punto, contemporaneamente, dalla cancelleria pontificia e dal Senato romano. Venisse a Roma a cingere alfine quella corona imperiale che, da Ottone primo in poi, spettava di diritto al re di Germania. E l'assumesse dalle mani del papa, riaffermando il suo ruolo di Defensor Ecclesiae e ristabilendo l'autorit pontificia in Roma: questo pretendeva Eugenio. La ricevesse invece da quel popolo romano che, secondo l'antica tradizione, era il solo ad avere il diritto di conferirla: questo proponeva il Senato.
Un'ambasceria papale, composta dai cardinali Ottaviano di Santa Cecilia e Giordano di Santa Susanna, si rec in Germania per comporre le varie ragioni di dissidio che ancora dividevano Eugenio da Corrado. Fu in quell'occasione che il cardinale Ottaviano allacci con Federico di Svevia un'amicizia destinata a dare, di l a un decennio, inattesi frutti. Il papa era disposto ad abbandonare l'alleanza con Palermo - considerata sempre un momentaneo ripiego - e quindi il progetto d'una crociata franco-normanna contro Costantinopoli (il progetto appoggiato anche dagli abati di Clairvaux e di Cluny), ma in cambio l'intervento romano di Corrado doveva essere rapido e risolutivo. Ruggero non restava intanto inattivo, e gi nuovi fermenti di rivolta serpeggiavano in Sassonia.
Le pressioni congiunte del pontefice attraverso i cardinali e dei prelati di corte, primo fra tutti l'ascoltato consigliere Wibaldo di Stavelot, ebbero alla fine ragione delle perplessit di Corrado terzo. Il re teneva alla corona imperiale: da parte sua, Wibaldo si proponeva di fungere da mediatore tra Manuele e Corrado, e l'imperatore di Costantinopoli si dichiarava disposto a intervenire in Italia contro Ruggero entro breve tempo.
L'incoronazione di Guglielmo aveva colmato la misura. Ormai, anche il papa era d'accordo che una campagna contro il re di Sicilia fosse indispensabile. In due successive diete, a Ratisbona nel giugno e a Wrzburg nel settembre 1151, Corrado si dichiarava deciso a compiere la spedizione italiana durante la quale avrebbe assunto la corona imperiale. Enrico duca di Sassonia era ancora in rivolta: ma ormai era una questione di priorit, e Corrado aveva fatto la sua scelta. Stabil dodici mesi per la preparazione dell'esercito: alla met del settembre dell'anno successivo, egli avrebbe mosso verso i passi alpini e i suoi fideles dovevano essere per quella data pronti a raggiungerlo, ciascuno con i suoi contingenti. Alla Sassonia si sarebbe pensato pi tardi.
Partiva frattanto un'ambasciata tedesca costituita dal cancelliere regio Arnoldo arcivescovo di Colonia e da Wibaldo di Stavelot: essa recava missive non solo per il papa ma anche per varie citt italiane che in un modo o nell'altro erano interessate alla discesa. V'era un messaggio anche per i riottosi romani, consigliati di sottomettersi di buon grado, ma al tempo stesso trattati con un certo riguardo. L'ambasceria aveva l'incarico di fare il possibile perch il rientro del papa a Roma avvenisse con il consenso del Senato. Il pontefice, per, non fece da parte sua alcun passo per giungere a una composizione con i suoi avversari romani.
A met febbraio 1152, Corrado era a Bamberga dove si era recato per tenervi una dieta. Era stanco, e non pi nel fiore degli anni: tuttavia non c'erano veri motivi per temere della sua vita. Eppure, inaspettatamente, egli abbandon questa valle di lacrime: e la sua dipartita alla vigilia del viaggio d'Italia fu cos inattesa per un verso, "tempestiva" per un altro, che si sospett - e Ottone di Frisinga raccoglie tale diceria - che egli fosse stato fatto avvelenare da Ruggero.
Enrico figlio di Corrado, il vincitore di Flochberg ch'era stato associato al trono tedesco fino dal 1147, era da poco premorto al padre. Questi disponeva ancora,  vero, d'un altro figlio nella persona di Federico conte di Rothenburg: egli era per allora un ragazzo di sei-sette anni. Morendo, il sovrano affid quindi le insegne regali e la tutela del suo giovanissimo figlio al nipote Federico di Svevia, che negli ultimi cinque anni gli era stato di continuo accanto fornendogli parecchie prove di fedelt, di energia e d'intelligenza. Pi tardi, sarebbe nata la voce di una vera e propria designazione di Federico da parte del morente Corrado: essa non pare tuttavia poggiata su alcun serio fondamento.
Il fatto che Federico fosse figlio di uno Staufer e di una Welf nonch depositario delle insegne regali corrispondeva a due importanti elementi in suo vantaggio, sul piano della candidatura al trono. Bisognava tuttavia agire rapidamente, perch la posta in gioco era alta: da un lato, si trattava di confermare l'autorit della corona prima che le tendenze centrifughe della nobilt tedesca avessero di nuovo il sopravvento e il paese precipitasse ancora una volta nella guerra civile; dall'altro, era necessario impedire che il partito della stretta fedelt al papato romano riuscisse - come era accaduto nelle due ultime elezioni a re - a egemonizzare l'elettorato e imporre come suo candidato il concorrente pi debole in modo da perpetuare quello stato d'insicurezza della corona che giovava sia al papa sia ai principi tedeschi (ecclesiastici soprattutto, ma anche laici).
Le trattative furono condotte da Federico non solo con la massima spregiudicatezza, ma anche nella piena accettazione di una logica di spartizione territoriale e feudale che in un certo senso rappresentava la conclusione pacifica di un'evoluzione segnata da tre decenni di guerre civili. Enrico il Leone, duca di Sassonia e ormai - nonostante i suoi circa ventidue anni - capo riconosciuto di casa Welf, aveva di nuovo ottenuto dal 1142 il suo ducato, che Corrado aveva prima tolto, come sappiamo, al padre; ma era da parecchi mesi in rivolta, in quanto aspirava a rientrare in possesso di quella Baviera della quale i suoi antenati avevano tenuto ereditariamente il ducato. E in Baviera, Enrico possedeva numerosi allodi, oltre a feudi d'origine non ducale: quella regione era piena di suoi fideles. Federico si rese conto che non restituire il ducato bavaro al cugino avrebbe significato perpetuare la guerra civile; inoltre il Leone, pur non avendo nessuna possibilit di essere personalmente eletto re, poteva influenzare efficacemente una gran parte dell'elettorato. La sola ragionevole soluzione consisteva nel negoziare quindi il suo appoggio, garantendogli in cambio entrambi i ducati: Sassonia e Baviera.
Una soluzione al tempo stesso limpida e sconcertante: il trionfo della casa Welf attraverso l'ascesa al trono di un Hohenstaufen. E, di fatto, una diarchia nel regno - e non era forse logico, visto che le due parti si fronteggiavano da anni senza che nessuna delle due riuscisse a prevalere? -, poich il padrone di Baviera e Sassonia era veramente, e non per modo di dire, padrone di mezza Germania.
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Attorno all'asse dell'alleanza tra i due cugini si ordinarono le altre potenze, le altre pretese, gli altri interessi; a Guelfo di Memmingen furono promessi marca di Toscana e ducato di Spoleto; a Bertoldo di Zhringen, suocero di Enrico il Leone e sire del Brisgau, di Zurigo e di Berna, si promise l'alta mano sulla Borgogna. Restava fuori dall'accordo Enrico Jasomirgott di Babenberg, duca di Baviera, che ben comprendeva al contrario come si stesse delineando un'alleanza che lo avrebbe privato della sua prestigiosa corona. Ma allo stato dei fatti egli era un isolato. Permanevano incerte anche le posizioni di vari altri grandi del regno: del conte palatino di Baviera Ottone di Wittelsbach, del conte Enrico di Ratzeburg, di Alberto l'Orso margravio del Brandeburgo, di Adolfo secondo di Schauenburg conte dello Holstein, del duca Ladislao di Boemia, di Ermanno di Stahleck conte palatino del Reno e via discorrendo.  probabile che la familiarit con alcuni di loro, che Federico si era guadagnato durante la crociata, fosse determinante per il loro consenso. Ad ogni modo, opposizioni davvero vigorose non pare che ve ne fossero. Restava un vero e proprio ostacolo, costituito dal prelato che occupava il posto al quale per consuetudine spettava la reggenza del regno nei periodi di vacanza del trono: l'arcivescovo Enrico di Magonza, notoriamente fedelissimo al papa e il cui principato episcopale era tradizionalmente avverso a franconi e svevi. Egli guardava inoltre con sospetto a Ottone di Babenberg, zio di Federico, il quale come vescovo di Frisinga era suo suffraganeo, e temeva che questi volesse elevare la sua diocesi al rango metropolitano.
Wibaldo di Stavelot, rientrato allora dalla missione italiana, not immediatamente che qualcosa, nella politica dell'aristocrazia tedesca, andava cambiando. Gli arcivescovi Arnoldo di Colonia e Hillin di Treviri (grande amico dello Svevo) erano allineati sulla soluzione prospettata a Bamberga, quella di una successione del duca di Svevia al trono; il clero bavarese aveva manifestato di gradire questa decisione; la nobilt tedesca si andava radunando a Colonia per una sorta di consenso preelettorale, e Magonza veniva evidentemente evitata. Wibaldo aveva pro bono pacis incoraggiato un avvicinamento fra Welfen e Weiblingen: ma ora si stava forse domandando che cosa ne sarebbe scaturito per gli interessi della Chiesa in Germania.
Il 4 marzo 1152 l'arcivescovo di Magonza inaugur com'era suo diritto nella citt di Francoforte, soggetta alla sua autorit, la dieta elettorale del regno. Immediatamente, il copione studiato fra Bamberga e Colonia venne messo in scena con abilit: l'arcivescovo di Colonia propose che le decisioni (era tradizionalmente necessaria, per l'elezione, l'unanimit) fossero demandate a una commissione composta dai grandi principi, dai quali avrebbe dovuto uscire il re; essa - nella quale figuravano Federico di Svevia, Enrico di Sassonia, Enrico di Baviera - si riun celermente; ma quasi contemporaneamente una voce tumultuosa si lev dagli accampamenti e l'acclamazione Fridericus Rex! rison dappertutto, mentre i nobili svevi sollevavano il loro giovane duca sugli scudi. Egli diventava ormai cos re di Germania e "re dei romani", titolo in s privo di realt concreta ma che gli conferiva per tradizione il diritto a prendere in Roma la corona imperiale dalle mani del papa. Le proteste dell'arcivescovo di Magonza vennero soffocate; Federico, eloquentemente circondato dai suoi partigiani in armi, dichiar chiusa la dieta elettorale e convoc tutti i presenti entro cinque giorni, il 9, ad Aquisgrana dove avrebbe avuto luogo - con una tempestivit che tradiva la fretta - la cerimonia dell'incoronazione. La presunta "fretta" era giustificata. L'elezione non conferiva alcun potere: era semplicemente un titolo giuridico per salire al trono, ma quel che "faceva il re" era appunto l'incoronazione.
A Francoforte per via fluviale attraverso il Meno e il Reno, e poi da Singig per via di terra, Federico giunse ad Aquisgrana. La cerimonia dell'incoronazione si tenne la domenica Laetare Jerusalem, quarta di quaresima (e, appunto, 9 marzo), nella Cappella Palatina, la grande chiesa ottagonale eretta da Carlomagno a imitazione di San Vitale di Ravenna e dove riposavano le spoglie del fondatore dell'impero franco. Il giovane svevo pot sedere sul grande trono di pietra posto sul lato ovest del deambulacro della chiesa, e l la corona gli fu cinta da Arnoldo arcivescovo di Colonia; indi ricevette l'unzione sacramentale. "Re d'Occidente", perch a occidente della chiesa era posto il suo seggio, vedeva giungergli da oriente - perch ad est era il grande altare - la corona regale. A cinque anni dal suo viaggio al Sepolcro, ora il Cristo lo conduceva in processione da oriente verso occidente, dalla pietra dell'altare a quella del trono. Era il suo ritorno trionfale dalla crociata. Fortificato dal crisma con il quale si consacrano anche i vescovi, egli era ormai un "Cristo" (cio un Unto) del Signore.
I vescovi di Bamberga e di Treviri e l'abate di Ebrach furono immediatamente inviati a Roma con una lettera per mezzo della quale il sovrano informava il pontefice della sua elezione - ma non gliene chiedeva conferma, come avevano invece fatto i suoi predecessori - e lo assicurava della sua volont di conservare fedelt alla Chiesa e di mantenere intatte le sue prerogative, di instaurare la giustizia nel regno e di rifondare la passata grandezza dell'impero.
Ma tutte queste erano espressioni pi o meno di repertorio. La realt consisteva nel fatto che Federico, allora pi o meno trentenne, era nel pieno vigore delle sue forze; e come discendente delle due case che da trent'anni si disputavano il supremo potere in Germania, Welfen e Weiblingen, era la "pietra angolare" in grado di unire le due tradizioni e di regnare quindi "in pace": il che vuol dire con poteri ed energia politica quali forse nessun sovrano tedesco aveva pi avuto a disposizione dalla morte di Enrico terzo in poi.
La risposta di Eugenio terzo alla lettera di Federico giunse da Segni due buoni mesi pi tardi: anche tenendo conto della relativa lentezza delle comunicazioni del tempo e della ponderazione necessaria per un documento cos importante, il ritardo era significativo. Il papa era gi stato informato dall'arcivescovo di Magonza e dai prelati tedeschi a lui pi fedeli di come si erano svolte le cose alla dieta di Francoforte. Anche Wibaldo di Stavelot gli aveva scritto, lodando le doti d'intelligenza, di decisione, di coraggio, di senso della giustizia (cio, fuor di metafora, di alto concetto del proprio potere) del nuovo sovrano: insomma, lo aveva avvertito che si preparavano tempi pi difficili nel controllo del regno da parte della Chiesa. Il fatto poi che il nuovo re di Germania non domandasse al pontefice conferma alcuna della corona ricevuta era il segno di una scelta: da allora, la Chiesa tedesca avrebbe avuto grossi problemi quanto al mantenimento della sua libertas, termine poi che significava la stretta dipendenza dalla Curia pontificia.
Eugenio terzo dichiarava, nella sua lettera, di approvare benigno favore sedis aspostolicae l'elezione di Federico: era la risposta "benignamente" affermativa a una domanda non fatta, a una richiesta evitata. E sonava implicitamente ben pi grave di un rimprovero. Fin dall'et carolingia, l'imperatore era sempre stato incoronato dal papa: il che sottintendeva che un principe germanico, per potersi dire "re dei romani" e candidato quindi alla corona imperiale, dovesse disporre del favor apostolicus. In un certo senso si pu affermare che le contese praticamente incessanti che Federico dovette sostenere per quasi quarant'anni con sette diversi pontefici cominciarono da qui.
D'altra parte, Eugenio terzo non era in grado di guastarsi con il sovrano tedesco: anzi, nella sua missiva gli raccomandava di scendere presto in Italia per assumervi la corona e adempiere quelle promesse che Corrado aveva fatto alla Curia e alle quali la morte gli aveva impedito di tener fede. La ragione di tanta premura risultava chiara da una lettera che qualche mese dopo, il 20 settembre del medesimo anno, il papa scriveva a Wibaldo di Stavelot: i populares romani stavano tramando in segreto, istigati da Arnaldo da Brescia: era necessario che il re di Germania venisse al pi presto a Roma e schiacciasse la testa della rivolta. Concettualmente, la sottintesa pretesa di superiorit pontificia espressa dal benigno favore della lettera a Federico si adatta perfettamente alla richiesta d'aiuto della lettera a Wibaldo: non era forse l'imperatore defensor Ecclesiae? Sul piano politico il pontefice sapeva bene che il soccorso del re di Germania gli sarebbe stato fatto pagar caro: e tuttavia risultava evidentemente prioritario sbarazzarsi una volta per tutte di Arnaldo, anche se ci avesse dovuto obbligarlo a pesanti concessioni al sovrano tedesco. Del resto, gi la lettera di Federico al papa, se ometteva di domandare l'approvazione, la sollecitava implicitamente promettendo in cambio un energico e pronto appoggio: in quel frangente non era un baratto svantaggioso, per il pontefice.
Ma i romani, sostenuti dall'insegnamento di Arnaldo e dall'aspirazione all'indipendenza della loro citt, non avevano intenzione di assistere passivamente a queste transazioni. Gi nel 1149 avevano ripetutamente scritto a Corrado terzo per incitarlo a scendere a Roma e a prendervi la corona imperiale nonostante le macchinazioni del papa, dei Frangipani, dei Pierleoni - eccetto beninteso Giordano - e del re di Sicilia. Erano evidenti, in tali missive, i rapporti fra le tesi cristiano-popolari di Arnaldo e la rinnovata ideologia "quirite" che, grazie anche alla coeva rinascita del diritto romano, andava conquistando il Senato dell'Urbe. La base giuridica per la rivendicazione del diritto del popolo romano ad autogovernarsi e per la stessa sua pretesa a disporre della corona imperiale era la Lex regia: era appunto in nome di essa che la corona veniva offerta a re Corrado, al quale si proponevano i due modelli imperiali e cristiani di Costantino e di Giustiniano. E ora, proprio nel 1152, da Roma giungeva a Federico la lettera di un sostenitore di Arnaldo che noi conosciamo col nome di Wetzel e che quindi supponiamo fosse un tedesco. Ma, vero nome o pseudonimo che esso fosse, il documento che recava quella firma era improntato a una solida cultura e a una chiara per quanto schematica e unilaterale visione delle cose. Wetzel cominciava con il congratularsi per l'elezione regale di Federico, dolendosi tuttavia del fatto che questi - tratto evidentemente in inganno dai chierici, i quali tendono sempre a confondere le cose umane non meno che le divine - avesse trascurato di domandar conferma della sua elezione a re "dei romani" non gi al papa, ma ai suoi stessi sudditi; o meglio, a Roma stessa, Roma "signora del mondo, creatrice e madre degli imperatori".
Wetzel proseguiva argomentando, alla luce tanto delle Scritture quanto del diritto giustinianeo, su quali fossero i diritti del popolo romano a gestire la dignit imperiale: Roma veniva paragonata a Rebecca, la quale aveva consentito a Giacobbe di ricevere la benedizione di Isacco; il clero era eretico, apostata, nemico della legge di Dio e la "Donazione di Costantino" una menzogna; arma precipua dell'imperatore era la legge; potere e dignit dell'impero erano nelle mani dei romani, e stava pertanto a loro di creare gli imperatori. La missiva concludeva chiedendo l'invio di un'ambasciata che avrebbe dovuto trattare i particolari dei diritti imperiali.
Federico non poteva n aveva certo l'intenzione di prestare orecchio a questa voce forse isolata: tuttavia, doveva tener conto dell'esistenza anche di umori di questo genere, soprattutto se voleva avere un quadro chiaro di quanto avrebbe potuto trovare in Italia. Ma sul momento era necessario consolidare la situazione tedesca, e a ci lo spingeva quella stessa aristocrazia laica che quasi unanime lo aveva posto sul trono dopo aver imparato a sue spese - con un'esperienza trentennale - che la scelta di un candidato debole conduceva non gi a una maggiore libert nobiliare, bens soltanto alla guerra civile. Per quanto la discesa in Italia fosse necessaria anche per cingere le due corone, la regale italica e l'imperiale, Federico intendeva prima provvedere a regolar le cose tedesche, indi ad accordarsi con il pontefice in maniera da subordinare la sistemazione delle faccende romane a una ridefinizione sia dei rapporti fra impero e papato, sia delle prerogative regie sulla Chiesa tedesca.
Il biennio 1152-54 fu caratterizzato da una serie ininterrotta di diete nelle quali Federico affront, una per una, le questioni pi importanti: soltanto dopo aver cos impostato per linee generali la sua azione di governo, avrebbero potuto passare le Alpi.
Celebrata la Pasqua a Colonia, Federico inaugur il 18 maggio seguente, a Merseburgo, una grande assemblea generale di tutti i principi del suo regno. Era il giorno di Pentecoste: la dieta sarebbe durata sino alla fine del mese.
Che cos'era, come si presentava, la Germania d'allora? A prima vista, si sarebbe tentati di rispondere che il quadro era quello di un paese in assetto di transizione: le tracce del vecchio sistema di organizzazione etnica rimanevano, ma avanzava un nuovo modello, quello dell'organizzazione territoriale, mentre faceva grandi progressi il sistema feudale. I principati pi forti o dotati di pi ampia autonomia e di pi ricche risorse erano i ducati: la Sassonia a nord; la Svevia, la Baviera e la Carinzia a sud; l'Alta Lorena a ovest (la Bassa Lorena, nata come una parte dell'antico principato etnico di Lotaringia, era ormai scomparsa, e il titolo ducale che le spettava sarebbe stato rivendicato dal Brabante); la Boemia a est. Il ducato etnico di Franconia era ormai scomparso. Alle frontiere orientali stavano poi, a difenderne i confini, le marche: il vecchio Nordmark, ormai divenuto Brandeburgo; e poi ancora le marche di Lusazia, di Misnia, d'Austria, di Stiria, di Carniola.
Tra un ducato e l'altro, una marca e l'altra, oppure all'interno degli uni o delle altre, v'erano delle contee: si trattava senza dubbio di pubbliche circoscrizioni, ma ci non toglie che talune di esse fossero nate per usurpazione dei diritti regi o in seguito a smembramenti di circoscrizioni precedenti. Cos erano nate le contee di Franconia o di Frisia; cos - dalla scissione della Bassa Lorena - la contea di Fiandra dipendente dal regno di Germania (ma un'altra contea fiamminga, pi ampia, dipendeva da quello di Francia), nonch le contee di Lussemburgo, di Hainaut, di Olanda, di Gheldria. Alcuni conti erano riusciti a mantenere la loro autorit su ampi territori, sui quali esercitavano anche l'alta giustizia: erano i "landgravi", il pi celebre dei quali  quello di Turingia. Fra i conti, un ruolo speciale spettava a quelli detti "palatini" in quanto esercitavano funzioni pubbliche presso la Curia regis, il "Palazzo", cio a corte. Importanti il conte palatino di Sassonia e, ancora di pi, quello dell'Alta Lorena: questi era chiamato di solito "conte palatino del Reno" e amministrava la regione che avrebbe poi preso appunto il nome di Palatinato.
A differenza dei principati laici, i quali di solito conservavano un carattere rurale e i titolari dei quali usavano sempre pi trarre la propria denominazione da uno dei loro castelli, i principati ecclesiastici - Magonza, Colonia, Treviri, Salisburgo, Amburgo-Brema, Magdeburgo - erano in genere costituiti dalle citt centro diocesano del principe-vescovo e da una porzione pi o meno ampia dell'area circostante. Il regno contava sei province arcidiocesane, a loro volta ripartite in una quarantina circa di diocesi; vescovi e abati dei monasteri regi partecipavano di diritto all'elezione del sovrano.
I principi, ecclesiastici o laici che fossero, e i conti dipendenti da loro o direttamente dal re, costituivano il pi alto livello dell'aristocrazia tedesca. Al di sotto di esso, stavano i detentori di feudi minori o i liberi proprietari di "allodi" che, con riguardo alla loro personale condizione, si distinguevano in domini (o Herren), cio detentori di feudi o allodi estesi e di certe prerogative giurisdizionali; milites (o Ritter), cio cavalieri, liberi possessori di pi piccoli feudi; ministeriales (o Dienstmannen), spesso ricchi o potenti, ma di origine non libera e che dovevano la loro nobilt all'esercizio di un ufficio.
Gli abitanti del regno avevano quindi sopra di s questa complessa piramide signoriale. A meno che non abitassero nelle citt, che proprio nel dodicesimo secolo in Germania si andavano moltiplicando ed estendendo: perch in quel caso essi potevano godere del regime del tutto speciale che la corona accordava direttamente ai centri urbani e ai relativi mercati. Se a questa selva di condizioni giuridiche e sociali, di differenti livelli giurisdizionali, di prerogative variamente distribuite, aggiungiamo le rivalit dinastiche e le lotte civili, ci si render facilmente conto di come fosse difficile per il sovrano governare in modo ordinato ed efficace.
L'impegno con il quale Federico si pose al lavoro per riorganizzare il suo regno, va certamente attribuito alla sua energia: ma anche, senza dubbio alcuno, alla volont dell'alta aristocrazia che intendeva veder andare a sollecito buon fine gli accordi conclusi con lui alla vigilia dell'elezione del marzo. A Merseburgo si era verificato un fatto che era sembrato di buon auspicio: i due contendenti al trono di Danimarca, Sveno e Canuto, si erano rivolti al re di Germania per ottenere un arbitrato. Egli decise in favore di Sveno, ma pretese che questi gli prestasse omaggio: il trono danese diveniva in tal modo vassallo del regno germanico. Intanto, pu darsi per tener fede a una promessa fatta a Corrado, egli lasciava il suo ducato di Svevia al cugino Federico di Rothenburg; successivamente, nel giugno, alla dieta di Ratisbona, affid in feudo a Guelfo di Memmingen marca di Toscana, ducato di Spoleto, beni matildini, Sardegna. Pi complesso si annunziava il problema della Baviera, rivendicata da Enrico il Leone contro Enrico Jasomirgott: Federico intendeva mantenere le promesse formulate in fase preelettorale, ma la questione era troppo delicata e bisogn affidarla all'assemblea dei principi del regno.
Allo stesso periodo appartiene la proclamazione del Landfriede, la costituzione di pace valida per tutto il regno. Fin dall'inizio della sua attivit di governo, Federico d segni di voler portare avanti in parallelo - magari con alterne fasi tattiche - i due disegni: da un lato la feudalizzazione del regno imposta (e impostagli) dalla realt di fatto del grande potere dei principi senza i quali egli non avrebbe mai cinto la corona; dall'altro il mantenimento e, dove e quando possibile, il potenziamento del principio della superiore unit territoriale del regno stesso, per quanto l'autorit pubblica fosse anche su questo piano largamente delegata ai principi. Alla luce di ci, la compresenza e la dialettica di un Landrecht (diritto territoriale) e di un Lehnrecht (diritto feudale) resteranno caratteristiche. Scopo del Landfriede era l'affermazione del potere regio contro ogni possibile forma di anarchia o di forza centrifuga: era il sovrano e solo lui a emettere la costituzione di pace, anche se poi convocava in varie assemblee locali i principi e la faceva giurare a ciascuno di loro. In tale costituzione si decretava la pena di morte per i casi di omicidio e si precisavano le pene per quelli di ferita grave o di furto; si stabilivano ammende pecuniarie per altri delitti, fra i quali si poneva l'accento sulle speculazioni sui prezzi dei cereali; erano punite le usurpazioni dei poteri pubblici e le varie forme di abuso fin l consuete, come la riscossione di pedaggi illegittimi; si limitava rigorosamente il diritto di porto d'armi, escludendone i contadini; il duello giudiziario veniva consentito soltanto a quei cavalieri i cui antenati avessero gi ricevuto la dignit cavalleresca (ci si avviava con ci alla chiusura del ceto cavalleresco e alla sua trasformazione in una nobilt di sangue: Federico avrebbe confermato questa tendenza con le successive leggi del 1156 e del 1186).(41)
Due erano le novit salienti di questa costituzione: da un lato, essa riaffermava al di l di ogni possibile ambiguit di fatto il carattere pubblico delle funzioni che gli stessi principi esercitavano, e quindi il ruolo delegato dei loro poteri dinanzi al re; dall'altro, interessava tutti (dalla grande nobilt ai mercanti e ai contadini) e mostrava di aver colto con molta chiarezza - con le norme volte a impedire il porto d'armi generalizzato, le speculazioni sui cereali e i pedaggi illeciti - il nesso strettissimo fra violenza, insicurezza, ingiustizia, malcontento e instabilit politica. Era il circolo vizioso fra questi elementi, dannosi tutti alla pace e all'ordine, che il sovrano intendeva infrangere.
Si usa distinguere il regno di Federico in grandi scansioni cronologiche, e affermare che dal 1152 al 1158 egli avrebbe sistemato le questioni di Germania, di Borgogna e dell'impero; da allora in poi sarebbe passato a quelle - che si sarebbero rivelate ben pi ardue a risolversi - del regno italico. Ma si tende ormai concordemente anche a notare come nella sua politica si possano individuare le fila di un disegno limpido e rigoroso perseguito con tenacia, ma anche con notevole spirito di adattamento alle varie realt politiche alle quali volta per volta occorreva adeguarsi. Le linee portanti di tale disegno possono essere riassunte in tre punti: alto senso della giustizia e fede nel principio che la forza del potere pubblico doveva affermarsi soltanto attraverso il diritto; chiara presa di coscienza che le forze territoriali e feudali che ormai si dividevano il regno di Germania non potevano venir messe da parte e che quindi il sovrano doveva scendere a patti con esse senza tuttavia rinunciare a far rispettare comunque e dovunque il principio che egli era la sola fonte di diritto; comprensione della necessit di creare, ampliare e rafforzare un Kronland, un territorio della corona, sul quale esercitare senza intermediari il potere regio, certo tenendo conto dei vari poteri locali, ma ribadendo il diritto alla gestione delle prerogative superiori, in particolar modo dell'alta giustizia. Alla sovranit suprema, l'honor imperii, Federico era ben deciso a non dover rinunziare in nessun caso, pur rendendosi conto che era poi necessario comportarsi con estrema duttilit nelle singole questioni pratiche e dinanzi ai vari poteri e situazioni di fatto. Lotario e Corrado avevano sostanzialmente fallito, nei loro compiti di sovrano, in quanto non avevano tenuto sufficiente conto di tutto questo e nella misura in cui le lotte fra i due clans, il "guelfo" e il "ghibellino", avevano loro impedito d'impiantare una politica regia sufficientemente solida.
L'aneddotica ha a questo punto i suoi diritti e le sue giustificazioni, purch se ne comprendano con chiarezza le funzioni. Una lunga tradizione storiografico-erudita, magari d'intenzione e di segno opposti, ha tenuto per lungo tempo a sottolineare la "durezza" e l'"inflessibilit" di Federico, in contrasto con quelle stesse doti di generosit cavalleresca che distinguono certi episodi della sua vita. "Durezza" e "inflessibilit", poi, ora recate a modello di sovrana grandezza, ora computate a carico di feroce tirannia. Quasi tutti gli italiani che abbiano oggi almeno quarant'anni e che abbiano fatto la scuola media inferiore, ricorderanno il ritratto altero e impassibile che di Federico ha tracciato Giosu Carducci nella Canzone di Legnano: nel 1162, dinanzi all'umiliazione dei cittadini milanesi, nessuno - neppure gli stessi "signori e cavalieri" tedeschi - sanno trattenere le lacrime; lui solo
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dritto, in piedi, presso lo scudo imperial, ci riguardava, muto, co'l suo damantino sguardo.
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Il Carducci, che conosceva bene le fonti medievali, non aveva tracciato a caso questo disegno. Si tramanda che nel giorno della sua incoronazione - giorno di gloria, quindi di clemenza - il sovrano respingesse inflessibilmente un nobile colpito dal bando che gli chiedeva grazia. Con la piena coscienza d'aver giudicato secondo giustizia e senza alcuna personale animosit, il nuovo re dichiarava che in quel caso non v'era - proprio nel nome della giustizia - nessun motivo di clemenza. Pi tardi, nel 1155, in occasione di una serie di guerre private dilaganti nel territorio del principe-vescovo di Magonza, Federico - che pure aveva ormai gi avuto i suoi primi contatti con il diritto romano - non esit a riesumare dalle costumanze germaniche un vecchio uso, abbandonato forse da due secoli: nella dieta di Worms, il giorno di Natale, obblig il conte palatino del Reno Ermanno di Stahleck e altri dieci conti ribelli a sfilargli davanti portando sulle spalle, in segno d'ignominia, un cane. Morto poi Ermanno di Stahleck, Federico infeud il palatinato del Reno al proprio fratellastro Corrado, in modo da consolidare il diretto potere degli Hohenstaufen in Renania.
Dopo le diete di Merseburgo e di Ratisbona, in quella di Ulm del luglio 1152 regol alcuni problemi giuridico-territoriali svevi; e quella di Wrzburg, nell'ottobre seguente, lo pose di nuovo dinanzi alla questione di Enrico Jasomirgott. Federico era assorbito dalle trattative con la Chiesa ( del marzo 1153 la dieta di Costanza che condurr al trattato fra lui e il papa) e con il basileus: stava organizzando insomma il suo ingresso nella dignit imperiale, e non gradiva di venir ulteriormente distolto da una faccenda evidentemente fastidiosa. Il Babenberg, indispettito da parte sua per quella che ormai pareva essere una soluzione concordata a suo danno fra il re e i principi, addusse un pretesto per non presentarsi a Wrzburg; fece lo stesso per le due diete successive, quella di Worms nella Pentecoste del 1153 e quella di Spira nel dicembre dello stesso anno. Alla fine, il 3 giugno del 1154, i principi si riunirono per una nuova dieta a Goslar: stavolta avevano deciso che il contegno dello Jasomirgott sonava come un'intollerabile offesa alla loro dignit e anche il sovrano - gi su tutte le furie per la rivolta nobiliare nel principato vescovile di Magonza - ne aveva abbastanza. Il ducato bavarese fu quindi assegnato a Enrico il Leone, che aveva da parte sua gi assunto - unilateralmente, ma sulla base degli accordi di un biennio prima - il titolo di duca di Baviera e di Sassonia.
Enrico il Leone era il grande favorito del sovrano, il quale non ignorava che la pace del regno dipendeva essenzialmente dal suo rapporto con i principi, dei quali Enrico appunto era il pi potente. Federico interveniva quindi con cura, e con grande tatto, a sistemare come mediatore tutti i possibili motivi e momenti d'attrito fra i grandi nobili: e se ne verificavano parecchi, specie fra Enrico il Leone e Alberto l'Orso. Il re sosteneva Enrico anche nella sua politica ecclesiastica, e difatti durante la dieta di Goslar fu al duca di Sassonia che venne concesso il diritto d'investitura dei tre vescovati di Oldenburgo, Meclemburgo e Ratzeburg e di tutti quelli che da allora in poi si fondassero nel "paese dei Vendi" da poco conquistato. Le proteste dell'arcivescovo di Brema, metropolita di quelle tre diocesi, non valsero a nulla: poco dopo anche il papa ratific le decisioni regie, grazie alle quali il duca si trovava ad avere un grande potere sulla Chiesa di Sassonia e a disporre di quelle prerogative sulle Chiese episcopali che, tradizionalmente, erano detenute dal re. E difatti Enrico riplasm secondo la sua volont il territorio ecclesiastico: trasfer il centro diocesano di Oldenburgo a Lubecca e quello di Meclemburgo a un'altra sua fondazione recente, Schwerin. D'altro canto, egli rispett le prerogative metropolitane dell'arcivescovo di Brema sulla regione: ma gest con vigore tutti gli aspetti temporali dell'organizzazione diocesana, dalla dotazione territoriale ed economica ai nuovi vescovi - procurata per mezzo delle confische di terre ai vari signori sassoni e di un'ottima organizzazione di riscossione delle decime - fino al controllo diretto delle avvocazie ecclesiastiche. Per tutta l'estensione dei territori a lui soggetti, Enrico non deleg mai le sue funzioni di detentore dell'alta giustizia: anzi, non esit a porre in atto una rigorosa politica di confisca e di attribuzione ai suoi fedeli ministeriales delle terre dei nobili che eventualmente gli si ribellavano. Nel frattempo, seguiva con interesse lo sviluppo del commercio nel Baltico e dava il primo impulso a quello che sarebbe divenuto il mercato anseatico.
Duca tanto di Sassonia quanto di Baviera, Enrico segu tuttavia una politica diversa in ciascuna di quelle due regioni. Se i criteri con i quali impost il suo governo in Sassonia furono essenzialmente territoriali, in Baviera - dove le basi del suo potere in quanto esponente di casa Welf erano pi profonde - egli ag in modo da raccogliere quasi l'eredit della vecchia tradizione etnico-tribale: in particolare, si serv largamente dello strumento dei Landtage, le diete locali della tradizione bavarese alle quali egli convocava periodicamente i conti e i vescovi.
Il gioco di Enrico il Leone era risoluto e al tempo stesso molto sottile. Senza dubbio egli conduceva una politica autonoma, e si pu dire che gli mancasse soltanto il titolo per essere un re. Al tempo stesso, per, badava bene a non azzardare mai passi che lo mettessero con evidenza fuori dalla pubblica legalit: come duca, agiva sempre quale rappresentante del sovrano nei suoi due ducati. E Federico a sua volta interveniva qua e l, sempre in modo condiscendente e, nelle mediazioni - riguardo ad Alberto l'Orso, all'arcivescovo di Brema e cos via -, regolarmente seguendo una politica di favore nei confronti del cugino. Ci ha potuto dar l'impressione di una sua qualche debolezza dinanzi a quest'ultimo: impressione errata, in quanto era proprio attraverso queste sempre condiscendenti mediazioni che Federico ribadiva, pur con diplomatica cortesia, il suo ruolo irrinunciabile di sovrano al quale spettavano comunque le decisioni ultime. D'altronde egli sapeva bene - e dopo il suo viaggio del 1154-55 in Italia non avrebbe potuto esservi su ci alcun possibile dubbio - che il suo disegno imperiale passava attraverso il mantenimento della pace in Germania, obiettivo che egli non avrebbe potuto in alcun modo conseguire senza tenersi amico il potente cugino - appoggiandolo all'occorrenza anche se a contingenti (mai per troppo gravose) spese dell'autorit regia -, facendogli al tempo stesso tuttavia capire che il suo dinamismo doveva rispettare dei limiti. Ed Enrico aveva da parte sua tutto l'interesse a frenare i suoi impulsi autocratici, in modo da impedire che essi scatenassero, per reazione, delle rivolte nobiliari che avrebbero imposto la sia pur "discreta" e "accomodante" mediazione del sovrano. Era un rapporto sul filo del rasoio, nel quale per gli apparenti cedimenti di Federico a Enrico sono l'indizio dell'esatto contrario di quel che si  sovente pensato; non vi fu mai nessuna abdicazione di fatto dei poteri regi n in Baviera n in Sassonia, n alcun loro abbandono all'arbitrio ducale.
Nell'autunno del 1155, Federico tornava da quella spedizione italiana della quale dovremo, nel prossimo capitolo, parlare a lungo. Sulla sua fronte brillavano due nuove gemme: la corona regale d'Italia, assunta a Pavia in aprile, e quella imperiale cinta in Roma due mesi dopo, nel giugno. Suo cugino Enrico il Leone gli era stato costantemente accanto, distinguendosi come uno dei suoi pi preziosi collaboratori. Tra il sire di Weiblingen tre volte incoronato e il giovane e volitivo figlio di Enrico il Superbo i rapporti erano stretti, giustificati dalla comune coscienza del fatto che l'uno aveva bisogno dell'altro. La cautela e la reciproca diffidenza ne facevano tuttavia parte: Enrico era stato designato a Goslar quale duca di Baviera, ma non ancora investito tale; e senza dubbio il fatto che i suoi poteri non avessero ancora ricevuto quella definitiva - e, nel pensiero e nella prassi del tempo, fondamentale - sanzione, lo impensieriva un poco. Fu soltanto nell'ottobre, durante la dieta di Ratisbona, che la cerimonia dell'investitura ebbe luogo. Era il primo gesto solenne che Federico compiva in territorio germanico, dopo avervi posto piede cinto della corona imperiale: la circostanza non  priva di significato. Ma non lo  neppure il fatto che sedici mesi erano passati dalle decisioni di Goslar: in tale non lungo ma poi neppure brevissimo lasso di tempo Enrico sapeva di essere stato messo alla prova; e sapeva anche che il suo rivale per la Baviera, Enrico Jasomirgott, aveva costantemente spiato le sue mosse, pronto a porgere a Federico una mano sicura alla quale il sovrano avrebbe potuto affidare il vessillo ducale. La distanza fra la designazione di Goslar e l'investitura di Ratisbona copre esattamente l'arco della spedizione italiana. Federico, impaziente di cingere le corone italica e imperiale, sapeva di aver bisogno di coprirsi le spalle da iniziative sia del Leone, sia dello Jasomirgott: e con quel semplice espediente temporeggiatore aveva ottenuto quanto desiderava. Le sue carte erano state ben giocate.
La cerimonia di Ratisbona non significava peraltro che Federico avesse abbandonato al suo destino lo Jasomirgott o si fosse rassegnato alle prospettive di una sua ribellione. Lo stesso nuovo duca di Baviera sapeva bene che la sua vittoria aveva un altro prezzo. Cominciarono lunghe e laboriose trattative approdate a una nuova dieta tenutasi anch'essa a Ratisbona nel settembre 1156, cio quasi esattamente un anno dopo la prima.
La scelta del luogo e del periodo era uno soltanto dei fattori che convergevano a dare a questa nuova dieta un aspetto non solo di riconciliazione, bens forse addirittura di riparazione rispetto a quella precedente. La cerimonia di riconciliazione si svolse in un accampamento sontuoso che lo Jasomirgott aveva fatto costruire a breve distanza delle mura della citt. Ladislao secondo duca di Boemia dette solenne lettura di un documento che, nel ribadire la spettanza del ducato di Baviera a Enrico il Leone, ne recideva per, per assegnarla a Enrico di Babenberg, una cospicua porzione corrispondente al medio corso del Danubio e incuneata fra Moravia e Stiria sino ai confini con l'Ungheria: la marca d'Austria, appunto (cio la Ostmark, la "marca orientale"), ora ampliata ed eretta a sua volta in ducato e quindi direttamente dipendente dal re di Germania. Il nuovo duca d'Austria riconsegn all'imperatore le insegne del potere ducale bavaro, che fino ad allora aveva gelosamente conservato e che furono affidate al Leone; ma le bandiere, simboli della giurisdizione sui territori della marca orientale, gli furono restituite.
La fondazione del nuovo ducato non era soltanto un ulteriore passo in avanti sulla strada dello smantellamento dei ducati etnici e della loro sostituzione con ducati a base territoriale (e abbiamo visto come, per la Baviera, Enrico il Leone avesse fatto una politica tendente a ritardare questa soluzione). Il privilegio conferito da Federico a Enrico Jasomirgott per l'occasione, quello che la tradizione storica conosce come Prvilegium minus,(42) andava ben oltre: anzi, andava in verit oltre qualunque privilegio fin l concesso a un principe dell'impero. Entro i confini del nuovo ducato, nessuno poteva esercitare una qualche autorit senza il consenso del duca: nemmeno l'imperatore. Inoltre - resta per il sospetto che queste clausole siano frutto di una successiva manipolazione del documento - esso veniva conferito in feudo non solo a Enrico e a sua moglie, la principessa bizantina Teodora congiunta del basileus Manuele Comneno, ma anche ai loro discendenti di sesso tanto maschile quanto femminile.
Il 1156 fu un anno importante nella vita e nella politica dell'imperatore. Fino dal marzo 1153, in occasione del trattato di Costanza con il pontefice, il matrimonio con Adela di Vohburg era stato sciolto; tale uno dei costi che il sovrano aveva imposto al papa per l'accordo. Wibaldo di Stavelot aveva messo a punto una minuziosa ricerca genealogica, dalla quale risultava che effettivamente tra Federico e Adela esisteva un legame di consanguineit di sesto grado, sufficiente a determinare la nullit del loro matrimonio. Il re di Germania aveva ormai altre mire. Bisogno di eredi, e Adela non gliene aveva partoriti; e soprattutto prospettive di un nuovo pi prestigioso matrimonio. In un primo tempo, Federico pensava a Bisanzio: e infatti aveva a tale scopo intavolato con la corte di Costantinopoli qualche trattativa che avrebbe proseguito la linea di alleanze matrimoniali tra i due imperi (Bertha di Sulzbach e Manuele, Enrico di Babenberg e Teodora). Insieme con l'offerta di alleanza contro i normanni di Sicilia e gli ungheresi, un ambasciatore straordinario, Anselmo di Havelberg, aveva recato nel settembre 1153 a Manuele una proposta di nozze tra Federico e la sebastocratorissa Maria, nipote del basileus stesso. Altre ambascerie seguirono: ma il deteriorarsi delle relazioni tra i due imperi viet loro di andare in porto.
Ben presto la possibilit di nuove nozze si era profilata in rapporto a un'altra importante questione politica. Il regno di Borgogna - o di Arles - che comprendeva parte della Borgogna, la Provenza, la Val d'Aosta e l'area occidentale di quella che sarebbe stata poi la Svizzera, era passato dal 1032 al re di Germania; e nel 1038 un'assemblea della Chiesa burgunda riunita a Soleure aveva sancito che da allora in poi il regno di Borgogna sarebbe appartenuto agli imperatori romano-germanici: ma i sovrani tedeschi non erano mai riusciti a imporre davvero la loro autorit. Nel 1127 Lotario di Spplingenburg aveva investito dell'ufficio di rector Burgundiae la famiglia degli Zhringen; e nella dieta di Merseburgo del 1152 Federico aveva confermato tale carica al capo del casato Zhringen, il duca Bertoldo. Questi avrebbe dovuto in particolare provvedere ad arginare la politica aggressiva che veniva condotta dal conte Guglielmo di Macon. Ma il 9 giugno del 1156, colpo di scena: nel corso di una lunga e solennissima festa che si protrasse un'intera settimana, Federico si un in matrimonio con l'ereditiera della contea di Macon, Beatrice. Le nozze comportavano la volont d'intervenire da allora in poi nelle questioni burgunde: a Bertoldo di Zhringen, esautorato dalle funzioni di rector Burgundiae, fu affidata l'avvocazia delle diocesi di Losanna, Ginevra e Sion. Il che non bastava certo a compensarlo in maniera soddisfacente.
L'unione tra Federico e Beatrice segna una svolta nella storia della Germania, in quella della Borgogna, e soprattutto di quel territorio fra Reno, Rodano e Po sul quale l'imperatore intendeva far centro per la costituzione d'un nucleo di potere al tempo stesso statale e familiare. Ma fu una svolta forse anche - e soprattutto? - nella storia personale di Federico.
Si dice in genere che il dodicesimo secolo abbia inventato l'amore quale noi moderni lo concepiamo;(43) e si aggiunge che tale amore era sempre e comunque una cosa al di fuori di quel contratto stipulato a fini politici, economici o diplomatici ch'era il matrimonio. Ma  difficile penetrare l'intimo incantesimo dell'innamoramento d'una coppia di quei tempi lontani; anche i casi celebri di Abelardo ed Eloisa o di Tristano e Isotta restano isolati nelle loro sfere perfette, inaccessibili. Impossibile, poi, leggere dentro una storia privata che non ci ha lasciato tracce dirette, una storia nascosta dietro il bagliore di troppe corone e celata dietro il fruscio pesante di troppi documenti ufficiali. La pergamena  dura da srotolare.  quindi inutile, anacronistico, antistorico chiedersi se Federico e Beatrice si siano amati, e se una questione del genere  correttamente ponibile. Pure, al di l di corone e di pergamene, nel lungo e forse a modo suo felice rapporto di quella coppia - in mezzo alle tempeste del regno, alle avventure, alle guerre - qualcosa ci dice di s; che in barba a tutti gli anacronismi del mondo in quel rapporto ci fu qualcosa che doveva somigliare all'amore.
Quando la corona imperiale venne con le sue gemme pesanti a posarsi sulla nube dei suoi capelli biondi, Beatrice aveva vent'anni: avrebbe potuto quasi esser figlia del suo sposo, certo di dieci, forse di quattordici anni pi vecchio di lei. Ed era, per i tempi, un corretto rapporto di et fra coniugi. Ma nel dodicesimo secolo vent'anni erano gi molti, ed essa era ormai una gran dama; inoltre, aveva la fortuna di vivere in una qualche misura i fremiti e i sogni di quel periodo aurorale della cultura europea cos ben interpretato da una sua grande coetanea, la duchessa Eleonora d'Aquitania, regina di Francia e poi d'Inghilterra.
La giovane imperatrice scriveva e cantava canzoni: in latino, in francese d'o'il, in lingua d'oc, in tedesco, in italiano. Dalla Provenza aveva saputo cogliere sul nascere il fiore della pi dolce poesia d'amore del tempo. Ed  sicuro che almeno in una certa misura a lei si debba quell'ingentilimento della cultura tedesca che, fiorito alla corte sveva e trasmesso attraverso i molti ministeriales-poeti, condurr allo sbocciare di quel Minnesang nel quale eros e fedelt feudale sembreranno fondersi.
Ma torniamo alla politica. Matrimonio burgundo, allontanamento da Bisanzio, sistemazione delle faccende in Baviera, creazione del nuovo ducato d'Austria: tutto ci appartiene al 1156, un anno che nella storia del sovrano svevo si pu considerare nodale.
L'impero aveva i suoi funzionari di governo: alla loro testa, v'erano alcuni grandi prelati che costituivano al tempo stesso la cappella e la cancelleria dell'imperatore. Arcicancelliere per il regno di Germania era l'arcivescovo di Magonza; per quello d'Italia, l'arcivescovo di Colonia; per quello di Borgogna, l'arcivescovo di Besanon. Ma la chiave di volta del sistema era costituita dal ruolo del cancelliere, che nella pratica gestiva le tre cancellerie e gli affari di tutto l'impero. Nel maggio del 1156 era scomparso Arnoldo arcivescovo di Colonia, uno dei grandi elettori di Federico, che aveva retto insieme arcicancelleria di Germania e cancelleria imperiale. L'imperatore ne approfitt per portare avanti la sua politica di scelta di uomini nuovi, e si chiam accanto un nobile di grande famiglia ch'era gi stato prevosto nei capitoli cattedrali di Mnster e di Hildesheim: Rainaldo di Dassel.
Nato verso il 1120, quindi pi o meno coetaneo del sovrano, Rainaldo aveva avuto un'ottima educazione ed era stato anche compagno di studi di Ecberto di Schnau, il futuro grande mistico; pu darsi che avesse addirittura studiato a Parigi fra 1140 e 1146. Attivo, spregiudicato, ambizioso, aveva conosciuto Federico nel 1149, quando questi era ancora duca di Svevia aureolato dalla recente gloria crociata. Intanto, Rainaldo si era guadagnato la stima e la simpatia di Wibaldo di Stavelot ch'era ammirato per la sua cultura classica: per quanto in realt le sue vere competenze stessero piuttosto nelle questioni militari, che lo appassionavano anche molto di pi.
D'accordo con Wibaldo e con Arnoldo di Colonia, Rainaldo aveva avuto la sua parte nell'elezione regia del marzo 1152; e in seguito aveva assolto a parecchi incarichi, sempre imponendosi con la sua abilit all'attenzione di Federico. Premio di questo assiduo lavoro furono nel 1156 il cancellierato, e nel 1159 l'arcicancellierato d'Italia e la cattedra archiepiscopale di Colonia.
Con questo nuovo collaboratore, Federico trov il ministro che gli era necessario per passare da una politica prevalentemente tedesca a un'altra, che fosse davvero imperiale. Ma, alla base di essa, c'era un grande bisogno di denaro: e soltanto le citt italiane erano in grado di fornirne in misura sufficiente. Si apriva quindi una fase nuova, che si sarebbe inaugurata con la discesa del 1158 al di qua delle Alpi.
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8. MIRABILIA URBIS.
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Il ritratto del fisico e del carattere di Federico  arduo a disegnarsi. I cronisti che l'hanno tracciato - e che talora sono stati molto vicini al sovrano - hanno gradualmente unito osservazioni che noi considereremmo realistiche a schemi desunti dall'etica e dalla topica del tempo: e questo era, nel dodicesimo secolo come anche prima, del tutto normale. Inutile ricordare il caso, di tre secoli pi vecchio, di Eginardo, il quale nella descrizione dell'aspetto e dell'indole di Carlomagno che ancora possiamo leggere nella sua Vita Karoli si era ispirato agli schemi del De vita 12 Caesarum di Svetonio, vissuto tra il primo e il secondo secolo dopo Cristo, cercando di adattare il suo eroe a questo illustre modello tanto da far della sua biografia - com' stato detto - la "tredicesima Vita di un Cesare".
Bisogna d'altra parte guardarsi dal ritenere che Eginardo abbia tracciato il semplice profilo di un Idealtypus. Certi sia pur generici caratteri fisici cui egli fa cenno - l'alta e massiccia statura, ad esempio - furono confermati da un esame dei resti di Carlo effettuato nel 1861. A ogni buon conto, gli schemi a carattere etico-politico restavano importanti, ed Eginardo fece scuola nella fissazione di un genere letterario: la Vita regis. E noi vediamo bene come la suggestione di questo modello ag ad esempio sulla Vita del re di Francia Roberto il Pio, scritta nel secondo quarto dell'undicesimo secolo da Elgado di Fleury, o nei Gesta Chuonradi secundi Imperatoris compilati verso la met del medesimo secolo dal cappellano di corte Wipone. Si trattava intenzionalmente di biografie "esemplari", che dovevano costituire un paradigma. Diverso fu invece lo scopo dei Gesta Friderci prii imperatoris, redatti dallo zio di Federico, il cistercense Ottone di Babenberg vescovo di Frisinga. Ottone, il quale aveva studiato nella Parigi in cui insegnavano Abelardo e Gilberto de la Porre ed era stato compagno di studi di uomini quali Giovanni di Salisbury, aveva scritto una Historia de duabus civitatibus: storia universale in cui, seguendo il paradigma di sant'Agostino e di Paolo Orosio, si tracciavano le vicende della civitas terrena e quindi dell'impero romano come parabola di decadenza, di lento - e d'altro canto provvidenziale - disgregarsi delle istituzioni temporali, ma al tempo stesso come cammino verso la Parusa, la Seconda Venuta del Cristo. Tuttavia, Ottone aveva trattato anche un tema assai gradito all'imperiale nipote, quello della translatio imperii, il passaggio della monarchia universale dai greci ai romani e da questi ai germani. E proprio sulla translatio, e sulle grandi speranze aperte da Federico riguardo al rinnovamento della dignit imperiale, si fondava il racconto dell'avvento al trono del giovane principe svevo e dei suoi primi anni di governo.
La narrazione del dotto vescovo di Frisinga - intrapresa per desiderio espresso del nipote - si arresta al 1158, anno della scomparsa del suo autore; fu ripresa e continuata da Rahewino, che la port al 1160 senza tuttavia riuscire a immettervi quell'afflato, quel respiro che si avverte nelle pagine di Ottone.
Ai Gesta Friderici dobbiamo un primo ritratto di Federico; altri ne sarebbero seguiti, pi o meno realistici e pi o meno benevoli, nelle pagine dei vari cronisti. E noi ci limiteremo, beninteso, a considerare quelli grosso modo coevi. Ma qualche notizia almeno sul suo volto e in genere sul suo aspetto fisico (tutte le fonti sono d'accordo sul suo sorriso affascinante, sulle sue mani bellissime) ci proviene altres da una tradizione iconografica a sua volta ancora pi insicura di quella cronistica, ancora pi difficile a utilizzarsi dal punto di vista storico, eppure tale da non potersi sottovalutare. Ci restano alcuni suoi ritratti da considerarsi attendibili: il busto-reliquiario in bronzo dorato della chiesa parrocchiale di Cappenberg in Westfalia, una sua effigie scolpita in metallo sullo scrigno-reliquiario di Carlomagno in Aquisgrana, una miniatura da un codice conservato nella Landesbibliothek di Fulda che ce lo presenta in trono tra i figli Federico e Corrado, e infine un'altra miniatura, conservata in un codice della Vaticana, che ce lo mostra in abito segnato dal distintivo del voto di crociata. Fonti diverse, create in tempi differenti e per scopi eterogenei; ma che hanno tutte - anche se  difficile controllarne il livello di idealizzazione o il realismo nel senso che noi attribuiamo a questi due termini - un'aria, si oserebbe dire uno spirito comune. Da quel volto affilato circoscritto dalla cornice di una corta barba fulva, da quelle labbra atteggiate a un'ombra di misterioso sorriso - non si sa se benevolo, divertito o ironico: ma con un fondo di energia e di decisione quasi feroci -, promana un senso di forza e al tempo stesso una specie di messaggio inquietante, indecifrabile. I suoi sono occhi che hanno contemplato gli arcana imperii: e sembrano averne conservato forse un sovrano disprezzo, forse una severa superiorit, forse una segreta stanchezza portata - e sopportata - con regale rassegnazione.  difficile guardare il busto di Cappenberg o la miniatura di Fulda senza pensare a quel ritratto - ben pi che semplicemente fisico - che ne d Acerbo Morena, il cronista lodigiano che lo conobbe, lo vide da vicino e lo am. Un volto gentile - dice il Morena - che dava l'impressione di esser sempre sul punto di ridere. Eppure, anche in quest'espressione ilare, anzi proprio in questa, qualcosa di ferino, di terribile: i denti bianchissimi, splendenti, che balenavano nel sorriso perfino quand'era indignato. Un sorriso che incuteva paura.
Wibaldo di Stavelot, scrivendo del suo signore a papa Eugenio terzo, non si perdeva in descrizioni fisiche, ma preferiva darne un ritratto morale: "Bramoso di combattere, desideroso di gloria e pronto a misurarsi nelle imprese pi ardue; molto sensibile alle offese". Ottone di Frisinga ne forniva un profilo morale lusinghiero ma anche stereotipato, e, quanto a quello fisico-comportamentale, si atteneva a un discorso di maniera che ricorda molto da vicino certe descrizioni, pi o meno coeve o di poco posteriori, degli eroi dei romanzi cavallereschi. Federico - dice infatti Ottone -  ben proporzionato: non lo si pu dire altissimo, ma la sua statura  comunque pi elevata e il suo portamento pi nobile della media. La corporatura  agile, elegante, ma al tempo stesso robusta. Ha capelli biondi e ricciuti, portati sempre abbastanza corti, che gli coprono appena le orecchie; e barba biondo-ramata. Gli occhi sono d'un azzurro chiaro e penetrante, la carnagione  bianchissima e soffusa di un giovanile, delicato rossore; i denti - ancora i denti - splendono bianchi come neve.
Il sovrano, continua il suo biografo, ha incedere risoluto e voce ferma; gode ottima salute, a parte qualche leggero attacco di febbre che lo prende talvolta e dura un solo giorno. Amante della guerra, non perde tuttavia mai di vista l'obiettivo della pace.  saggio, misericordioso con chi lo supplica, cortese con quanti domandano la sua sovrana protezione.
Come passa il suo tempo quotidiano? Al mattino, solo o con un ristretto seguito, assiste ai servizi religiosi e si fa benedire con le reliquie; indi attende alle questioni di governo. Talora si dedica per anche agli esercizi fisici, alla caccia con cani e falconi, al tiro dell'arco. Alla sua mensa, i pasti non sono mai n troppo frugali n immoderatamente sontuosi; e lo stesso giusto mezzo mantiene quando siede in giudizio, senza mai lasciarsi prendere la mano n da eccessiva condiscendenza, n da troppo rigida severit, n tanto meno da cupa sete di vendetta.
Suoi modelli sono le Scritture e le gesta degli antichi sovrani. Distribuisce con le sue mani le elemosine e versa con scrupolo le sue decime alla Chiesa. Quanto agli abiti, egli ama la semplicit dei costumi nazionali. Infine,  molto eloquente nella lingua materna e capisce discretamente il latino, anche se non lo parla con scioltezza.
A questo ritratto ideale, Rahewino - scrittore meno abile di Ottone - ha aggiunto una serie di luoghi comuni tratti da Sidonio Apollinare, da Jordanes e soprattutto da Eginardo, col risultato che il suo testo  un autentico puzzle di citazioni: ne deriva, fra Carlomagno e Federico, una certa somiglianza nel fisico e nel carattere che in realt non c'era affatto, ma che non dispiaceva all'imperatore svevo. Il Federico di Rahewino  anche straordinariamente colto: a giudicare dai suoi discorsi, cita a memoria brani interi di diritto canonico o romano e ricicla lunghi passi di Giuseppe Flavio. E non c' da stupirsene, visto che il suo modello, il Carlomagno di Eginardo, pur analfabeta leggeva abitualmente sant'Agostino!
La cronologia  uno dei grandi misteri della storia. Per anni, se guardiamo agli accadimenti, sembra non succedere niente: poi, d'un tratto, quasi senza ragione apparente, le vicende si rimettono in moto e i fatti si sommano accavallandosi. Fra 1152 e 1156, cio esattamente negli anni che videro Federico assumere le sue quattro corone - la tedesca, l'italica, l'imperiale, la burgunda - le basi del vecchio mondo parvero sconvolgersi. Se un certo equilibrio era stato raggiunto, se un assetto poteva dirsi consolidato ormai da qualche anno, esso era legato ad alcuni protagonisti: i quali per, nel breve volgere di un lustro, scomparvero tutti. Corrado terzo era sceso nel sepolcro nel febbraio del 1152; papa Eugenio terzo fece appena in tempo a rendersi conto che, col nuovo re di Germania, i rapporti fra regnum e sacerdotium stavano ancora una volta cambiando rispetto al concordato di Worms di trent'anni prima, in quanto mor a sua volta a Tivoli, ai primi del luglio del 1153, poco dopo aver stipulato con Federico il trattato di Costanza ed aver chiamato il cardinale Rolando Bandinelli alla cancelleria della Chiesa romana. Gli succedette Anastasio quarto, il quale regn tuttavia meno di un anno e mezzo poich mor a Roma ai primi di dicembre del 1154. Nell'agosto del 1153 intanto, poche settimane dopo Eugenio terzo, era venuto a mancare anche il dittatore spirituale della Cristianit della prima met del dodicesimo  secolo, Bernardo di Clairvaux. Nel febbraio del 1154 era morto Ruggero secondo di Sicilia. Di l a poco, sarebbero deceduti anche i rappresentanti del vecchio equilibrio fra Chiesa e regni: Sugero di Saint-Denis era gi morto nel 1151, Wibaldo di Stavelot e Anselmo di Havelberg sarebbero scomparsi nel 1158. E il 1154, l'anno che assist alla prima discesa di Federico nella penisola italica, vide anche Guglielmo primo salire sul trono di Sicilia ed Enrico d'Angi su quello d'Inghilterra. Entro pochi anni, la civilt occidentale dette l'impressione di voltare una pagina della sua storia.
Si  incerti sul giudizio da dare, al riguardo, al trattato di Costanza. Fu l'ultima riga della pagina precedente o la prima della successiva? La Curia pontificia era certo preoccupata per le future mosse del giovane sovrano svevo, che era stato eletto re contro la volont dei rappresentanti della Chiesa tedesca pi fedeli a Roma e alla vecchia politica lotariano-corradiana di subordinazione dell'impero al papato; d'altro canto, papa Eugenio terzo aveva bisogno del sovrano tedesco per reinsediarsi in Roma vincendo le resistenze del Senato e del popolo affascinato dalla parola di Arnaldo da Brescia e per tutelarsi contro i normanni di Sicilia. Qualche cedimento sul piano della libertas della Chiesa tedesca dinanzi al regno sarebbe stato un modesto prezzo da pagare, in cambio dell'appoggio del re per superare la situazione romana e sventare il pericolo siculo-normanno. D'altro canto, Federico poteva ben mettere la Chiesa tedesca dinanzi a una serie di fatti compiuti che chiarissero ad esempio che - con buona pace del concordato di Worms - egli non intendeva di fatto rinunziare alle nomine vescovili e abbaziali: ma comprendeva molto bene che il tenerla soggetta a furia di colpi di forza sarebbe stato dispendioso e rischioso, mentre l'accordo col papato gli avrebbe fornito quel prestigio e quella legittimazione di cui il suo ancor giovane potere necessitava. A parte poi il fatto che egli aveva bisogno del papa per sciogliere il matrimonio con Adela di Vohburg.
Dopo vari preliminari gi avviati alla fine del 1152, in occasione della dieta di Wrzburg, una folta delegazione pontificia - della quale facevano parte sette cardinali - era giunta nel marzo del 1153 a Costanza dove il re teneva corte. I termini del trattato, che in realt il papa aveva gi approvato dal gennaio, erano chiari e reciprocamente molto obbliganti: il sovrano s'impegnava a non far pace con il re di Sicilia o con i romani senza l'assenso del papa e ad aiutare quest'ultimo a sottomettere la citt di Roma; in quanto defensor della Chiesa, egli avrebbe tutelato i diritti e le prerogative del seggio di Pietro e a non concedere al "re dei greci" (cio al basileus bizantino) alcuna terra "al di qua del mare", e anzi a rintuzzare eventuali tentativi d'invasione. Il papa s'impegnava da parte sua a incoronare il re di Germania quando questi fosse venuto a Roma per assumere la corona imperiale; a scomunicare chiunque fosse andato contro i diritti e le prerogative del regno; a rintuzzare anche con le sue forze eventuali assalti da parte bizantina.
Il testo del trattato prevedeva quindi un'attiva cooperazione nel mantenimento reciproco delle prerogative del papato e dell'impero e un'alleanza contro possibili attacchi bizantini in Italia. Federico si assumeva l'impegno di on far lega n con i normanni n con i romani: a fronte di quest'obbligazione unilaterale che era del resto ovvia (il pontefice era padrone di Roma secondo la "Donazione di Costantino" e senior del re di Sicilia, per cui la promessa del re di Germania si limitava a esser quella - logica secondo il diritto e la mentalit feudali - di non allearsi con dei vassalli senza il consenso o contro la volont del loro signore) otteneva lo scioglimento del suo matrimonio e anche una certa mano libera sulla Chiesa di Germania. In ci, a Costanza i legati si adeguarono al suo volere. Enrico arcivescovo di Magonza, che aveva ostacolato l'elezione regia di Federico, si vide dai legati papali sospeso dalle sue funzioni nonostante lo stesso san Bernardo avesse preso le sue difese; e Federico chiam - con le forme esteriori dell'elezione - a occupare la cattedra maguntina il suo cancelliere Arnoldo di Seelenhofen, che sarebbe morto nel 1156. Per contro, il re imped che i patti di Costanza regolassero anche una pendenza relativa alla diocesi di Magdeburgo, alla quale egli prefer dare poco dopo una soluzione da solo e naturalmente secondo il suo volere. Altre rimozioni furono effettuate, talune per cause di vecchiaia e di malattia: e insomma Costanza fu un'occasione per il rinnovamento episcopale della Germania. D'altronde, il re agiva nei confronti della Chiesa tedesca nel senso della salvaguardia dell'honor imperii, cio dei diritti della sovranit: ad esempio, impedendo che i beni della Chiesa venissero alienati. E il papato non poteva non essere d'accordo su questo. Ma se Corrado era stato un Pfaffenknig, un "re dei preti", Federico provvedeva in questo modo e con questi sistemi a eliminare a poco a poco il vecchio episcopato fedele all'egemonia del sacerdotium sul regnum che il suo predecessore aveva favorito o quanto meno tollerato e a sostituirgli un ceto vescovile nuovo, pi giovane, fedele alla corona, al quale poter chiedere un maggior carico di compiti politici, amministrativi, militari. In questo modo il re si garantiva anche contro le tendenze centrifughe della nobilt laica; e, nella misura in cui concedeva poteri ai vescovi, attutiva le conseguenze di possibili radicamenti feudali in quanto i prelati, anche quando appartenevano - come accadeva di solito - a grandi famiglie, non disponevano per di legittima discendenza diretta e non aspiravano quindi alla fondazione di dinastie. Del resto, Federico non esit talora neppure a ricorrere a vecchie tradizioni giuridiche che autorizzavano il sovrano a nominare direttamente i vescovi in caso di elezione contestata o a impadronirsi dei beni episcopali a ogni decesso di vescovo sulla base del cosiddetto "diritto di spoglio".
A Costanza si registr un grande assente: il concordato di Worms. Esso non venne per la verit n contestato n denunziato, ma non fu neppure chiamato in causa. Il re si rese conto che era opportuno porlo da parte senza pretese revisionistiche, semplicemente servendosene quando era utile e dimostrando altrimenti che esso era di fatto superato.
Tuttavia, era ormai l'Italia a occupare i pensieri dello Svevo: e non solo per la corona imperiale. Federico intendeva fondare tra Italia, Germania e Borgogna, sulle sue avite terre sveve, un forte nucleo di potere territoriale e dinastico che sarebbe divenuto la roccaforte del suo dominio: da l, egli aveva l'impressione di poter intervenire rapidamente in tutto l'impero. D'altronde, a Costanza, una forte rappresentanza di nobili e di ambasciatori delle citt "lombarde" (cio, nel linguaggio del tempo, italosettentrionali) aveva fatto ressa attorno al re dei romani per chiedere la conferma di antichi o meno antichi privilegi o per sollecitare il suo intervento a riparare torti o ingiustizie. Gli italiani si erano gi presentati nelle diete di Ulm, nel luglio dell'anno prima, e di Wrzburg nell'ottobre: a Wrzburg erano presenti parecchi signori lombardi, specie dell'area compresa fra Milano, Vercelli, Novara e Pavia. A Ulm Federico si era dovuto occupare di una questione territoriale riguardante i rapporti fra i centri di Como e di Chiavenna: ci torn pi tardi, nell'agosto del 1153, per sancire che Chiavenna dipendeva dal ducato di Svevia, anche se Como poteva tenerla in feudo. Ci significava ribadire che quella piazza fondamentale per il transito alpino sulla strada che collegava la Lombardia all'Alto Reno e al Danubio restava parte del regno di Germania, ma concedere al tempo stesso alla citt italiana di Como di sfruttarne i ricchi proventi. Ma a Costanza si levarono forti, soprattutto, le lamentele di alcune citt lombarde contro la politica egemonica condotta da Milano in tutta l'area compresa fra il Po, le Alpi, il Ticino e l'Adda. La voce pi accorata era quella dei lodigiani: i milanesi, dopo una lunga guerra, avevano nel 1111 distrutto Lodi dalle fondamenta e ne avevano disperso gli abitanti; da allora, era sempre stato impedito loro di riorganizzarsi in comunit civica, di reggersi in autonomia, di tenere un libero mercato. Gli ambasciatori lodigiani - i quali tuttavia non pare fossero detentori di un mandato ufficiale da parte dei loro concittadini, troppo intimiditi dai milanesi per poter cos apertamente dispiacere loro - facevano presente al sovrano che, laddove non si fosse posto riparo alla prepotenza milanese, il suo stesso viaggio verso Roma non sarebbe stato sicuro: ma, soprattutto, il loro appello sonava accorato rimprovero contro le omissioni dei doveri d'ufficio dei re d'Italia da oltre mezzo secolo. Il potere regio era vacante nella penisola dal tempo di Enrico quarto: e, poich era compito dei re mantenere iustitia et pax (beni sentiti come inscindibili, e in quest'ordine di precedenza), ecco che Federico doveva ai lodigiani una riparazione. Anche Pisa si associava alla richiesta di Lodi. Lo Svevo non era uomo da consentire che una lezione del genere gli fosse ripetuta. Senza dubbio, aveva ben presente sia il peso che le citt italiane avevano avuto nella lotta per le investiture, alcuni decenni prima, sia la massa di denaro ch'esse sottraevano al fsco regio usurpandone i diritti. Tuttavia, quel che colpisce nel dramma italico che si andava innescando  l'irrimediabile bipolarismo tra la posizione di Federico e quella delle citt italiane (anche delle non poche che gli furono a lungo fedeli). Non  vero che egli fosse per principio contrario allo sviluppo urbano e che appoggiasse pregiudizialmente i nobili feudatari.  stato dimostrato a sufficienza che egli non era affatto sempre e comunque rigido: qualche volta seppe dimostrarsi duttile e possibilista fino all'opportunismo. Il punto  un altro: che cio la sua visione del problema scaturiva dal principio che la realt del regno italico era obiettivamente legata all'impero, mentre quella dei comuni derivava dal vuoto di potere determinatosi in Italia da oltre mezzo secolo, in seguito al fallimento della politica di Enrico quarto. E tutto ci va bene, a patto tuttavia di rendersi conto che non esisteva, in Italia, nessun "vuoto di potere" nel senso politico del termine. C'era quello lasciato dai re di Germania, nella misura in cui essi erano stati impossibilitati negli ultimi decenni a governare la penisola. Ma, soprattutto nella parte settentrionale di essa, vi era il contrario esatto del "vuoto di potere": una corsa spietata al predominio, all'egemonia, fra i vari centri urbani.
Verso la penisola il re di Germania era attratto anche dalle prospettive di un'azione diretta contro il re normanno di Sicilia: i baroni ribelli di Puglia gli inviavano messaggi che lo incitavano a intervenire in loro appoggio, approfittando della debolezza della posizione di re Guglielmo I. Nell'ottobre del 1154, sistemata la questione bavarese, Federico moveva da Augusta per la via del Tirolo e attraverso il Brennero scendeva in Italia. La sua era una grande Heerfahrt, una spedizione militare dell'impero. Anzi, la pi importante e solenne: quella alla volta di Roma per l'incoronazione imperiale. Pure, la scorta che lo seguiva era abbastanza esigua: 1800 cavalieri, secondo una sua lettera a Ottone di Frisinga, il che vuol dire circa quattro o cinquemila armati in tutto. Evidentemente il suo appello ai principi dell'impero affinch lo accompagnassero era caduto nell'indifferenza, nonostante che alle questioni della corona imperiale e dell'ordine in Lombardia si fossero ora aggiunte anche le richieste d'aiuto dei baroni italomeridionali ribelli al loro nuovo re. Tuttavia, il cugino Enrico di Baviera e Sassonia era con lui.
Il 5 dicembre, nella piana di Roncaglia presso Piacenza, si apriva una grande dieta del regno d'Italia. Ivi, il sovrano eman una costituzione che - impedendo ad esempio ai vassalli di alienare un feudo senza l'autorizzazione del loro signore e prescrivendo che ai rispettivi signori originari tornassero i feudi restati vacanti pi di un anno e un giorno - sembrava mirare a una razionalizzazione del sistema feudale a vantaggio dell'alta aristocrazia; Federico pareva, per il momento almeno, ignorare o comunque non comprendere i problemi - non tanto e non solo giuridici, quanto piuttosto politici - posti dalle citt nelle quali il movimento comunale era ormai maturo, e le principali delle quali si erano gi dotate di una nuova caratteristica magistratura, quella consolare (Milano aveva propri consoli dal 1097, Genova dal 1099, Bologna dal 1123, Verona dal 1136, Parma dal 1149).  comprensibile che tale fosse il suo atteggiamento: nel regno di Germania non mancavano certo centri urbani anche importanti, ma nel loro complesso le citt non avevano lo stesso peso che in Italia; e, per lo stesso regno italico, egli non trovava nelle esperienze dei suoi predecessori alcun indizio d'una cos grande importanza del fattore cittadino. Il che era appunto logico, nella misura in cui i re germanici mancavano praticamente dall' Italia - a parte la breve incursione di Lotario - dalla fine del secolo precedente, ed era proprio nel corso della prima met del dodicesimo che il movimento comunale si era sviluppato.
Tuttavia, a Roncaglia anche i rappresentanti delle citt si trovavano a contatto di gomito con quelli della feudalit cisalpina. Presentavano doni, profferte di fedelt, proteste contro le citt vicine. Gli inviati di Como, di Lodi e di Pavia rinnovarono le loro accuse a Milano che mirava a sottomettere i vicini pi deboli e usurpava i diritti regali. D'altra parte, i messi milanesi risposero offrendo a Federico la bella somma di quattromila marche d'argento affinch egli confermasse alla loro citt il dominio su Lodi e Como, per essa molto importanti in quanto l'una era la chiave alla via fluviale del Po, l'altra alle vie terrestri che conducevano ai passi alpini: la proposta fu naturalmente respinta con sdegno. Federico aveva bisogno di denaro ed era ben deciso a ricavarne dal regno italico: ma non barattando con un po' di soldi le prerogative regie in una piccola e svantaggiosa manovra che sapeva d'appalto. D'altra parte era chiaro che, in linea di principio, Federico non era alieno dal trattare: questo, i milanesi lo avevano ben compreso.
Si delineava intanto la mappa dell'egemonia milanese, del suo microimperialismo. Oltre a opprimere Lodi, Milano intralciava i traffici di Cremona sostenendo la vicina Crema; appoggiava anche Brescia, il che danneggiava Bergamo. Le era inoltre nemica Pavia, l'antica capitale del regno longobardo, la quale sopportava con particolare fastidio l'ormai vittoriosa concorrenza milanese e cercava di crearle ostacoli appoggiandosi a Genova, a Novara (nemica di Milano soprattutto perch nemica dei conti di Biandrate, amici stretti dei milanesi), a Cremona, a Mantova, a Parma. Quest'ultima era d'altronde ostile a Piacenza, il che immetteva nella "scacchiera" italo-settentrionale un elemento di contraddittorio disordine, trovandosi Piacenza stretta fra Milano e citt a questa avversarie. Ma quel che finiva con il farla orientare verso Milano era l'inimicizia dei vicini potenti signori appenninici, i marchesi Malaspina, che in odio a lei guardavano a Parma e a Pavia come alleate. Milano poi si serviva della fedele Crema per controllare tanto Pavia quanto Cremona.
Insomma, la presenza di Milano costituiva il catalizzatore dinamico di tutto il sistema politico-territoriale lombardo. Suoi alleati erano gli stessi conti di Biandrate, i possessi dei quali controllavano la regione tra Sesia e Ticino, quindi tra Milano e Novara, e che erano peraltro fedelissimi del re; essi erano anche i soli veri grandi feudatari vicini a Milano, che anzi forse proprio a questa scarsa presenza feudale nelle sue vicinanze doveva, almeno in parte, lo sviluppo del suo potere. I lodigiani dal canto loro confidavano anche nel marchese di Monferrato affinch questi intervenisse in loro favore presso l'imperatore. E il marchese stesso si querelava contro le citt ribelli di Asti e di Chieri (Asti lo aveva clamorosamente battuto nel settembre precedente); il vescovo astigiano Anselmo, cacciato dalla sua citt, rincarava la dose; Asti e Chieri si appoggiavano a Milano; lo stesso faceva Tortona, in odio alla vicina Pavia. Per i milanesi l'amicizia di Tortona era quanto mai importante, in quanto quella citt serviva loro d'appoggio per le comunicazioni con Genova e il mare.
Anche da Genova arrivarono a Roncaglia ambasciatori: uno di loro, il venerando cronista Caffaro - un reduce della prima crociata - affid alla sua penna la memoria dell'incontro con il re tedesco. Da parte sua, Ottone di Frisinga ci informa - visibilmente e vividamente impressionato - dell'arrivo degli inviati di Genova con doni non solo splendidi, ma soprattutto strani agli occhi di chi veniva d'Oltralpe: leoni, struzzi, pappagalli. Federico aveva avuto durante la crociata il suo assaggio d'Oriente, e pu anche darsi che si fosse fatto un'idea dell'importanza delle colonie latine in Terrasanta e a Costantinopoli. Ad ogni modo, i ricchi doni dei genovesi dovettero lusingarlo, non tanto per da fargli perdere di vista quello che si aspettava da loro: Caffaro riferisce infatti - pi allarmato che lieto per l'onore riservatogli - che il giovane sovrano aveva trattato con gli inviati genovesi dei suoi "piani segreti". Doveva senza dubbio trattarsi del progetto di assalire il regno siculo-normanno: il re tedesco si attendeva l'appoggio tanto di Pisa quanto di Genova, ignorando o fingendo d'ignorare le reciproche rivalit dei due centri marinareschi.
Alla met del dodicesimo secolo, il movimento comunale era sviluppato anzitutto a nord del Po, ed era quindi naturale che le inimicizie e le lotte fossero particolarmente feroci in quell'area. A sud del fiume, cio nella regione compresa fra lo stesso Po, l'Adriatico e gli Appennini, l'elemento dinamico delle lotte fra le citt era costituito da Bologna, in contrasto sia con Modena per il possesso dell'area del Frignano che era essenziale per gli scambi con la Toscana, sia con Ferrara per il controllo del delta del Po, sia - infine - con Faenza per il dominio sulla citt di Imola. Ma tutta l'Italia centro-settentrionale era un duello: Pisa contrastava con Genova per l'egemonia sulle due isole di Corsica e di Sardegna e per il predominio sul Tirreno; Padova contendeva a Verona il controllo delle vie commerciali verso il nord-est della penisola e i passi del Tirolo e della Carinzia; Venezia tesseva le fila d'una lega marchigiana contro Ancona, il cui porto stava diventando troppo importante.
In quel groviglio di lotte, d'inimicizie, di tenaci rancori, Federico dovette in un primo tempo credere di potersi comportare come Alessandro il Grande dinanzi al nodo di Gordio: tagliando con ferma decisione quel che sarebbe stato arduo a districare. Roma e la corona imperiale lo aspettavano: n egli aveva ancora concepito i lineamenti d'una plausibile politica italica. Levate le tende da Roncaglia, mosse anzitutto contro Milano devastando e incendiando i castelli prossimi alla citt e posti a sua avanguardia oltre il Ticino, verso Novara: Rosate, Galliate (il giorno di Natale), Trecate, Torre di Momo. Ma non os attaccare Milano stessa, che a quel punto vegliava in armi, chiusa, arcigna: era troppo ricca e potente perch Federico potesse rischiarvi - alla vigilia della sua duplice incoronazione a re d'Italia e a imperatore - la sua reputazione, con le poche forze delle quali disponeva.
Ai primi del 1155 il re si spostava verso Novara e Vercelli, attestandosi nelle terre del fedele marchese di Monferrato. Attraversati poi i territori di Vercelli e di Torino, tra il gennaio e il febbraio assaliva Asti e Chieri, distruggeva la seconda e, quanto alla prima, la riconsegnava - devastata da un incendio - al marchese di Monferrato; infine, a met febbraio, si accampava minaccioso presso Tortona alla quale imponeva di abbandonare l'amicizia per Milano e di passare all'accordo con Pavia. Al fiero rifiuto dei tortonesi seguiva un duro assedio: condotto, beninteso, non tanto dalle scarse truppe di Federico, quanto da quelle del marchese di Monferrato e soprattutto dalle compatte e furibonde soldatesche pavesi.
E fu proprio a quelli di Pavia che la gente di Tortona rifiut ostinatamente per due lunghi mesi di arrendersi. Alla fine, la fame e la sete la costrinsero ad aprire le porte, e la citt fu abbandonata alle fiamme; i tortonesi, esuli, trascinarono la loro rabbia sino all'ospitale Milano. Intanto Federico, imbaldanzito per un trionfo che per la verit gli era costato, almeno in termini di tempo, un po' troppo caro, cingeva nella chiesa di San Michele dell'antica capitale longobarda di Pavia, nella quarta domenica di Pasqua, il 24 aprile, la corona ferrea di re d'Italia.
L'accoglienza dei pavesi - che il sovrano aveva liberato dall'incubo di Milano - era stata esaltante, la cerimonia d'incoronazione fastosa: ma il bilancio dei sei mesi passati in Italia non era tutto sommato - se si guardava alla sostanza - dei pi confortanti.
Ottone di Frisinga descrive con molto acume e anche con una discreta dose di humour la vita delle citt italiane, quale l'aveva vista di persona al fianco dell'imperatore. Egli non condanna n che i "longobardi" accordino la dignit cavalleresca a gente di umile estrazione, n che le loro citt tendano ad appropriarsi del circostante contado. L'unica cosa che non gli piace,  che abbiano approfittato dell'assenza degli imperatori romano-germanici dall'Italia per impadronirsi delle prerogative sovrane. Quello da lui tracciato  dunque un ritratto sostanzialmente benevolo, dal quale emerge tuttavia con chiarezza la sensazione che qualunque duraturo equilibrio fra esse e il sovrano sia destinato a durare molto, ma molto poco.
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I latini imitano ancor oggi la saggezza degli antichi romani nella struttura della citt e nel governo della cosa pubblica. Essi amano tanto la libert che, per sfuggire alla soperchieria dell'autorit, si reggono con il governo di consoli anzich di signori... e, per non mancare di mezzi con i quali contendere ai loro vicini, non disdegnano di elevare alla condizione di cavaliere e ai pi alti uffici giovani di bassa condizione e addirittura artigiani praticanti spregevoli arti meccaniche, che le altre genti tengono lontane come la peste dagli uffici pi onorevoli e liberali... In un punto tuttavia si dimostrano immemori dell'antica nobilt e rivelano i segni della rozzezza barbarica, cio che mentre si vantano di vivere secondo le leggi, non obbediscono alle leggi. Infatti, mai o quasi mai accolgono con il dovuto rispetto il sovrano a cui debbono mostrare volenterosa obbedienza... a meno che non si vedano costretti a riconoscerne l'autorit dalla presenza di un forte esercito.(44)
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La situazione italiana si era rivelata insomma di gran lunga pi difficile del previsto: le decisioni regie di Roncaglia, accettate in compunto rispetto dai convenuti, avevano poi dovuto per essere imposte con la forza. D'altra parte, si deve comprendere che non  vero n che Federico improntasse fino dal principio la sua politica italiana all'antipatia e alla diffidenza per le citt, n che si prefiggesse di appoggiare sempre e comunque i feudatari contro di esse. Come gi abbiamo rilevato, la sua politica italiana  troppo articolata e complessa - e molto pi possibilista, talora perfino sfumata, di quanto non sembrerebbe a giudicare da certi episodi di esemplare durezza - per poterla ridurre a uno schema. In linea di principio, egli non disapprovava neppure che le citt si fossero date proprie magistrature o che tendessero a estendere la loro autorit sul territorio circostante. Quel che egli mostrava di non tollerare - e Ottone di Frisinga dava espressione storica alle sue idee - era che le citt si fossero avvantaggiate della lunga assenza dell'impero usurpandone i diritti che si ostinavano ora a mantenere. Gi dal suo primo viaggio italiano, egli dette bens in pi occasioni prova di esser disposto a consentire ai comuni il godimento dei diritti regali che essi sfruttavano di fatto da tempo: a patto per che essi riconoscessero di detenerli in quanto concessi loro dalla pubblica autorit, ristabilendo cos almeno formalmente la legge.
Ma ci non significa che Federico fosse pronto ad approvare qualunque situazione di fatto pur di salvare la forma. Al contrario, vi erano cose che egli non aveva nessuna intenzione di tollerare; ad esempio, era ben deciso a impedire la creazione di concentrazioni di potere tanto forti da creare squilibri e scontenti impedendo la pacifica convivenza di feudatari e di citt. Insomma, il suo programma non era per nulla quello di "riportare indietro" la situazione italiana di cinquanta o di cento anni: si trattava semplicemente di riaffermare l'autorit sovrana, il che poteva avvenire sia ristabilendo talune situazioni turbate dallo sviluppo dell'attivit comunale, sia approvando un nuovo stato di fatto ma legittimandolo attraverso una sanzione ufficiale che lo sistemasse nell'ambito di un ordine giuridico ripristinato.
Ma notizie e segnali allarmanti gli giungevano un po' da tutte le parti; a Tortona era stato preso prigioniero all'atto della resa della citt un greco, forse un messo del basileus, forse una spia. Che cosa faceva nell'Italia settentrionale?
Frattanto, la Cristianit aveva un nuovo papa in Adriano quarto, l'inglese Nicola Breakspear, anch'egli forse antico studente di Abelardo a Parigi e condiscepolo di Rolando Bandinelli e di Giovanni di Salisbury; in seguito, era stato prevosto dei canonici regolari di San Rufo presso Avignone. Elevato da Eugenio terzo alla porpora cardinalizia, aveva svolto una notevole attivit come organizzatore della giovane Chiesa di Norvegia: grazie a lui era stata istituita nel 1152 la diocesi di Drontheim, e in seguito egli aveva dato un contributo fondamentale anche allo sviluppo delle istituzioni ecclesiali svedesi. Eletto papa alla fine del 1154, Adriano mostrava di non sopportare la situazione determinata in Roma dalla ribellione, l'anima della quale era Arnaldo da Brescia, mentre c'era sempre il rischio che dal vicino regno meridionale i siculo-normanni s'intromettessero nella complessa questione romana. Verso il marzo del 1155 - allorch la situazione in Roma, come fra poco vedremo, era divenuta per lui insostenibile - aveva dunque spedito delle allarmate missive a re Guglielmo, il quale si trovava allora a Salerno: e il tenore di quei documenti, nei quali il sovrano aveva pretestuosamente ravvisato un oltraggio, era servito da pretesto per un'invasione. Ceprano era stata data alle fiamme, Benevento attaccata; il papa aveva risposto scomunicando Guglielmo e moltiplicando gli appelli al re di Germania affinch intervenisse quanto prima.
Ai primi del maggio, Federico passava il Po; alla met del mese, per la Pentecoste, era a Bologna. L'eco delle sue gesta al di l del fiume si era sparsa per l'Italia settentrionale, sollevando apprensione ma anche curiosit. I bolognesi - guidati dal loro rector Guido da Sasso, uno dei primi magistrati unici che si registrano nella storia comunale italiana, quindi anello di congiunzione fra sistema consolare e sistema podestarile - lo accolsero solennemente; ma ancor pi solennemente gli mossero incontro i professori e gli studenti dello Studio bolognese dove, proprio in quel periodo, si stavano riscoprendo in Occidente i fondamenti del diritto romano. I rapporti fra il comune di Bologna e la popolazione universitaria - costituita da stranieri, che occupavano una rilevante quantit di immobili nella citt - non erano buoni; la turbolenza degli studenti creava sovente problemi di ordine pubblico e dava adito all'accumularsi di cause giudiziarie, querele, rancori. Secondo gli usi del tempo, inoltre, gli studenti erano sottoposti in quanto stranieri alle rappresaglie: qualunque bolognese offeso o danneggiato nel territorio di un'altra citt aveva il diritto di rifarsi sugli studenti da questa provenienti e residenti in Bologna. La tradizione vuole che Federico sia intervenuto imponendo che gli universitari fossero trattati in modo pi vantaggioso. Si fa risalire a questo primo incontro fra lui e l'universit il grande privilegio conosciuto come l'Authentica "Habita", che egli appunto concesse ai professori e agli studenti bolognesi prendendoli sotto l'alta protezione imperiale: la costituzione non fu promulgata tuttavia nel 1155, ma durante la successiva dieta di Roncaglia del 1158. In ogni modo, da questo contatto di Federico con l'Universit di Bologna pu essere germogliato il suo interesse per il diritto romano, e forse il primo seme dell'idea che tale diritto potesse servire a ridefinire le prerogative regie in Italia.
Da Bologna Federico valic l'Appennino prendendo con decisione la via verso Roma: giunto a Pistoia, imbocc la Via Francigena che attraverso la Val d'Elsa lo condusse nel Senese. L, a San Quirico d'Orcia, incontr ai primi di giugno una missione guidata da alcuni cardinali che il papa gli aveva inviato sia per saggiare il suo umore e i suoi propositi, sia per indurlo a intervenire contro Arnaldo da Brescia che, espulso da Roma, aveva trovato rifugio nel territorio dei conti Aldobrandeschi, alla rocca di Tintinnano. Federico sapeva bene che quanto gli veniva richiesto rientrava nella lettera e nello spirito dell'accordo di Costanza: egli avrebbe dovuto aiutare difatti il pontefice a mantenere la pace e l'ordine in Roma. Non ebbe difficolt a farsi consegnare il ricercato e a metterlo nelle mani del prefetto pontificio.
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Era difatti accaduto quel che nessuno avrebbe forse mai potuto pensare. Papa Adriano quarto, stanco di Arnaldo e della protezione che il Senato gli accordava e indignato per i continui tumulti, aveva scagliato l'interdetto contro Roma: il che significava che entro la sua cinta muraria nessuna cerimonia religiosa poteva venir celebrata. La desolazione era scesa su una citt abituata al suono delle campane delle decine e decine di grandi chiese; non si amministravano pi i sacramenti; non si seppellivano i morti in terra consacrata. Al danno spirituale, si aggiungeva nel caso romano quello materiale, in quanto Roma viveva in buona parte delle rendite che le venivano procurate dalle visite e dalle elemosine dei pellegrini. Nel periodo pasquale, la pressione congiunta del fattore economico e di quello religioso - evidentemente ben sfruttata dai partigiani del pontefice - giunse al massimo: tanto pi che, in un tumulto, era stato ucciso il cardinale Guido di Santa Pudenziana. I romani si sollevarono e il 23 marzo - mercoled santo -, costrinsero il Senato a cacciare Arnaldo e i suoi. Solo allora Adriano usc dalla Citt Leonina nella quale si era asserragliato e in processione solenne si diresse alla volta di San Giovanni in Laterano; la citt era libera dall'interdetto.
Una volta che Federico ebbe catturato l'agitatore Arnaldo, fu il prefetto di Roma, Pietro primo di Vico, a farlo uccidere quasi nascostamente a Monterotondo; bruciato il cadavere, le ceneri furono disperse nel Tevere affinch i suoi seguaci non ne facessero reliquie. Una fine oscura, miserabile, che rischiava per di trasformarlo in martire: e un grande pensatore ecclesiastico del tempo, Gerhoh di Reichersberg, non manc di rimproverarne il papato, ricordando come i sacerdoti debbano astenersi dal versare il sangue.
Adriano non si sentiva tuttavia ancora sicuro in Roma, n poteva rivolgersi per soccorsi altrove; e intanto la minaccia normanna premeva da meridione i territori pontifici. Non restava che far buon viso al re di Germania, che veniva quale re eletto dei romani e defensor Ecclesiae a prendere dalle sue mani la corona imperiale, com'era suo diritto secondo le consuetudini e gli accordi di Costanza. Ma il giovane sire svevo avanzava quasi a marce forzate, con un seguito tutt'altro che protocollare: un piccolo ma agguerrito esercito. Veniva da amico e da protettore, o da nemico e da conquistatore?
Al papa, l'idea di riceverlo in Roma - consegnandogli cos virtualmente la citt - non piaceva affatto. Si mosse quindi verso Viterbo, per accoglierlo l: formalmente, era un gesto di cortese sollecitudine. Ma arrivato a Civita Castellana apprese che un'ambasceria regia cavalcava alla sua volta e decise di attenderla; anch'egli del resto aveva spedito al re degli ambasciatori. I messi regi e quelli pontifici s'incontrarono a met strada e insieme si recarono presso Federico, che aveva intanto raggiunto Acquapendente, dove la Francigena abbandona i confini meridionali della Tuscia. Fu convenuto che papa e re si sarebbero congiunti a Sutri, un centro gi tradizionalmente celebre per analoghi motivi.
L'incontro detto "di Sutri" ebbe luogo l'8 o il 9 giugno presso il campo imperiale, eretto non lontano dall'arcigna citt chiusa nei suoi bastioni tufacei. E fu, come sovente accade nelle circostanze in cui etichetta diplomatica formale e tensione politica si scontrano, cos drammatico da rasentare il ridicolo.
Federico attese difatti a pi fermo che il pontefice scendesse da cavallo e s'assidesse sul trono preparato per lui: dopodich, da buon cristiano e figlio leale della Chiesa, si apprest al bacio del piede. La sequenza rituale prevedeva che a questo punto il papa avrebbe dovuto posargli sollecito le mani sulle spalle, rialzarlo e dargli l'osculum pacis. Ma il papa gli rifiut quel bacio, in quanto il re non gli aveva prima prestato il servizio di strator, di staffiere.
In effetti, secondo una tradizione che sembra risalire alla met del nono secolo - cio all'incoronazione di Ludovico secondo - e che si fondava sempre sulla "Donazione di Costantino", all'atto dell'incontro con il papa il re germanico usava prendere il cavallo del pontefice per il morso, guidarlo per un tragitto lungo quanto un tiro di sasso, indi fermarlo e, tenendo ben salda con la sinistra la staffa, aiutare il papa a smontare. Era, appunto, il servizio che uno staffiere prestava abitualmente al suo signore: e Federico vi si era rifiutato in quanto vi aveva ravvisato gli estremi d'un gesto vassallatico, compiere il quale avrebbe potuto equivalere a riconoscersi fidelis del papa e a riconoscere in questi il proprio senior.
Tutta la questione era estremamente ambigua. Il papa dichiar che l'atteggiamento del sovrano era prova del suo scarso rispetto per il Vicario di Pietro, ammettendo con ci di non attribuire alcun contenuto sostanzialmente giuridico al servizio della staffa: il che avrebbe potuto essere credibile nel nono secolo, quando istituzioni feudali e relativi corredi gestuali erano ancora al loro primo nascere, ma non era granch sostenibile in pieno dodicesimo secolo, soprattutto dopo le dichiarazioni del Dictatus Papae e il celebre affresco vaticano nel quale Lotario secondo era ritratto in un atteggiamento vassallatico commentato da una non equivoca iscrizione.
Federico, preparandosi all'incontro, aveva avuto tutto il tempo e tutti i mezzi necessari d'informarsi sull'etichetta e sul suo significato. Il suo rifiuto non aveva pertanto nulla d'improvvisato: esso voleva giungere intenzionalmente a indurre il pontefice a fare a meno di una cerimonia che gli conferiva un obiettivo vantaggio formale, oppure a dichiarare esplicitamente ch'essa era priva di contenuto vassallatico in modo che tale dichiarazione gli impedisse di rivendicarlo in seguito. E prester difatti il servizio della staffa successivamente, solo dopo aver raggiunto uno di questi due risultati.
C'era, in questo comportamento, l'eco dei primi contatti del sovrano con i giuristi di Bologna? Sembra difficile pensare che, in quel pur breve incontro, non si sia parlato della ragione per la quale Federico stava attraversando l'Italia: e quindi della dignit della corona imperiale e del fatto che l'impero - quello romano, cio quello dei giuristi - precedeva storicamente parlando il sacerdozio e non poteva essergli subordinato.
Un oscuro ma importante e significativo episodio s'inserisce a questo punto nell'incontro di Sutri. Secondo una lettera diretta allo zio Ottone e da questi inserita come introduzione ai Gesta, alcuni ambasciatori del comune romano sarebbero giunti al cospetto di Federico per offrirgli in nome del popolo di Roma - suo legittimo e diretto depositario - la corona imperiale. Ci sarebbe equivalso - dicevano - a ristabilire le antiche usanze e a riportare di nuovo in Roma il centro del mondo. Federico rispose - secondo la nostra fonte - con una lunga, fluida, a suo modo perfino elegante allocuzione, che sar stata beninteso stesa nel migliore dei casi dalla sua cancelleria: il suo aspro latino imparato dai monaci di Lorch non gli permetteva tanto.
Il contenuto della risposta di Federico - elaborata poi con attenzione anche ideologica - era comunque molto chiaro. Egli non poteva accettare una corona dai sudditi; e se come re germanico aveva diritto all'impero, ci dipendeva dal fatto che questo era passato dai romani ai germani. "Non per adattarsi al passeggero favore di un popolo turbolento" era sceso in Italia, bens "in quanto principe ben deciso a rivendicare - al bisogno anche con le armi - l'eredit avita." Abbiamo qui, esposta in termini gi chiari, l'ideologia della translatio imperli: l'impero romano-germanico, che in quanto "romano" non apparteneva al pontefice - eppure il Dictatus Papae dichiarava che soltanto al papa spettava di disporre delle insegne imperiali, solo a lui di deporre i sovrani -, in quanto "germanico" era diverso dall'antico, e non apparteneva pi agli abitanti di Roma.
Arnaldo non era comunque ancora battuto, se dal Campidoglio si era osato sfidare in tal modo il papa. Tra la lettera di Wetzel a Corrado terzo e questa proposta dei romani a Federico corre un sottile filo rosso, la proposta di un'emarginazione del pontefice da tutto quel che riguarda il diritto imperiale. Ma i legami tra Chiesa e impero erano troppo forti, e il significato politico dell'esperimento comunale e del Senato romano troppo debole, perch Federico potesse accedere a un progetto del genere.
Roma, caput mundi, domina provinciarum. Ma che cos'erano i suoi cittadini, che si proclamavano depositari della corona imperiale, se non guerrieri rissosi arroccati nelle loro torri di mattoni affumicati, oppure osti, artigiani che vivacchiavano all'ombra delle chiese, caprai?
Diciamo di pi. Che cos'era, allora, Roma? E come poteva immaginarsela Federico che aveva ancora negli occhi lo splendore della Nuova Roma, Costantinopoli? Il Foro, le colonne imponenti, le statue di marmo e di metallo dorato, tutte queste cose le aveva gi ammirate - ma gli erano piaciute? lo avevano commosso? - sulle rive del Bosforo. Roma, per lui come per tutti i pellegrini del suo tempo, era soprattutto la tomba dell'apostolo Pietro. Ma gli uomini vedono non tanto quel che esiste nella realt, quanto soprattutto quel che vogliono vedere. E cos della Roma del dodicesimo secolo - una citt invasa dalle rovine, dagli arbusti e dai pascoli - i contemporanei vedevano quel ch'era descritto in un testo eccezionale, i Mirabilia Urbis.
Straordinaria, complessa vicenda dei Mirabilia: in apparenza raccolta di stravaganti leggende, nella realt sincresi di una galassia di messaggi e di progetti politici di alto significato. Fino dai secoli decimo undicesimo si erano andati aggiungendo l'uno all'altro scritti che indugiavano sui simboli o sulle cerimonie imperiali e che descrivevano i monumenti cittadini con riguardo tutto speciale a quanto ancora - sia pur degradato - restava della Roma imperiale: e quei ruderi del resto imponenti si rivestivano di magica opulenza nella memoria - o nella fantasia. Un Libellus de cerimoniis scritto pi o meno a cavallo dell'Anno Mille era stato unito - proprio alla vigilia dell'arrivo del Barbarossa in Roma - ai veri e propri Mirabilia Urbis Romae, composti intorno al 1140 da Benedetto canonico di San Pietro, per costituire la Graphia aureae Urbis Romae, grande repertorio delle leggende che aleggiavano sulle antiche vestigia cittadine. Centro di queste narrazioni fantastiche era il Campidoglio, nel quale proprio allora si riuniva il Senato. Secondo la storia che vi si poteva leggere, dopo il diluvio No era approdato con i suoi figli (tra i quali Giano) nell'area sulla quale sarebbe pi tardi sorta Roma. Monumenti, itinerari di processioni e leggende si mischiavano in questo testo che conobbe molteplici rifacimenti tra dodicesimo e quattordicesimo secolo e che accompagn generazioni di pellegrini e di visitatori della citt. Una precisa eco se ne coglie in un'opera cronachistica bavara redatta fra quinto e ultimo decennio del secolo da un chierico di Ratisbona che aveva seguito forse Federico nella sua Romfahrt, la cronaca detta appunto Kaiserchronik. Per la verit, e nonostante il suo titolo, si tratta di un poema in dialetto bavaro di 17.283 versi, nel cui estensore si  voluto da parte di alcuni riconoscere il prete Corrado, l'autore del Rolandslied. Il compilatore della Kaiserchronik, chiunque egli sia,  stato impressionato soprattutto dal Laterano, nei pressi del quale si trovava la statua equestre di Marco Aurelio, allora detta Caballus Constantini; ma nella cronaca sono gi presenti temi come quello della Salvatio Romae (i sette automi del Campidoglio, corrispondenti ciascuno a un giorno della settimana e ciascuno fornito di un campanello che annunzia qualunque eventuale rivolta d'una provincia dell'impero). Altre leggende narravano di simulacri bronzei semoventi, di specchi incantati, di tesori sepolti: se ne sarebbe fatto eco, di l a pochi decenni, anche il viaggiatore ebreo Beniamino da Tudela.
Pu senza dubbio darsi che parecchie di queste leggende siano state narrate a Federico. Ma la Roma delle statue di bronzo dorato e dei tesori sepolti, egli non la vide. In realt, la domina provinciarum era ridotta a un centro ancora in fondo relativamente ampio per le dimensioni medie delle citt del tempo, ma che copriva solo una parte della grande area compresa nella cinta delle mura aureliane. Abitati erano soprattutto i quartieri fra il ponte di Castel Sant'Angelo e il ponte Milvio, cio la zona del Quirinale, del Palatino e dell'Aventino e la pianura che li divide e che aveva - e ha - nel Campidoglio il suo centro topografico. Una citt di qualche decina di migliaia di abitanti, grande quindi per le dimensioni urbane del tempo, ma ombra misera di quel che era stata. Una citt disseminata e cinta di orti, di campi intramurari, di pascoli. Dai suoi antichi e venerabili edifici si strappavano pietre e marmi preziosi per le molte chiese e anche per qualche costruzione civile (ancora poche, allora); ma spesso statue, capitelli, frammenti di architrave servivano, spezzati, come proiettili nelle frequenti lotte cittadine o come materiale per farne calce. Spogliata dei marmi e dei bronzi dorati, Roma non splendeva pi al sole: assumeva pian piano il colore del mattone spoglio, della pietra brunita, del rudere. D'altronde, quei ruderi venivano riattati e riabitati: chiese sorgevano nei o sopra gli antichi templi, casupole e bottegucce si drizzavano sotto i venerabili archi o fra gli intercolumni. Il Portico d'Ottavia era gi divenuto il mercato cittadino del pesce; la Colonna Antoniniana apparteneva ai vicini monaci di San Silvestro; il Foro era ormai Campo Vaccino, pascolo a tratti impaludato per le pecore e le bufale.
Citt di chiese e di campi, Roma era anche - al pari, in ci, di altri centri italiani coevi - una citt di cupe, alte, arcigne torri: i fortilizi delle grandi famiglie. L'Aventino, gi residenza dell'imperatore Ottone terzo, era fortificato dai Savelli; i Colonna tenevano saldamente l'area tra Quirinale e Campo Marzio; i Frangipane avevano trasformato la zona tra Palatino e Colosseo in fortezza alla quale gli archi di Tito e di Costantino servivano da grandi portali d'ingresso; il Teatro di Marcello era stato ridotto a castello dai Pierleoni. Oltre alle costruzioni gentilizie, molte chiese erano state erette o restaurate da poco: i Santi Quattro Coronati, Santa Maria in Cosmedin, Santa Maria in Trastevere con le splendide opere dei doctissimi magistri marmorari, i Cosmati.
Ma anche di tutto questo splendore e di tutta questa desolazione Federico dovette vedere abbastanza poco. I romani, dopo l'altera risposta che egli aveva fornito a Sutri ai loro ambasciatori, gli avevano chiuso le porte in faccia e vegliavano in armi dalle loro fortificazioni. Il "re dei romani" non pot entrare nella citt della quale un'assemblea di nobili tedeschi lo aveva eletto sovrano: dovette accontentarsi della Citt Leonina, la cinta fortificata in Trastevere compresa fra San Pietro e Castel Sant'Angelo.
L'esercito imperiale giunse a Roma verso il 18 giugno, e in quel giorno Federico cinse la corona imperiale in San Pietro. Era di sabato anzich di domenica, com'era usanza: e anche ci prova che la cerimonia dell'incoronazione si svolse all'insegna della fretta, forse della preoccupazione per ci che poteva nel frattempo maturare sull'altra sponda del Tevere. La sera prima il cardinale Ottaviano Monticelli, quasi segretamente, era penetrato nella cinta leonina con un piccolo reparto di armati, e aveva presidiato la basilica. Il giorno seguente, di primo mattino, erano entrati nella medesima cinta anche il papa e i cardinali. Giunse poi Federico, smont da cavallo e prima di accedere alla grande chiesa giur - nella chiesetta di Santa Maria in Turri, che dodici anni pi tardi le sue truppe avrebbero incendiato - che sarebbe stato un fedele difensore della Chiesa di Roma. Indi, in solenne corteo, il re e il suo seguito mossero verso San Pietro, dove Federico ricevette l'unzione sacra e poi, durante la messa, assunse dalle mani del papa i simboli del potere imperiale: l'anello signaculum sanctae Fidei, la spada, la corona signum gloriae, lo scettro virga virtutis, il globo.
Una serie di mutamenti liturgici rispetto a quella che era allora la tradizione - sancita dall'Orafo composto nel 1085 da Benzone vescovo d'Alba - furono allora immessi, a quel che pare, nella cerimonia: e taluni assegnano ad Adriano stesso la responsabilit dell'iniziativa. In sintesi, si tratt fondamentalmente d'una limitazione dell'importanza dell'unzione, che potrebbe sottintendere la volont pontificia di ridurre il significato propriamente sacramentale della cerimonia. Federico fu unto dinanzi a un altare laterale, non a quello maggiore; tra le scapole e sul braccio destro, non sulla testa (si santificava quindi la sede del suo potere fisico, con ci sottolineando il suo carattere di defensor Ecclesiae) ; con l'olio dei catecumeni anzich con il crisma, a significare il carattere temporale e a limitare la portata "sacrale" dell'ufficio imperiale. Tutte queste modifiche sarebbero state troppe e troppo gravi se allora - e unilateralmente - introdotte dal pontefice: evidentemente Federico se le attendeva, o era comunque consenziente. L'unzione regia era stata inaugurata nell'ottavo secolo, per fornire un supporto carismatico all'usurpatoria incoronazione dei Pipinidi al posto dei Merovingi quali re dei franchi. C' da chiedersi se, in questo suo ridimensionamento quattro secoli pi tardi, abbia giocato pi il progetto papale di "desacralizzare" la cerimonia - e quindi la funzione - imperiale, o il nuovo concetto d'impero che si stava facendo strada nella mente dello Svevo dopo l'incontro con i giuristi bolognesi, cio con il diritto romano.
Gli antichi imperatori romani non avevano conosciuto il rito dell'unzione. Comunque, e nonostante tutto, questa restava importante: senza di essa, il sovrano non era un Christus Domini, un "Cristo" - cio, etimologicamente, un "Unto" - del Signore. Necessarie erano altres le laudes, le acclamazioni del popolo: ma il popolo romano non c'era, stava sospettosamente chiuso nelle sue mura oltre il fiume. Alle laudes provvidero quindi gli uomini del seguito, facendo risonare alte come un tuono le loro voci sotto le volte della basilica.
La cerimonia dell'incoronazione, basata su una liturgia elaborata in et franca e poi pi volte rivista fino al tardo nono secolo, era satura di elementi che sancivano la dipendenza dell'imperatore dal papa sino a far concettualmente del primo un funzionario del secondo. La consegna della spada deposta prima sull'altare di San Pietro, ad esempio, era esemplificata su quella della consegna delle armi benedette ai defensores degli istituti ecclesiali ed era stata introdotta nel cerimoniale per la prima volta nell'823; ma risentiva forse, nel maturo ddicesimo secolo, anche delle dottrine di san Bernardo tra cui quella detta "delle due spade", che - ispirandosi a un passo del Vangelo di Luca - dichiarava che al pontefice appartenevano legittimamente "le due spade", i poteri spirituale e temporale, e che egli usava direttamente la prima affidando ad altri la seconda. Ancora pi trasparenti erano le intenzioni pontificie nel fatto che il rituale non prevedeva l'atto forse pi significativo delle incoronazioni regali, l'intronizzazione. Non ascendere al trono durante la cerimonia significava non disporre di un trono: essere non un sovrano, bens un funzionario delegato. E ci era sottolineato dallo speciale nesso con la citt di Roma, della quale l'imperatore rivestiva - in una certa fase del lungo cerimoniale - le insegne di Patricius.
Non c' dubbio che Federico tenesse molto a quello che i giuristi e teorici del tempo chiamavano il nomen imperii, la dignit imperiale; e in quanto fedele cristiano, ma soprattutto in quanto uomo del suo tempo, non poteva certo sottovalutare una cerimonia d'incoronazione. Nel 1152 si era affrettato a cingere in Aquisgrana la corona di re di Germania, ben sapendo che il re eletto restava in una debole e difficile posizione finch il suo ruolo non fosse stato liturgicamente sancito. Perch, allora, accettare una cerimonia che - a quel che traspare dalle fonti - fu in fondo sommaria, sbrigativa, quasi dimessa? Anzitutto, senza dubbio, in quanto egli intendeva prendere al pi presto e comunque il diadema imperiale dal quale si attendeva - e con ragione - una straordinaria crescita di prestigio. E poi perch in fondo egli si rendeva bene conto che qualunque intensificarsi dell'apparato solenne dell'incoronazione romana avrebbe condotto, come esito indiretto, a un'ulteriore esaltazione del ruolo del pontefice come depositario e gestore delle insegne imperiali - secondo la "Donazione di Costantino" e il Dictatus Papae - e quindi dell'impero stesso. Gi si faceva strada invece una posizione nuova, che di l a poco sarebbe stata resa esplicita in Germania proprio da quel Gerhoh di Reichersberg che, pure, non era affatto un partigiano estremistico del potere imperiale: "...la benedizione dei sacerdoti non crea affatto i re e i principi; ma... allorch essi sono stati fatti tali dall'elezione, allora i sacerdoti li benedicono".(45)
Un passo avanti verso la laicizzazione dei pubblici poteri? Col senno di poi, e nella lunga durata, lo si potrebbe anche interpretare cos - a parte il pericolo di etichette anacronistiche. Ma ci non deve farci dimenticare che in quel momento la scelta di Federico aveva scartato un'alternativa di tipo davvero "laico", e sostenuta peraltro dalla spiritualit arnaldiana: quella offertagli a Sutri dagli ambasciatori romani. La sbrigativa cerimonia di San Pietro era soprattutto diretta contro il Senato, per quanto Federico sottovalutasse forse quest'aspetto della questione: optando per la corona presa sul sepolcro dell'Apostolo anzich per quella offertagli in Campidoglio, egli stava dalla parte della tradizione e delle consuetudini, ma volgeva le spalle al nascente comune. Pu darsi che, proprio per assicurare il legame fra imperatore - che in quanto tale era come abbiamo visto anche Patricius Romanorum - e Vicario del Principe degli Apostoli, fosse introdotta proprio con Federico una consuetudine nuova che certamente sarebbe stata consolidata con Enrico sesto, suo figlio e successore sul trono imperiale: quella secondo la quale all'imperatore veniva anche attribuita la dignit di canonico di San Pietro. Rivestito della dalmatica ed eletto canonico, l'imperatore veniva riconosciuto non solo come sacra persona, ma pi specificamente come partecipe in qualche modo della condizione chiericale. La scelta proposta dal Senato, al contrario, sarebbe stata esclusivamente "laica".
D'altronde, il comune non odiava tanto Federico quanto papa Adriano, quell'inglese che non comprendeva la lingua parlata della citt di cui era vescovo e che aveva sempre trattato i romani con sdegno e durezza. Nel pomeriggio del 18 giugno, mentre pontefice e imperatore festeggiavano l'incoronazione stando a banchetto, gli uomini asserragliati dall'altra parte del Tevere organizzarono una rapida sortita: passarono il ponte di Sant'Angelo, penetrarono nella Citt Leonina, uccisero qualche soldato imperiale, assalirono dei prelati. Federico interruppe il banchetto e pass a un duro contrattacco, durante il quale ebbe modo di distinguersi suo cugino Enrico il Leone. I romani furono ricacciati indietro, e molti di loro caddero uccisi nel Tevere mentre altri vennero presi prigionieri.
Ma era, quella, con ogni evidenza, un'alquanto misera vittoria - e proprio, poi, sul "suo" popolo - di colui che poche ore prima era stato acclamato in San Pietro come "pio" e "vittorioso" signore del mondo. Il papa concesse l'assoluzione per gli imperiali che avevano massacrato in battaglia le pecorelle della sua diocesi: ma un senso di amarezza, forse d'imbarazzo, era ormai disceso sulla giornata.
Le fonti imperiali naturalmente cercano di presentare il fatto militare del 18 come un trionfo, e accusano i romani di avere agito in quanto corrotti dall'oro siciliano. In effetti il re normanno di Sicilia era preoccupato della discesa di Federico, n ignorava il tenore dei patti fra questi e il papa: che avesse agenti e sostenitori a Roma,  fuori poi da ogni ragionevole dubbio. Ma nella sortita dei romani  forse lecito vedere qualche cosa di pi: probabilmente, perfino un tentativo d'intervenire in favore di Arnaldo, che a quella data non era stato ancora consegnato al prefetto. Se le voci ufficiali insistono sulla vittoria, sta comunque di fatto che la situazione cittadina era insostenibile: Federico aveva s ricevuto dall'altare di San Pietro la spada del defensor Ecclesiae, ma le sue forze limitate ce l'avevano fatta a fatica a rintuzzare il tumulto e pertanto - si pu dire l'indomani - tanto il papa quanto l'imperatore si affrettavano a lasciare Roma. Ancora una volta, le nostre fonti affettano fra i due una concordia e una fiducia che non c'erano; Adriano e Federico, unanimi, avrebbero preso la via del nord diretti in Sabina dove, dopo una sosta nell'abbazia di Farfa, avrebbero celebrato insieme la festa degli apostoli Pietro e Paolo non lontano di l, a Ponte Lucano sull'Amene. Fu allora che Arnaldo venne consegnato al carnefice: e in quelle circostanze la sua esecuzione, pi che atto di sovrana giustizia, suona rabbiosa ritorsione contro una citt ch'era stato impossibile piegare. Si disse poi, e su ci nacque una sorta di leggenda - una delle molte leggende federiciane - che Federico si dispiacque per l'esecuzione. Pu darsi che suo zio il vescovo Ottone di Frisinga avesse qualche simpatia per quell'uomo rigoroso, che gli ricordava forse i suoi anni parigini; o le ardenti illusioni seguendo le quali egli stesso aveva vestito, anni avanti, l'abito di Cteaux. O pu pi semplicemente darsi che Federico non escludesse di potersi in un futuro servire ancora dell'agitatore contro quel papa intransigente che gli chiedeva con insistenza di tener fede agli accordi di Costanza e di proseguire in armi la sua spedizione contro il regno normanno del Suditalia.  difficile dire se l'imperatore a quel punto avrebbe accettato pi o meno volentieri una proposta di questo tipo: certo  che non ne aveva le forze, e che i nobili del suo seguito reclamavano per giunta il rientro alle loro case. La Romfahrt era stata eseguita, la corona imperiale cinta, il loro servitium debitum prestato: mancavano dai loro castelli e dalle loro terre da otto mesi, ne avevano abbastanza.
Altre ombre, del resto, velavano ormai i rapporti tra Federico e Adriano. Come suole spesso accadere, la contingente irritazione di entrambi per il non brillante esito del soggiorno romano celava i motivi d'un pi profondo dissenso, altri nodi che lentamente stavano venendo al pettine. Federico non aveva visitato il Laterano, quindi non aveva visto di persona l'affresco nel quale era stato effigiato il suo predecessore Lotario di Spplingenburg in atto di rendere omaggio feudale ai piedi del pontefice. Ma lo avevano visto, e se ne erano scandalizzati, i suoi ambasciatori.  vano e pretestuoso al riguardo obiettare che quell'atto d'omaggio riguardava i beni matildini e non la concessione della corona imperiale. Dalla statica monumentalit del dipinto - qualunque ne fosse la giustificazione - promanava un messaggio non gi relativo, bens assoluto: l'imperatore stava ai piedi del papa. Federico ritrov i toni della polemica aperta a Sutri a proposito dell'ufficium stratoris, e chiese che l'affresco fosse cancellato: cosa che, sembra, gli fu promessa.
Egli indugi ancora nei dintorni di Roma, in colloqui abbastanza inconcludenti con il pontefice. Solo ai primi di luglio si decise - anche perch le febbri estive cominciavano a mietere vittime nel suo esercito - a muoversi dalla fedele Tivoli, e fu allora che visit la grande e potente abbazia di Farfa. Verso la fine di quel mese, procedendo sulla vecchia via consolare Flaminia diretto verso la costiera adriatica che intendeva risalire, arriv presso Spoleto: e l accadde un nuovo grave fatto di guerra.
L'imperatore si era accampato presso le Fonti del Clitumno, in un luogo ameno e ristorato, nella calura estiva, dalle fresche acque sorgive. Era cio in vista di Spoleto, la bella e ricca capitale di un ducato ritenuto la chiave del controllo dell'Italia centrale. Chiedeva che la citt gli corrispondesse il fodrum, l'imposta dovutagli a titolo di ospitalit per lui e le sue truppe durante il passaggio su quel territorio. Insieme con lui, suo zio Guelfo di Memmingen - fino dal 1152 investito del ducato spoletino - contemplava dalla vallata la "sua" citt alta e arroccata attorno alle memorie romane e alle chiese, chiusa entro le antiche mura che avevano visto ben altri eserciti prima di quello imperiale. Anche all'interno di quella cinta era nato il movimento comunale, anche l come altrove il vuoto di potere creatosi da vari decenni in seguito all'assenteismo dei re tedeschi era stato colmato dalle forze locali. Spoleto si presentava forte e ben munita mentre l'esercito imperiale, gi relativamente debole, era ormai provato dalla lunga campagna italiana e spossato per le febbri e la calura dell'estate.
Gli spoletani accettarono di pagare il fodro, fissato in 800 libbre d'argento: ma poi dovettero sorgere questioni per la quantit o la qualit del pagamento, che le fonti tedesche sostengono effettuato in moneta "falsa" (cio di cattivo peso? o di lega argentea scadente?). Pi grave ancora, per, era il fatto che gli spoletani avessero catturato e tenessero come ostaggio uno dei pi grandi signori feudali di Tuscia, quel Guido Guerra gi compagno di Federico alla crociata e suo fedele seguace.
Guido Guerra aveva coperto funzioni diplomatiche importanti, insieme con quell'Anselmo di Havelberg che troviamo accanto a lui tra i firmatari di parte imperiale del trattato di Costanza. Anselmo era stato inviato presso il basileus Manuele, evidentemente scontento delle clausole antigreche contenute in quel trattato; e Guido in Puglia, per saggiare la situazione e forse predisporre la ribellione contro Guglielmo di Sicilia in vista di quella spedizione imperiale nel Suditalia che era stata per, come abbiamo detto, per il momento rinviata. Sull'intero episodio della cattura del feudatario toscano grava l'ombra di un possibile intervento greco o normanno sui cittadini di Spoleto per indurli a fermare il conte; a meno che non vi fosse la mano della principale avversaria di Guido Guerra in Toscana, Firenze.
Senza dubbio, comunque, gli spoletani volevano trattare con l'imperatore: altrimenti non avrebbero accettato di pagare il fodro, sia pure in modo discutibile. Ma evidentemente non avevano ancora capito - nonostante gli episodi tortonese e soprattutto romano non dovessero essere loro ignoti - che tipo di personaggio stava loro di fronte. Avevano forse pensato che l'avere in ostaggio Guido Guerra fornisse loro una carta vantaggiosa: si accorsero troppo tardi del contrario. Si dice tentassero una sortita, il che li avrebbe posti in grave e immediato svantaggio: la loro forza era nelle mura. Resta invece il sospetto che, vedendo l'imperatore avanzare con le sue truppe schierate a battaglia, si siano troppo tardi impauriti e, apertegli spontaneamente le porte, siano usciti a incontrarlo per cercare di ammansirlo: e che gli imperiali abbiano invece approfittato di ci per riversarsi all'interno della citt bruciando e massacrando. Il bottino fu a quel che pare immenso: il cappellano imperiale Goffredo da Viterbo nota che chi fra i cavalieri dell'imperatore era entrato in Spoleto povero ne usc carico di ricchezze. Il venerabile duomo della citt croll in fiamme; gran parte degli abitanti fu passata per le armi.
Federico, scrivendo pi tardi a suo zio il vescovo Ottone, si sarebbe gloriato di quest'impresa: era cos che si trattavano i ribelli all'impero. Eppure, resta il dubbio che n il fodro pagato in cattiva moneta n la cattura di Guido Guerra fossero motivi sufficienti a una cos dura punizione: saremmo piuttosto propensi a sospettare che i nobili dell'armata imperiale, assetati di altro bottino con il quale rifarsi delle spese affrontate nella troppo lunga Rotnfahrt, abbiano imposto al sovrano di conceder loro in preda quella che a quel tempo era una delle citt pi famose e opulente del Centroitalia; e che egli sia stato al gioco in parte perch non poteva fare altrimenti, in parte sperando che, una volta rimpinguati, essi avrebbero accettato di seguirlo in Italia meridionale. Capiva infatti che, in caso contrario, il pontefice gli avrebbe fatto pagar cara l'inadempienza rispetto al trattato di Costanza. Ma non ci fu verso: finita l'ebbrezza del saccheggio, spentisi i fuochi dei bivacchi, si dovette proseguire verso nord.
L'armata dell'imperatore giunse quindi ad Ancona, cerniera italocentrale fra i due imperi, fra Oriente e Occidente. E l Federico s'incontr con gli ambasciatori del basileus Manuele, il quale giocava su altri due tavoli: quello dei rapporti con il papa, al quale stava facendo balenare la possibilit della fine dello scisma fra Chiesa latina e Chiesa greca; e quello dei baroni dell'Italia meridionale ribelli al re Guglielmo, ai quali offriva il suo appoggio non solo militare ma anche - come signore di diritto di quelle terre - giuridico. Nella primavera Federico aveva premiato il suo abile e fedele Anselmo di Havelberg, reduce dalla missione diplomatica a Bisanzio, facendogli conferire la cattedra arcivescovile di Ravenna: e con ci stesso sottolineando che la vecchia capitale della Pentapoli bizantina era ormai definitivamente una citt dell'impero romano-germanico. Non era stato un atto distensivo nei confronti di Costantinopoli; e neppure nei confronti del papa, giacch, per quanto esso rientrasse nei programmi di Costanza consistenti nell'impedire ai greci di rimettere piede nella penisola italica, perpetuava quella politica di egemonia del sovrano sulla Chiesa tedesca e anche italica che andava contro lo spirito del concordato di Worms. La sottintesa risposta di Manuele Comneno era chiara: Ancona, con il suo ricco porto, stava infatti diventando sempre pi una base greca in Italia. Dalla Puglia, giungevano esaltanti notizie sulle vittorie delle forze congiunte dei bizantini e dei baroni ribelli: Federico cerc forse a quel punto ancora una volta di convincere i suoi che sarebbe bastato un atto di presenza in Puglia, sia per salvare i rapporti diplomatici con Bisanzio, sia per impedire che l'eventuale cacciata del re normanno andasse tutta e soltanto a vantaggio del basileus. Ma gli uomini erano stanchi, e forse dalla Germania provenivano notizie poco rassicuranti. A malincuore, Federico dovette quindi proseguire verso le Alpi pur inviando a Costantinopoli una nuova ambasceria a capo della quale era - significativamente - il pi vecchio e venerando dei suoi consiglieri, l'uomo della prosecuzione della politica di Corrado terzo di buoni rapporti sia con la Curia pontificia, sia con la corte bizantina: Wibaldo di Stavelot. Egli avrebbe dovuto, fra l'altro, proseguire le trattative per le nozze greche dell'imperatore.
E la marcia di ritorno prosegu nel calore estivo dell'Italia padana. Ai primi di settembre, si pass l'Adige alla "Chiusa veronese"; l'imperatore aveva fulminato contro Milano il bando dell'impero, le aveva tolto l'uso dei regalia, aveva diffidato le citt vicine dal commerciare con essa. Misure per il momento destinate a restare senza esito, e che tuttavia ribadivano come egli insistesse nel suo disegno di governare sul serio l'Italia. I regalia tolti a Milano non furono affidati a nessun'altra citt, con l'eccezione del diritto di batter moneta concesso a Cremona (una concessione analoga fu fatta anche a Pisa). Ma alla "Chiusa" i veronesi fecero un sia pur maldestro nuovo tentativo di fermare l'esercito imperiale. Un'altra pagina poco chiara, alla base della quale v' forse qualche imprudente iniziativa individuale: l'imperatore, comunque, ne trasse nuovo motivo per guardare con ostilit e durezza a quella terra a sud delle Alpi, alle sue ricche e tracotanti citt, ai suoi infidi feudatari.
Alla prima met di settembre, Federico era gi in territorio tedesco. Molte questioni lo attendevano, prima fra tutte la contesa fra Enrico il Leone e Enrico Jasomirgott, che egli risolse brillantemente - come gi abbiamo veduto - con l'assegnazione del ducato di Baviera al primo e con la creazione del ducato d'Austria per il secondo. Sappiamo gi altres che egli abbandon la carta diplomatica del matrimonio con una principessa greca per giocarne invece una burgundo-tedesca, unendosi con la contessa Beatrice.
Wibaldo di Stavelot, tornando da Bisanzio nell'estate del 1156, trovava quindi una situazione molto cambiata rispetto a quella che aveva lasciato l'anno precedente: il matrimonio burgundo di Federico costituiva una causa obiettiva di allontanamento diplomatico dal basileus, e difatti l'imperatore - pur non troncando le trattative con la corte di Costantinopoli - dava chiari segni di volersi sganciare da un'alleanza che rischiava di non fornirgli alcun vantaggio nell'Italia meridionale e che gli alienava sempre pi il papa.
Questi, dal canto suo, aveva ormai fatto una scelta che si sarebbe alla lunga rivelata decisiva, ma a proposito della quale fin dall'inizio non c'era da farsi illusioni. Gi fino dal novembre del 1155 aveva dato segno di voler reagire alla manifesta impotenza di Federico ad appoggiarlo contro i normanni, alle sempre pi evidenti ingerenze greche in Italia meridionale e alle ambiguit diplomatiche dell'imperatore tedesco nei confronti dei bizantini: e cos - rompendo da parte sua decisamente con lo spirito del trattato di Costanza, cosa che Federico nonostante le sue esitazioni non aveva mai inteso fare - avrebbe stipulato nel giugno successivo a Benevento un trattato con Guglielmo d'Altavilla, che liberava dalla scomunica e al quale riconosceva la sovranit del regno di Sicilia sotto l'alta signoria feudale della Santa Sede prescindendo da qualunque diritto di entrambi gli imperi su quelle terre. Guglielmo prest omaggio feudale a Adriano e questi lo invest solennemente con la consegna del vessillo, simbolo del suo potere sulle terre del Sud.
Il momento era ben scelto, e pi per il re di Sicilia che per il papa. Era in effetti stato il normanno a compiere il primo passo della nuova alleanza: e non lo aveva mosso certo da vincitore. Era ormai messo alle corde dai bizantini e dai baroni ribelli: e quel che offriva al pontefice - la restituzione formale delle terre e dei poteri che aveva usurpato, quindi il ritorno alla sua naturale condizione di vassallo per il regnum Siciliae - era molto pi di quanto poteva al momento dare. Ma, se ne rendesse egli conto o meno, era esattamente quanto serviva al pontefice per prendere le distanze dal sovrano tedesco. Con l'accordo di Benevento Guglielmo rovesci la sua precedente situazione, ricevendo una legittimazione che lo rafforzava dinanzi alla sua aristocrazia sempre riottosa; e al tempo stesso offr al pontefice quel che l'imperatore non poteva garantirgli, cio una costante difesa e un appoggio sicuro contro il comune di Roma.
Federico era frattanto rientrato in Germania glorioso per le due corone cinte in Italia, l'italica e l'imperiale. Ma si era lasciato alle spalle i ruderi fumanti di Asti, di Chieri, di Tortona, di Spoleto; si era lasciato alle spalle l'odio dei romani e dei veronesi. A Roncaglia, feudatari e citt d'Italia avevano imparato a temerlo, e qualcuno di loro aveva gi cominciato a odiarlo: ma da l a farsi obbedire, la strada era ancora molto lunga. Nobili e centri urbani che pi si erano mostrati vicini all'imperatore si trovavano ora soli dinanzi al "colosso" milanese, colpito certo dal bando imperiale, ma forte e deciso a non lasciarsi intimidire n a farsi strappare un'egemonia sulla pianura padana che i milanesi erano - al contrario - duramente decisi a tener ben salda in mano loro. E chi si era troppo compromesso con il sovrano germanico, si domandava ora quale concreta difesa questi potesse porgergli. Ma Federico, uscendo da quell'Italia nella quale sapeva di dover presto tornare se non voleva veder polverizzato quel po' di positivo che aveva ricavato dalla Romfahrt del 1154-55, volgeva le spalle anche all'alleanza con il papa. Era ormai chiaro che la fase di pur difficile equilibrio inauguratasi a Costanza non aveva retto alla prova dei fatti, e l'accordo beneventano fra Adriano quarto e Guglielmo primo ne era la prova. Intanto, Federico si stava avviando alla rottura anche con quell'imperatore bizantino che faceva sempre meno mistero dei suoi propositi "neogiustinianei" di penetrazione del suo potere in Occidente.
Che cosa sarebbe accaduto se un'alleanza si fosse stretta fra papa, re di Sicilia, basileus di Costantinopoli e nemici italiani e tedeschi dell'imperatore?
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9. "QUOD PRINCIPI PLACUIT, LEGIS HABET VIGOREM".
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Enrico Plantageneto era figlio di Goffredo, conte d'Angi e duca di Normandia, e di Matilde, a sua volta figlia di Enrico primo re d'Inghilterra. Nato a Le Mans nel 1133, nel 1150 era stato investito dal padre del ducato di Normandia; l'anno successivo, scomparso Goffredo, aveva ereditato Angi, Turenna e Maine; nel 1152 aveva sposato Eleonora, una dozzina d'anni pi anziana di lui e da poche settimane divorziata da Luigi settimo re di Francia; essa gli aveva recato in dote Aquitania e Poitou.
Forte di tutti questi territori che facevano di lui il pi grande e potente signore di Francia, Enrico era ben deciso a far valere i suoi diritti di nipote d'un re d'Inghilterra e di discendente di Guglielmo il Conquistatore: nel 1153 aveva invaso il regno al di l della Manica e aveva costretto chi allora debolmente vi regnava, Stefano di Blois, a riconoscerlo come suo successore. Difatti l'anno seguente egli si trovava, appena ventunenne, anche re d'Inghilterra.
Enrico era indubbiamente il pi forte signore dell'Occidente. A differenza del re di Francia, regnava su una grande estensione territoriale tra Mare del Nord e Mediterraneo; e, a differenza dell'imperatore, la sua autorit non era condizionata - per non dir minacciata - da una grande feudalit con la quale doversi di continuo confrontare. Nonostante ci, egli aveva parecchie ragioni d'inquietudine: anzitutto, i suoi titoli di legittimit per la corona d'Inghilterra erano tutto sommato dubbi; e poi, sapeva bene che il re di Francia - del quale egli era vassallo per le terre al di qua della Manica - non gli avrebbe mai perdonato di aver preso il suo posto nel cuore, nel letto e nei castelli aquitani e pittavini della signora pi affascinante della Cristianit.
Per questo, Enrico si guardava attorno alla ricerca di un'auctoritas assolutamente superiore e incontestabile alla quale appoggiarsi e dalla cui amicizia poter ricavare una superiore legittimazione. E la individu in Federico I, il quale come imperatore godeva di una sorta di autorit morale, di "patronato", sui re d'Occidente senza beninteso che ci gli fornisse un qualche effettivo potere politico su di loro. Quella imperiale era difatti, secondo il giudizio di Ottone di Frisinga, "un'autorit alla quale attiene la prominenza su tutto il mondo". A Federico scriveva il re d'Inghilterra nel luglio 1157 per ringraziarlo delle ambascerie e dei doni che questi gli aveva inviato e per rivolgergli espressioni che - nella versione almeno che ce ne forniscono i Gesta di Ottone - suonano ossequio quasi formale: a Federico apparterrebbe infatti l'imperandi auctoritas, l'autorit di comandare, agli altri re la voluntas obsequendi, la volont di sentirsi subordinati.
Quando la lettera del re d'Inghilterra giunse al destinatario, questi aveva gi dato segni di voler intraprendere sul serio quella politica universalistica alla quale la corona imperiale lo predisponeva. Fin dall'inizio della primavera, la vigilia della festa dell'Annunciazione di Maria, in una grande dieta tenuta a Fulda l'imperatore aveva ribadito la sua fermissima intenzione di piegare Milano, e in questa prospettiva debbono essere lette le sue azioni di governo da allora alla tarda primavera dell'anno successivo, quando egli varc di nuovo le Alpi. V'erano molti residui problemi a est del regno tedesco, in quello burgundo, nei rapporti con la grande feudalit e soprattutto con il cugino guelfo, duca di Sassonia e di Baviera: risolverli significava anzitutto spianarsi la strada verso quel ricco regno d'Italia nel quale Federico intendeva pi che altrove esercitare il suo potere d'imperatore, e dalle cui citt contava di trarre i mezzi necessari alla sua politica. Scrivendo allo zio Ottone di Frisinga, egli esprimeva la sua alta coscienza di depositario, col favore della divina clemenza, del potere di governo Urbis et Orbis, di Roma e del mondo. E in questa prospettiva che vanno intesi due suoi atti: accettando la dedica dell'Historia de duabus civitatibus di Ottone, dove in toni agostiniani si trattava dell'avvicendarsi degli imperi terreni e del loro fatale decadere fino alla vigilia della presa di potere da parte sua, Federico esprimeva al dotto congiunto il suo desiderio di un'altra opera storica che avrebbe dovuto avere stavolta come oggetto la nuova fase che egli aveva aperto nella storia della Cristianit e del mondo. Ottone si sarebbe messo al lavoro, e sarebbero nati quei Gesta Friderici continuati, dopo la morte del suo iniziatore, da Rahewino. I Gesta sono sotto un certo profilo la palinodia dell'Historia: dopo l'irreversibile decadenza, con Federico la storia si rinnova, un novum saeculum  alle porte.(46) Intanto, fra 1156 e 1158, si perfezionava una serie di strane trattative con il duca Ladislao di Boemia al quale Federico consentiva di poter cingere, in determinati giorni di festa, la corona regale. Solo alla fine del secolo la Boemia sarebbe diventata ufficialmente un regno: ma gi da allora il suo duca si apprestava ad ascendere a un tale rango. La concessione della corona regale da parte dell'imperatore, in questo contesto, non preludeva affatto a un possibile riconoscimento di distacco della Boemia dall'universo romano-germanico: al contrario, era un gesto attraverso il quale Federico intendeva sottolineare la funzione dell'imperatore come rex regum, supremo sovrano, padrone di corone regali e creatore di re. Nell'ultimo secolo i papi avevano distribuito o legittimato corone dall'Inghilterra alla Spagna alla Sicilia alla Terrasanta: il programma universalistico di Federico tendeva ad arrogare all'imperatore una tale prerogativa; per questo alla sua politica del momento giovava tanto la lettera di Enrico d'Inghilterra.
E nello stesso spirito si compiva, nell'estate 1157, una grande spedizione polacca, per finanziare la quale l'imperatore aveva varato una serie di provvedimenti che andavano dalla regolamentazione del sistema daziario sul Meno alla protezione delle comunit ebraico-tedesche dalle quali ci si aspettavano forti esborsi di denaro, ma che al tempo stesso si ponevano esplicitamente al riparo da qualunque rischio di conversione forzata. La Polonia aveva cercato di affrancarsi dall'egemonia tedesca, che fra l'altro le costava un pesante tributo annuo in argento: ma la svolta "imperiale" della politica federiciana rendeva tanto pi inaccettabile, da parte tedesca, questo tentativo che sarebbe stato comunque difficilmente tollerato. Al termine del raid polacco, nell'estate, il re Boleslao riconosceva l'alta sovranit imperiale sul suo paese. In rapporto con questa riorganizzazione del territorio orientale fu elevata a ducato la Slesia, cio l'area circostante l'alto e medio corso dell'Oder.
Dietro questa decisa, vigorosa politica imperiale, si pu gi scorgere il profilo del nuovo energico cancelliere di Federico, Rainaldo di Dassel. L'atto in certo senso dichiarativo del nuovo modo di considerare il potere imperiale fu la dieta di Wrzburg che si tenne nel settembre, alla vigilia della festa dell'arcangelo Michele, al ritorno dall'impresa polacca. Lo spettacolo ivi offerto era degno d'un sovrano che rivendicava il diritto al dominium mundi: a rendergli omaggio erano venuti non solo da Germania, Italia e Borgogna, ma anche dalla Danimarca, dall'Ungheria, da Bisanzio, dall'Inghilterra. Fu appunto in quell'occasione che Federico ricevette la lettera di Enrico Plantageneto, insieme con uno splendido dono: un enorme, sontuoso padiglione da campo.
Un significato particolare acquista, nel contesto della dieta di Wrzburg, la presenza della legazione greca. Gli ambasciatori bizantini si espressero e si comportarono con il consueto formale rispetto dell'etichetta, che tuttavia in Occidente era solitamente interpretato - e avvenne anche in quel caso - come superbia. Rahewino racconta che ne nacque quasi un incidente, presto sedato; ma la tensione rimase nell'aria, anzi dovette tornare a vibrare allorch gli ambasciatori di Manuele chiesero che Federico duca di Svevia, il figlio di Corrado terzo che l'imperatore teneva sempre presso di s - molto per affetto, ma un po' anche per timore che cadesse nella rete di possibili manovre di legittimisti -, ricevesse in loro presenza la cintura cavalleresca. Certo la basilissa Irene, cio Berta di Sulzbach, era affezionata a questo suo nipote; e il sovrano greco amava molto le cerimonie cavalleresche occidentali: ma la pretesa bizantina non celava nella fattispecie un ricatto? Non si voleva, ricordandogli il giovane cugino, far presente all'imperatore che le fortune sveve poggiavano anche sull'appoggio di Bisanzio - secondo la linea politica di Corrado terzo - e che, in caso di rottura diplomatica, a Costantinopoli si sarebbe potuto giocare con il giovane duca la carta del legittimismo svevo?
Pur irritato dall'invadente comportamento dei legati greci, Federico sapeva di non poter rompere con l'impero costantinopolitano. Allo stesso modo, sebbene al corrente del trattato di Benevento dell'anno prima fra Adriano quarto e Guglielmo di Sicilia, egli sapeva di non poter rompere con il papato. E il papa era, da parte sua, del medesimo avviso. Nel gennaio di quell'anno aveva scritto a Wibaldo di Stavelot per incoraggiarlo a servirsi della sua influenza presso il sovrano affinch il conflitto, che stava ormai delineandosi, restasse quanto meno contenuto. E anche Federico, un paio di mesi dopo, aveva da parte sua scritto a Wibaldo per assicurarlo del suo affetto e avvertirlo che, per il momento, non era in vista nessuna possibile spedizione greco-tedesca contro l'Italia meridionale (questa era ormai la paura del papa, dopo gli accordi di Benevento ai quali peraltro Adriano si era sentito costretto anche a causa della vittoria di re Guglielmo contro i ribelli appoggiati da Bisanzio). In fondo, per, lettere di questo tipo - Wibaldo ne ricevette un'altra in agosto, sempre dall'imperatore - non gli facevano gran piacere: la prospettiva d'un'alleanza greco-germanica benedetta dal pontefice aveva mosso da tempo la diplomazia dell'abate di Corvey. Ora, Federico stava voltando pagina.
Il trattato normanno-pontificio di Benevento, che infrangeva indubbiamente lo spirito - se non la lettera - di quello tedesco-pontificio di Costanza, doveva ancora essere ufficialmente notificato a Federico. Adriano ne incaric due cardinali, il cancelliere della Chiesa Rolando Bandinelli e Bernardo, cardinale-prete di San Clemente. Essi si posero in cammino per raggiungere Besanon nel regno di Borgogna, dove - vicino ai suoi aviti possedimenti svevo-alsaziani - Federico aveva bandito per l'ottobre un'altra grande dieta imperiale.
La notifica dei fatti beneventani non era il solo ingrato incarico affidato ai due cardinali. Essi dovevano altres interessarsi della sorte d'un personaggio che stava tanto a cuore al papa quanto poco era nelle simpatie dell'imperatore. Si trattava di un prelato della giovane Chiesa scandinava che papa Adriano aveva potentemente contribuito a organizzare: Eschilo, arcivescovo di Lund. Nobile, ricco di una vasta esperienza di cose politiche e militari, attaccato alla potenza e alla ricchezza del suo lignaggio (era d'altro canto stato a Citeaux, aveva conosciuto Bernardo di Clairvaux e aveva con decisione appoggiato l'insediamento dei cistercensi nel Nord), Eschilo era stato sequestrato mentre, di ritorno da Roma alla sua terra, stava attraversando la Borgogna: certi nobili lo tenevano rinchiuso in attesa di riscatto, il che senza dubbio violava la pax regis della quale Federico era tanto geloso garante. D'altro canto, la nuova diocesi di Lund era venuta ad attraversare i propositi di un'espansione cattolica al Nord gestita al contrario dalla Chiesa tedesca e appoggiata alla diocesi di Amburgo-Brema. Era stato Nicola Breakspear (non ancora diventato papa Adriano quarto) a organizzare nel 1152 le Chiese svedese e norvegese sotto la primazia della sede metropolitana danese di Lund, in alternativa a quella tedesca. Il che equivaleva a dire che il lavoro impostato dal legato pontificio Nicola e svolto dall'arcivescovo di Lund intralciava i progetti egemonici di Federico - peraltro sire feudale di Danimarca - sulla Svezia. Oltre alla liberazione del prelato, papa Adriano chiedeva tramite i suoi legati a Besanon che ai legati pontifici fosse liberamente permesso di visitare le diocesi tedesche.
Quel che pare sia avvenuto durante il convegno si potrebbe definire un banale incidente diplomatico: "banale" al punto che il cercar di leggerne il significato effettivo  cosa in realt molto complessa. Nelle credenziali pontificie erano incluse l'espressione beneficia conferre e la promessa di maiora beneficia: il contesto, formalmente conciliante, era di tenore propositivo e dispositivo. Il pontefice ricordava all'imperatore quanti fossero i beneficia che gi gli aveva conferito, e ancora di maiora gliene prometteva se questi si fosse dimostrato disposto ad accogliere le sue richieste.
Anche le cancellerie papali - quella di Adriano era guidata dal gran giurista Rolando Bandinelli, legato a Besanon - e quelle imperiali - come la federiciana, diretta dal colto Rainaldo di Dassel - possono commettere degli errori. Ma l'imbroglio terminologico affiorato a Besanon  troppo volgare perch lo si possa credere involontario. Il termine conferre ha due significati: l'uno, pi ampio, equivale ad "attribuire"; l'altro, pi ristretto e con sapore tecnicamente pi preciso, significa "conferire" e indica un rapporto discendente dal conferente al conferito. La parola beneficium, poi, ha un significato estremamente generico (troppo generico per comparire in un documento ufficiale) di "fatto" o "atto favorevole", e uno preciso, nel diritto feudale, di "feudo". Si  detto che l'incidente scoppi allorch il cancelliere imperiale Rainaldo tradusse - con malevola intenzione, beninteso - l'espressione conferre beneficia come "conferire dei feudi": dal che risultava che il pontefice ricordava all'imperatore di avergli assegnato dei feudi, quindi sanciva la propria superiorit gerarchica su di lui. Quali feudi? Nell'interpretazione pi benevola, i beni matildini, sui quali era aperto un delicato contenzioso; a voler essere malevoli, invece, la corona imperiale. Non aveva dichiarato il Dictatus di Gregorio settimo che solo al pontefice spetta il gestire le insegne imperiali? E l'affresco laterano non recitava, nella sua iscrizione, che il rex di Germania era homo papae?
Nessun fautore della perfidia di Rainaldo -  un po' la storia ante litteram del principe di Bismarck e del "telegramma di Ems" -  mai riuscito a spiegare in modo convincente perch, dinanzi al coro di proteste sollevatosi quando i principi imperiali (laici, ma anche ecclesiastici) ebbero ascoltato la tendenziosa versione che distorceva un testo innocente, il cancelliere Rolando non sia intervenuto cercando di chiarire l'equivoco. In fondo, proprio in quanto cancelliere - e soprattutto in quanto giurista - ne era ben responsabile:  mai pensabile che quel grande studioso di Parigi e di Bologna non si sia accorto, compilando il testo di un documento cos delicato, dell'equivoco che avrebbe potuto sorgere sulla parola beneficium? E quindi dell'arma tanto efficace che in tal modo egli avrebbe posto nelle mani dei seminatori di discordia? In ogni caso, la risposta che uno dei legati - forse lo stesso cardinale cancelliere - sembra aver fornito alle proteste dell'assemblea fu olio gettato sul fuoco: "E da chi altri mai - avrebbe esclamato nel trambusto - l'imperatore ha avuto l'impero, se non dal papa?". A ben guardare, si trattava d'una frase in s molto ambigua: alludeva al diritto sulla base del quale era stata celebrata l'incoronazione imperiale, o al puro fatto della cerimonia? Ma il contesto nel quale la frase fu lanciata era perentorio; e tutto sommato la sua stessa ambiguit era pi formale e occasionale che non sostanziale. Non c'era dubbio che essa si basasse di fatto su una visione dei rapporti fra regnum e sacerdotium ispirata al Constitutum Constantini e alle tesi d'origine carolingia secondo le quali la scienza canonistica del tempo impostava la questione dell'impero.
Federico dovette personalmente faticare per impedire un linciaggio. Pare che il conte palatino di Baviera Ottone di Wittelsbach si gettasse con la spada in pugno su Rolando, che scamp all'assalto solo perch l'imperatore gli fece scudo col proprio corpo; i due legati pontifici furono poi fatti partire segretamente. E si resta incerti se il cardinale Rolando, con il suo lavoro testuale e poi con la sua esclamazione, abbia voluto mettere alla prova i partecipanti alla dieta per vedere se davvero l'imperatore aveva concorde dalla sua tutta la classe dirigente dell'impero, o abbia semplicemente inteso creare un incidente insanabile. L'unico beneficio del dubbio che si pu accordare riguarda papa Adriano: davvero non si accorse nemmeno lui della pericolosit del termine beneficium? Ma se  cos, avrebbe dovuto in un modo o nell'altro prendersela poi con il suo cancelliere, il che pare non sia avvenuto. Oppure gli premeva saggiare gli umori di Federico e dei suoi in modo da meglio potersi regolare nell'imminenza di una nuova discesa dell'imperatore in Italia? Ma l'elemento forse pi notevole dell'intera questione  che tanto Rolando quanto - e soprattutto - Adriano volevano verificare anzitutto le posizioni dei grandi ecclesiastici dell'impero. Sarebbero stati pi propensi a schierarsi, in caso di conflitto, dalla parte del sovrano o da quella del pontefice?
Rolando aveva giocato bene le sue carte. Il comportamento della Chiesa tedesca poteva in realt apparire un'incognita: ma il punto era che da Besanon non sarebbe dovuto uscire un risultato suscettibile di facilitare la discesa italiana di Federico. Alla Curia v'era un grosso partito di cardinali guadagnati - anche con l'oro siciliano - alla causa di Guglielmo I: per loro qualunque riavvicinamento fra papa e impero, specie nel momento in cui l'imperatore si accingeva a passare di nuovo le Alpi, era da impedire. A Rolando non premeva un accordo con l'impero, bens la libertas Ecclesiae: egli si rendeva ben conto ch'essa correva molto minori rischi nell'alleanza con il re di Sicilia che non in quella con il sovrano svevo. E, con l'incidente di Besanon, aveva inteso provare ai cardinali che non condividevano la tesi "siciliana" che Federico costituiva un effettivo pericolo per la Chiesa.
D'altra parte, in ci, il principale antagonista di Rolando, quel cancelliere imperiale Rainaldo che sembra per certi versi il suo esatto rovescio, era paradossalmente d'accordo con lui. La politica universalistica che egli stava proponendo al suo signore non lasciava posto alla libertas Ecclesiae: e il controllo sempre pi stretto che Federico andava esercitando sugli uomini, gli uffici e le prerogative della Chiesa di Germania lo prova a sufficienza.
Il sovrano comprese comunque che, se era bene intervenire immediatamente a fornire dei fatti di Besanon una versione il pi favorevole possibile alla corona, non era per il caso di fare passi che avrebbero potuto condurre alla rottura col papa. In una specie di circolare spedita il giorno seguente la dieta a tutti i vescovi e principi del regno tedesco, narrava quindi la sua versione dell'accaduto ponendo l'accento sulla superbia e sull'arbitrio dei legati; aggiungeva che, perquisito il loro bagaglio, si erano trovate lettere in bianco munite del sigillo papale. L'imperatore mostrava di credere che tali documenti fossero usciti dalla Curia senza il consenso, anzi all'insaputa del papa, e che sarebbero serviti a spogliare le chiese tedesche dei loro tesori attraverso illecite concessioni (si trattava verosimilmente, in realt, delle bolle in bianco necessarie per regolare sul posto varie questioni minori relative alle diocesi tedesche per le quali il papa aveva concesso poteri discrezionali ai legati). Ma pi importante ancora era la dichiarazione formale, quasi teorica, che Federico faceva a proposito dell'impero, e che aiuta a comprendere come egli avesse accettato di ricevere la corona in una cerimonia relativamente dimessa a livello liturgico. La corona gli veniva - sosteneva Federico - direttamente da Dio attraverso l'elezione dei principi. Su ci, egli si dichiarava disposto piuttosto a morire che a tollerare pretese offensive nei confronti dell'honor imperii. La dottrina delle "due spade" era presente nella lettera di Federico, ma interpretata nel senso che a Dio esse appartengono entrambe ed Egli ne consegna rispettivamente una al pontefice, una al sovrano. Uno  Dio, una la Chiesa: e l'impero  stato provvidenzialmente creato per allontanare dalla Chiesa ogni male in questo mondo.
Si  insomma davanti a un vero e proprio manifesto sullo honor imperii:
La potenza divina, origine di ogni potest celeste e terrena, ha confidato a noi, a noi che siamo il Suo Cristo (cio l'unto in Suo nome), il regno e l'impero da governare, e la pace della Chiesa da difendere per mezzo delle armi imperiali (...).
Attraverso l'elezione dei principi, il regno e l'impero ci provengono da Dio soltanto; da Lui che, con la Passione del Cristo Suo Figlio, ha confidato il governo dell'universo alle Due Spade indispensabili - e questa  la dottrina che l'apostolo Pietro ha insegnato al mondo proclamando: "Temete Iddio, onorate il sovrano" -; per cui, chiunque dichiarer che noi abbiamo ricevuto in benefirum la corona imperiale dal signore il papa, andr contro il piano provvidenziale di Dio e la dottrina di Pietro, e sar colpevole di menzogna (...).
Anche il papa scrisse ai vescovi tedeschi, lamentando l'offesa recata alla Chiesa dall'imperatore, dal cancelliere Rainaldo, dal conte palatino Ottone. I vescovi risposero con una lunga dignitosa lettera, evidentemente concertata con Federico. L'impero era provvidenzialmente fondato per tutelare la Chiesa, ma dipendeva dall'elezione dei principi; all'interno della Chiesa stessa, quella romana non aveva il diritto di conculcare la tedesca (era anche il parere di un teorico dalle posizioni solitamente equanimi, Gerhoh di Reichersberg) ; quanto ai legati, Federico nulla aveva fatto per offenderli, bens aveva preso provvedimenti atti soltanto a difendere il ruolo della corona.
Davanti a questo atteggiamento non restava a Adriano se non cedere: almeno a livello diplomatico. Nel giugno del 1158 un'altra ambasceria pontificia giungeva presso l'imperatore con il compito di spiegargli ufficialmente che beneficium, nel documento dell'anno precedente, significava semplicemente "favore", non "feudo". Beneficium: non feudum, sed bonum factum. Il papa non aveva mai voluto affermare che spettasse a lui il disporre direttamente della corona dell'impero.
Intanto per, nella primavera di quell'anno, il re di Sicilia, dopo la pace con il pontefice, aveva proceduto a far pace anche con l'imperatore greco. Un "rovesciamento delle alleanze" si andava delineando: papa e basileus, abbandonato il comune referente imperiale - corrispettivo al comune avversario siciliano - si rendevano adesso conto che era necessario arginare la potenza del sovrano tedesco intenzionato a imporre la sua autorit sull'Italia - Patrimonium sancti Petri compreso - e ad affermare la sua dignit d'imperatore con una forza e una lucidit fin l sconosciuta in Occidente.
Federico, ormai pronto a scendere nuovamente in Italia secondo i propositi enunziati con decisione ancora maggiore a Besanon, sistemava le residue grandi questioni tedesche e burgunde. Nel novembre 1157, con una solenne "bolla d'oro" (vale a dire un documento contraddistinto da un sigillo aureo), conferiva i diritti e i regalia della citt e della diocesi di Lione all'arcivescovo primate delle Gallie; nel gennaio dell'anno dopo, egli riceveva da Enrico di Sassonia e Baviera e dalla di lui moglie Clemenza, sorella di Corrado di Zhringen, una serie di beni dotali di quest'ultima, siti in Svevia, in cambio di altri posti nello Harz. Il provvedimento tendeva, secondo una linea politica costantemente seguita da Federico, a crearsi una solida base territoriale-familiare tra Svevia, Alsazia e Franconia, cio in quell'area che era stata la culla della potenza degli Staufer e nella quale i tre regni di Germania, di Borgogna e d'Italia venivano quasi a toccarsi. Enrico il Leone aveva da poco fondato Monaco, a beneficio della quale avrebbe deviato la via del commercio del sale - una delle pi importanti strade mercantili tedescomeridionali - tra Reichenhall presso Salisburgo e Augusta, con grave danno della citt di Frisinga.(47) E Federico vegliava a che il cugino non acquistasse un troppo esteso controllo sul mondo tedesco del sud.
Alla fine di giugno, ricevuta la chiarificatrice ambasciata pontificia - la quale non aveva per diradato le nubi da un orizzonte ormai troppo offuscato -, Federico intraprese la sua seconda discesa in Italia. Lo avevano preceduto due legati, e non certo i pi adatti a favorire la distensione col papa: Rainaldo di Dassel e Ottone di Wittelsbach. La scelta era significativa: diciamo pure intimidatoria. Compito essenziale dei due era catalizzare contro Milano le forze italiche disponibili; e i milanesi sapevano fin troppo bene che scopo della discesa dell'imperatore al di qua delle Alpi era piegarli definitivamente. Essi avevano contribuito a riedificare Tortona, avevano di nuovo assalito Como e Lodi e intanto avevano dato avvio a una colossale opera di fortificazione urbana e costruzione di macchine da guerra: in relazione a essa, emerge gi un nome consacrato alla leggenda del "genio tecnologico" della citt di sant'Ambrogio: il magister Guitelmo. Pare che i costi di queste fortificazioni ascendessero alla somma astronomica di 50.000 marche d'argento.
I due legati imperiali, passato il Brennero, ricevettero il giuramento di fedelt da parte di Verona, Mantova, Cremona, Pavia: con esso, quelle citt si impegnavano a non appropriarsi dei regalia. Dopo ci, i due legati si diressero alla volta dell'Emilia e della Romagna e visitarono Bologna e Ravenna, dove per - nonostante la presenza dell'arcivescovo Anselmo di Havelberg - ebbero gi qualche difficolt. Alcuni maggiorenti ravennati, ben provvisti di oro bizantino che si erano procurati nella vicina Ancona, si preparavano a resistere alla potenza imperiale. Pesaro, Fano, Senigaglia, insomma le citt marchigiane rivali di Ancona prestarono volentieri ossequio ai due messi dell'imperatore: non cos per Ancona stessa, che si sentiva appoggiata dai bizantini. Rainaldo e Ottone riuscirono comunque ad avere un colloquio con l'inviato del basileus nella citt, e lo trovarono abbastanza disponibile. Il cancelliere imperiale riteneva che i giochi non fossero ancora fatti e che - nell'imminenza della discesa - quel che contava era impedire una convergenza di Manuele Comneno con Guglielmo di Sicilia. Tuttavia - almeno secondo il suo stesso racconto, riferitoci dal cronista Rahewino - Rainaldo non manc di rimproverare aspramente i greci, rei di ingerirsi nelle faccende di quell'esarcato che a suo avviso faceva parte dell'impero, e quindi suscettibili di essere accusati di lesa maest. Il cancelliere intendeva usare a fondo il nuovo strumento di legittimazione politica del potere inteso come ecumenico, il diritto romano; e intanto metteva in guardia Federico dal fare in sua assenza troppo precipitosi passi di pacificazione col papa, che come si ricorder gli aveva spedito un'ambasceria per chiarire l'incidente di Besanon. Rainaldo temeva un qualche sopravvento a corte del partito della riconciliazione; egli riteneva che la linea da seguirsi fosse in ci rigorosa, ma sapeva che molti dei consiglieri imperiali - e fra essi lo stesso Ottone di Frisinga - non erano del medesimo avviso.
Dalla Romagna Rainaldo e Ottone entrarono in Toscana, e si occuparono di sistemare le rivalit locali; il conte Guido Guerra era da pochi mesi scomparso, e quindi bisognava riaffermare anche l l'autorit dell'impero. Procedettero poi verso nord. Piacenza s'impegn a fare la guerra a Milano con un contingente di 100 cavalieri e 100 arcieri e a versare un contributo di 600 marche d'argento. Anche lodigiani, pavesi, cremonesi e comaschi assicurarono che si sarebbero uniti all'armata imperiale.
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Il concentramento delle truppe era fissato ad Augusta per la Pentecoste, che quell'anno coincideva con l'8 giugno. Federico aveva concepito un piano grandioso, che in realt era qualcosa di pi di un programma tattico-strategico e che poneva in discussione l'intera politica imperiale di controllo dei passi alpini. Il corpo principale di spedizione, guidato da Federico e forte di un migliaio di cavalieri e di parecchie migliaia di fanti, avrebbe passato le Alpi al Brennero e attraverso Trento e Verona avrebbe marciato verso il punto d'incontro delle varie colonne, fissato il 10 luglio sul Mincio; altri sarebbero passati dall'Engadina e da Como; contingenti burgundi e lorenesi (cio quelli dell'area occidentale della compagine imperiale) avrebbero valicato il Gran San Bernardo; quelli dell'area orientale - vale a dire provenienti dall'Austria, dalla Boemia e dalla Carinzia - avrebbero preso la via del Friuli. Fra i grandi alleati dell'impero, il re Geza d'Ungheria aveva inviato cinquecento armati; tra i principi tedeschi laici erano presenti il duca di Boemia, quello d'Austria, quello di Carinzia, Bertoldo di Zhringen, il duca Federico di Svevia (cio il figlio di re Corrado terzo), il landgravio Ludovico di Turingia; fra quelli ecclesiastici, gli arcivescovi di Treviri e di Colonia. Una rigorosa lex castrensis, vero prototipo di disciplina militare, regolava il comportamento delle armate stabilendone prerogative, limiti e sanzioni. La marcia dell'esercito imperiale doveva essere implacabile ma ordinata; da essa doveva spirare un senso di forza sostenuto dalla giustizia. I cronisti, parlando di tutto questo, ricordano spontaneamente Cesare.
Il 10 luglio, avvenuto il ricongiungimento delle truppe, iniziava l'assedio della prima sicura alleata di Milano che le schiere di Federico avevano trovato sul loro cammino: Brescia. Con grande gioia dei bergamaschi, che l'imperatore aveva invitato a unirsi a lui contro la loro nemica, il territorio soggetto a Brescia venne devastato. Dopo una resistenza durata due settimane, i bresciani si piegarono: accettarono di prestare al sovrano il loro giuramento di fedelt e di fornirgli ostaggi in garanzia e anche un contingente di soldati per l'assedio della loro ex amica, Milano.
Federico ordin quindi la ricostruzione della sua fedelissima Lodi e subito dopo - con mossa audace resa possibile dall'aiuto dei fidi boemi - pass l'Adda; occupato il castello di Trezzo che dominava il fiume, il 5 agosto si accampava dinanzi a Milano. Fra i suoi consiglieri, era soprattutto Anselmo di Havelberg - l'arcivescovo di Ravenna per il quale Federico aveva riesumato l'antico giustinianeo titolo di esarca - a spingerlo contro la citt lombarda: e con tanta durezza che un cronista ha pensato alla sua morte, avvenuta una settimana dopo sotto le mura della citt che aveva dimostrato di detestare tanto, come a una punizione divina per il suo accanimento. Com'era potuto giungere a tanto Anselmo, monaco premostratense e sereno studioso? Forse in seguito alle sue serrate frequentazioni con la corte di Costantinopoli, che avevano finito col guadagnarlo alla tesi dell'accentramento imperiale di cui in Italia Milano era il principale ostacolo? Oppure a causa del suo ruolo di uomo politico suo malgrado "italiano", che lo aveva inserito e anzi coinvolto nel rovente clima delle rivalit comunali?
La morte di Anselmo di Havelberg non fu la sola cosa a indicare che nell'quipe dei consiglieri di Federico qualcosa stava cambiando. Il medesimo anno vide scomparire anche Wibaldo di Stavelot e Ottone di Frisinga; insomma, l'intero gruppo "moderato" che aveva coerentemente e costantemente insistito per un mantenimento dei buoni rapporti con il papato e con Bisanzio, e soprattutto creduto nella Sancta Romana Res Publica, nell'armonia di papato e impero. Ora, solo gli homines novi - a partire dal cancelliere Rainaldo - restavano accanto a Federico. E spingevano al confronto; anzi, allo scontro.
All'inizio di settembre, Milano capitol all'esercito imperiale, in cui forti erano i contingenti delle citt lombarde rivali, soprattutto di Pavia e di Cremona (ma v'erano anche pisani, lucchesi, fiorentini, senesi). L'accordo, steso grazie alla mediazione dell'arcivescovo Oberto e del conte di Biandrate, prevedeva che i milanesi avrebbero dovuto giurare fedelt al sovrano, rinunziare ai regalia che avevano fin allora usurpato, innalzare per lui un palazzo nella loro citt, pagare una forte indennit in denaro (9000 marche d'argento), liberare tutti i prigionieri delle citt lombarde che avessero ancora presso di loro, riedificare Como e Lodi, fornire all'imperatore trecento cittadini in ostaggio. I milanesi avrebbero potuto continuare a eleggere i loro consoli, ma questi avrebbero dovuto giurare nelle mani dell'imperatore o dei suoi legati, i quali - al pari di lui - avrebbero avuto diritto, quando fossero venuti in citt, a soggiornare nel nuovo palazzo. A questi patti l'imperatore accettava di liberare dal suo bando sia milanesi sia cremaschi: anche se l'atto formale della sospensione del bando costava 120 supplementari marche d'argento.
Abbiamo detto accordo: e tale era nella sostanza, per quanto non vi fosse dubbio ch'esso era del tutto sfavorevole alla citt piegata. Ma nella forma Federico volle che non accordo fosse, bens piena, assoluta, incondizionata sottomissione. L'8 settembre, giorno della Nativit della Vergine Maria, i milanesi sfilarono in processione dinanzi al sovrano; prima una selva di croci penitenziali di legno, poi l'arcivescovo e il clero anch'essi in abito da penitenza e a piedi nudi; indi i consoli e i maggiorenti cittadini a loro volta scalzi e in veste di sacco, portando le loro spade sguainate appese al collo con una corda.
Il continuatore della cronaca ottoniana ci ritrae l'imperatore mentre rimira con occhio rasserenato il pietoso spettacolo e rassicura benevolo i sudditi infedeli tornati all'obbedienza, accetta le spade che essi gli offrono, li conforta con il bacio della pace; nella sua allocuzione, Federico afferma che preferisce governare chi si sottomette volentieri che non chi  obbligato a farlo, ma ricorda che la vittoria spetta al pi forte e che a Milano  toccato in sorte di sperimentare sia la giustizia, sia - ora - il favore dell'impero. Ma se c' una cosa della fedelt della quale si deve dubitare, nei cronisti, sono le allocuzioni: in esse, di solito, l'autore riversa colori retorici e ornamenti letterari che appartengono pi al gusto del tempo che non alla realt. Tuttavia, la nostra fonte sembra riacquistare una perentoria attendibilit anche formale allorch - dopo aver con tanto sfoggio di retorici paludamenti fatto parlar Federico - riferisce l'umile ma anche dignitosa e al limite fiera risposta dei milanesi: non  in odio all'impero che essi hanno combattuto, ma per difendere le terre dei padri dai loro vicini. Che sotto sotto questi orgogliosi cittadini restassero simpatici al cronista tedesco? Certo  che - se il giovane implacabile sovrano svevo stava gi entrando nel mito italico - anche Milano si trovava ormai circonfusa d'una grandiosa, terribile aura. La formidabile spedizione del 1158 si era mossa per piegarla: tutta la forza dell'impero contro una citt. Per Federico, essa era stata l'avversaria principale: in un certo senso, poteva andarne orgogliosa.
E infine, comunque si voglia affrontare la questione, resta primariamente valido un problema territoriale: Federico poteva imporre tutti i trattati di pace che voleva, ma la politica economica cittadina - cio in primo luogo la necessit di liberi scambi, quindi di libere vie commerciali - condizionava la politica estera e pertanto quella militare di Milano. Essa aveva bisogno di avere via libera verso Genova che la collegava al mare; verso il Piemonte e quindi la Francia; verso Chiavenna e Coira, lungo la strada che portava in Germania e che era sorvegliata da Como; verso Lucca e Pisa, quindi lungo la Via Francigena, la chiave della quale era Piacenza; verso Verona, che dava accesso al Veneto e al passo del Brennero. Ne veniva di conseguenza che i milanesi dicevano la verit quando sostenevano di non avercela affatto con l'impero. Il punto, per loro, era l'impossibilit di far pace con il marchese di Monferrato che sbarrava loro la strada per il Piemonte e la Francia; oppure con i Malaspina e con Pavia, che impedivano l'accesso a Genova e, al di l degli Appennini, a Lucca e a Pisa. E il punto era, ancora, che bisognava controllare Como per assicurarsi la strada di Chiavenna e di Coira; che era necessario tener Cassano e la Ghiara d'Adda in modo da mantenere sgombro l'accesso verso Verona e verso Venezia; e che bisognava che le scelte di Milano si riflettessero su Genova mentre, per contro, una politica genovese troppo ossequiosa della volont imperiale avrebbe recato gravi fastidi alla citt lombarda. Tutte queste ragioni sembravano superate nel settembre del 1158: ma erano altrettanti tizzoni accesi e duri a spegnersi, che covavano sotto la cenere del trattato.
Il vessillo imperiale sventolava sul campanile della cattedrale di Milano, quando Federico volse le spalle alla citt che aveva ben ragione - al momento - di ritenere definitivamente piegata; soggiorn qualche tempo a Monza, presso la chiesa sacra ai fasti dei re d'Italia dove ebbe luogo una nuova grande cerimonia d'incoronazione, o meglio una festa caratterizzata dalla stefanoforia:(48) il sovrano si presentava al popolo in tutto il suo splendore regale, cingendo corona. Si spost in seguito fra Mantova, il Veronese, Cremona, sino a raggiungere l'area interessata dai beni matildini e a trovarsi per la festa di san Martino, l'11 novembre, a Roncaglia dov'era stata fissata una grande dieta di tutto il regno d'Italia. Nel frattempo, aveva rinviato in Germania una parte del suo esercito, avendo cura peraltro di trattenere presso di s quei feudatari che gli erano collaboratori pi preziosi... e che, al loro paese, sarebbero stati in sua assenza pericolosi.
Sei anni prima, Federico aveva inaugurato il suo governo in Germania con una pace generale: il che aveva significato, l, la composizione di annose lotte dinastiche e feudali e la garanzia di libert e sicurezza per i commerci. Anche in Italia, v'era evidente bisogno di una pace generale: ma a turbarla erano quelle citt che costituivano l'elemento politicamente ed economicamente dinamico del regno e che tendevano ad appropriarsi - per affermare il proprio dominio ed espandere i propri mercati - di aree territoriali e di diritti che, nel vecchio assetto del mondo cisalpino, erano di competenza non loro bens del sovrano o dei detentori di signoria forniti di delega per l'esercizio delle funzioni pubbliche. Il fatto era per che l'usurpazione di diritti e funzioni regie, da parte delle citt, era dipesa da due fenomeni complementari: primo la vacanza dei re d'Italia dall'esercizio della loro autorit e il "vuoto di poteri" - subito riempito, legittimamente o no - che si era per questo andato creando negli ultimi decenni; secondo la straordinaria crescita demografica, politica ed economica delle citt centro-settentrionali, che rendeva certe vecchie pastoie giuridiche del tutto inadeguate a una nuova realt che si prospettava essa stessa, e in quanto tale, "illegittima", "fuorilegge". D'altro canto, porre fuorilegge una realt nuova  molto facile al livello giuridico -  anzi si pu dire nell'ordine delle cose -, ma molto difficile a quello della concretezza storica. Non si pu retrospettivamente chiedere n alla dieta di Roncaglia del 1158 n a Federico quel che nessuno dei due poteva al momento dare: n la comprensione immediata dei tempi nuovi, n l'abdicazione a principi giuridici per stabilire rigorosamente i quali - al contrario - Federico si era appunto mosso, e nel ristabilimento dei quali egli era fermamente convinto coincidessero i suoi diritti e i suoi interessi.
C', negli accordi tra Federico e Milano, un punto che rischia di venir sottovalutato da noi moderni se non se ne intendono le implicazioni: l'obbligo di costruzione del palazzo imperiale, vero e proprio simbolo pietrificato del potere sovrano. Di palazzi del genere, Federico in Germania ne ha costruiti molti: e, in Italia, essi sono almeno in una certa misura serviti da modello agli stessi edifici pubblici cittadini, i vari palazzi "della Ragione", "del Podest", o, pi tardi, "del Popolo" costruiti nelle nostre citt fra Due e Trecento. A Pavia, sorgeva un palatium di questo tipo: era il simbolo dell'autorit dei re germanici d'Italia e il centro amministrativo del regno, dove si curavano la gestione e la riscossione dei regalia iura, cio dei diritti che si dovevano pagare all'amministrazione regia per battere moneta, importare ed esportare generi alimentari, macinare cereali, usare certe strade e certi approdi fluviali o marittimi e via dicendo. Alla morte di Enrico secondo, nel 1024, il palatium di Pavia era stato incendiato durante una sommossa; in seguito, l'amministrazione regia in Italia non aveva pi potuto essere ricostituita e quelli che ormai era - ed  - nell'uso pratico definire i regalia erano non gi passati in proscrizione, bens mantenuti in vita e riscossi in tutto o in parte da chi - zona per zona e volta per volta - deteneva nel nome o no del sovrano il potere effettivo: feudatari, vescovi, pi tardi anche comuni.  il solito vecchio discorso del vuoto di potere che non esiste: o meglio che, quando c', viene subito riempito.
Era davvero una pura imposizione "reazionaria", l'atteggiamento di Federico durante la dieta di Roncaglia? Pu sul serio essere interpretato come la dura e ottusa volont d'un sovrano capace di prestare orecchio solo ai suoi diritti e incapace, per contro, di comprendere che in centotrentaquattro anni dalla distruzione del palatium pavese le cose erano molto cambiate ed era impossibile ricondurle ai tempi di Enrico secondo?
Nella realt delle cose, molti elementi impediscono di vedere in Roncaglia una restaurazione. Intanto, un fatto nuovo per l'Italia medievale e strettamente connesso a quella grande primavera della cultura europea che fu il dodicesimo secolo ma anche, e con maggior precisione, alle frequentazioni sveve con quel grande centro di diritto e di teoria politica ch'era la corte imperiale di Bisanzio (e, chiss, anche con quell'Universit di Bologna sfiorata nel 1155). Tale fatto nuovo era la rinascita del diritto giustinianeo, che proponeva - in un mondo italico fino ad allora abituato a pensare all'impero romano-cristiano nella sola dimensione di un Costantino che si era ritirato da Roma lasciando Urbe e insegne imperiali nelle mani del Vicario di Pietro... - un aspetto nuovo e diverso del potere imperiale. Nuovo, anche se - conforme alla mentalit del tempo, che in ogni novitas scorgeva un pericolo - ci si rifaceva a una venerabile antichit per legittimarlo. Erano nuove le universit; era "nuova", nel mondo occidentale, la pur antica scienza giuridica romana che in esse si insegnava e la cui importanza cresceva del resto parallelamente a quella del diritto canonico; era nuova (anzi, era inaudita: nel senso etimologico di quest'aggettivo) la pretesa di applicare questa scienza al campo della politica.
Roncaglia fu, quindi, la sede per una grande proposta di ridefinizione dei rapporti fra potere regio e realt politiche italiche. Da un lato la teoria della legittimit dei regalia appoggiata all'autorevole parere degli esperti universitari - convocati attorno al sovrano nella prima grande assise politico-culturale di segno "laico" che l'Europa medievale ricordi - e all'armata tedesco-boemo-burgundo-italica una parte della quale (l'italica, appunto) era, si badi bene, direttamente interessata alla ridefinizione delle prerogative regie: e non  detto che le sue varie componenti fossero tutte convinte che tale ridefinizione giocasse in loro immediato favore. Dall'altro, la forza delle cose: una forza, e una logica a essa legata, che poteva ben lasciarsi piegare dalle armi, ma che era destinata a riemergere e a riaffermarsi una volta che la pressione militare si fosse allentata. In palio c'era qualcosa di ben pi importante delle pur ingenti rendite finanziarie dei regalia.
L'aspetto offerto dalla piana di Roncaglia in quel giorno di San Martino doveva essere straordinario: un convergere di feudatari ecclesiastici e laici ciascuno con il proprio seguito, una variet di genti e di costumi, un incrociarsi di lingue e di dialetti, un colorito accorrere di mercanti e di giocolieri e di avventurieri. Un po' festa, un po' mercato, Roncaglia doveva essere diventata una specie di grande citt mobile al centro della quale si ergeva il grande padiglione d'onore che il re d'Inghilterra aveva donato all'imperatore l'anno prima. Ottone di Frisinga descrive magistralmente la scena: ma forse la depura un po' di quel tanto di colorito, di caotico - di "medievale"? -, e introduce in cambio una lunga interpolazione di Giuseppe Flavio che ha lo scopo e l'effetto di far somigliare il pi possibile il campo federicano a un accampamento delle legioni di Roma antica. Fra i grandi d'Italia convenuti a Roncaglia primeggiavano Oberto arcivescovo di Milano, il marchese Guglielmo di Monferrato, il conte Guido di Biandrate; e sarebbe spettato proprio al presule milanese, nell'allocuzione di risposta a quella d'apertura della dieta pronunziata dal sovrano, richiamare la celebre massima del diritto giustinianeo: "Il volere del principe ha forza di legge, poich il popolo ha delegato a lui e in lui il suo diritto e il suo potere di governo".(49) Era l'enunciazione della volont del sovrano quale fonte di diritto, appoggiata a quella Lex Regia nel nome della quale, tre anni prima, Federico si era visto offrire la corona dal Senato romano. Rifiutato allora il ricorso a tale principio in quanto alternativo all'incoronazione pontificia - e soprattutto in quanto propostogli da chi non aveva n il diritto n la forza di farlo -, il sovrano si era ormai assicurato con l'appoggio dei principi tedeschi e dei nobili e delle citt d'Italia (o almeno di alcune fra esse) il diritto di ricorrervi ora: ma, se poteva a quel punto appoggiarsi a ben altre forze che non il comune di Roma, Federico sentiva anche la necessit di legittimare il suo ruolo cesareo alla luce d'una teoria che fosse autenticamente antica e romana sul piano sostanziale e, al tempo stesso, del tutto nuova sul piano politico. Questa teoria astraeva - e per la prima volta nell'Occidente medievale - da questioni teologico-religiose per appoggiarsi e riallacciarsi a una realt fondata prima della stessa Chiesa. Ci non toccava affatto, beninteso, l'idea che l'impero fosse stato provvidenzialmente voluto da Dio per preparare l'avvento del Salvatore e il Suo regno sulla terra, e quindi il principio della derivazione divina del potere imperiale: ma consentiva per la prima volta di prescindere dalla tesi di una qualunque mediazione papale tra Dio e l'imperatore. Il Cristo aveva assegnato a ciascuno dei suoi rappresentanti in terra, rispettivamente la spada spirituale e quella della giustizia materiale; e ciascuno di loro era responsabile solo dinanzi a Dio del modo in cui avrebbe - nel Suo nome - usata l'arma affidatagli. Da questa diretta subordinazione a Dio l'impero usciva non gi "desacralizzato", bens - e al contrario - investito (come del resto da secoli era vero per quello bizantino) di una sacralit pi alta, immediata, diretta: parallela a quella pontificia, non dipendente da essa; inserita nell'ordine ecclesiale, anzi partecipe dello stesso ordine chiericale nella misura in cui la cerimonia dell'incoronazione lo indicava, e tuttavia posta accanto al sacerdotium a capo della Chiesa, fatta salva la reverenza che l'imperatore doveva personalmente, come fedele del Cristo, al successore del suo Vicario spirituale. La Lex Regia, cos reinterpretata a Roncaglia,  la ferma risposta al Dictatus Papae. Se la canonistica si rifaceva - come gi abbiamo visto con un canonista illustre, il Bandinelli, e le sue posizioni di Besanon - a una visione essenzialmente carolingia dello ius imperii, i civilisti dal canto loro si appoggiavano al riscoperto diritto giustinianeo per affermare una visione dell'impero che scavalcava, ignorandoli, Constitutum Constantini e Dictatus Papae. Non si trattava di due "differenti" modi di considerare il medesimo problema: si era dinanzi a due posizioni estranee fra loro che pertanto, se fossero state costrette a confrontarsi, non avrebbero potuto non entrare in conflitto.
In questo dodicesimo secolo, che secondo alcuni ha inventato l'amore cos come lo si intende in Occidente,  stato notoriamente inventato anche l'intellettuale; e con lui si  inventata la sua integrazione, la sua organicit rispetto al potere. I quattro grandi allievi e successori del grande giurista Irnerio, maestri celebri di diritto romano, stanno a Roncaglia a fianco del giovane sire tedesco nel quale essi hanno individuato il loro nuovo Cesare, il loro redivivo Giustiniano. Sono Martino Gosia detto Copia legum ("Larghezza di leggi"), Bulgaro detto Os aureum ("Boccadoro"), Ugo di Porta Ravegnana detto Mens legum ("Mente delle leggi"), Jacopo che si dice Irnerio avesse definito Id quod ego ("Un altro me stesso", "Lo stesso che me"). Nella piana di Roncaglia al pari che nella Parigi di Abelardo nasce anche un fenomeno che sar fedele compagno dell'Europa moderna: il divismo dell'intellettuale, la sua illusione di sentirsi compartecipe del potere politico nella misura in cui questo lo manovra e lo corteggia; forse addirittura l'illusione di essere in qualche modo lui a manovrarlo.
Tuttavia, dinanzi alle perentorie pretese federiciane di ristabilimento dei regalia, i giuristi di Bologna indugiarono, quasi indietreggiarono. Proprio in quanto buoni conoscitori del diritto imperiale antico - ma d'altronde anche in quanto uomini che vivono nella stessa Bologna la realt comunale, ne apprezzano la novit e ne sanno l'irriducibilit a schemi giuridici venerabili ma pensati per una realt sociale differente -, essi sono consci del fatto che le citt non potranno mai accettare sul serio qualcosa che in realt non  neppure la restaurazione di antiche consuetudini, bens - per loro - un'assoluta innovazione. I comuni cittadini italiani sono nati e si sono sviluppati in parte anche durante la vacanza dei poteri regi, anzi a causa di tale vacanza: l'accettazione del programma di Roncaglia da parte loro, se completa e incondizionata, non coinciderebbe con una sorta di suicidio? Per questo gli esperti bolognesi esitano, chiedono la collaborazione dei rappresentanti dei vari comuni interessati. Ma le fiamme di Tortona e di Spoleto bruciano ancora; bresciani e milanesi hanno ancora dinanzi agli occhi lo spettacolo minaccioso degli accampamenti imperiali sotto le loro mura; sono semmai i pavesi, i lodigiani, i comaschi, i cremonesi, che preferiscono piegar la testa dinanzi a un signore sentito comunque come legittimo, che sperano in ogni modo stia spesso lontano e che in fondo chiede anzitutto fedelt e denaro, piuttosto che dinanzi a una prepotente vicina come Milano che taglia loro i mercati e impone sempre e comunque il suo volere. Quanto ai feudatari presenti, nel sovrano germanico princeps militiae riconoscono uno di loro dinanzi alle sempre pi invadenti citt, e d'altronde hanno in molti casi gi perduto a causa dei comuni l'usufrutto dei regalia, per cui a Roncaglia hanno poco da rimetterci.  per questo che, nella piana trasformata in accampamento, vescovi, principi e citt si piegano - tutti insieme, ma per differenti motivi - dinanzi al nuovo Giustiniano. Il problema della translatio imperii dai romani ai germani, che pure aveva improntato la fiera risposta di Federico al Senato di Roma nel 1155, non tocca la giornata di Roncaglia. L'impero, l,  quale lo vogliono i civilisti bolognesi: una prosecuzione dell'esperienza giustinianea senza soluzione di continuit, come se non vi fossero stati n un Romolo Augustolo n un Carlomagno.
Definire "assolutistica" o "feudale" la politica di Federico - sia in genere, sia a pi forte titolo in rapporto a Roncaglia -  un non-senso. Quel che soprattutto e anzitutto gli interessava, era rivendicare all'impero il monopolio del potere pubblico; tale potere poteva certo continuare a passare per delega nelle mani di singoli signori - o di singole citt -, ma a patto che se ne riconoscesse senza ambiguit e senza confusioni la fonte nel sovrano. Il che postulava qualcosa di relativamente chiaro a livello di principio, ma non facile a osservarsi nella pratica: la costante distinzione tra possesso o controllo materiali di un territorio ed esercizio, entro i suoi confini, di quella giurisdizione ch'era e restava dotata di carattere pubblico. In quest'orizzonte, i regalia erano tutti quei diritti e quei poteri - sulle strade, sulle vie d'acqua, sulla moneta, sui beni vacanti - che potevano essere gestiti dalle pi varie forze, ma che restavano dipendenti dal re e originariamente concessi da lui: quindi da parte sua e in qualsiasi momento revocabili.
I giuristi bolognesi elaborarono, con l'assistenza e l'appoggio degli esperti delle varie citt, una lunga lista di regalia desunta in gran parte dal Corpus Iuris di Giustiniano, ma in qualche misura anche tenendo conto del diritto consuetudinario. L'imperatore ader volentieri alla loro richiesta di affiancarsi degli esperti scelti nelle singole citt: ci avrebbe immediatamente comportato il consenso - "volontario" - delle citt stesse al lavoro della commissione, quindi il loro pacifico ossequio ai suoi voleri.
Federico non aveva affatto, intendiamoci bene, l'intenzione di rivendicare in assoluto la diretta gestione dei regalia: anche se avesse voluto farlo, non ne avrebbe avuto burocraticamente parlando n le forze n gli strumenti; ma, al di l di ci, prospettive accentratrici di questo tipo erano del tutto fuori della mentalit sua e del suo tempo. In realt, egli conferm senza difficolt il godimento dei regalia a chiunque - signori o citt - fosse in grado di comprovare di averne ricevuta la concessione da un qualche sovrano; ma esigeva il recupero di quelli che erano stati fin l illegittimamente gestiti, e che avevano fruttato - si pot calcolare - un gettito annuo di circa 30.000 marche d'argento, pari grosso modo a una tonnellata di metallo pregiato. La politica militare stava peraltro determinando, da parte dell'amministrazione imperiale, una tale fame di liquidit che somme del genere, per alte che fossero, erano lontane dal poter costituire una base sufficiente. Ed era d'altronde logico e legittimo, nell'ottica giuridica e politica tanto di Federico, quanto del suo tempo, che gli stessi problemi tedeschi dovessero risolversi anche grazie all'argento delle citt italiane.
Ma al di l del pur molto ingente valore finanziario dei regalia, all'imperatore premeva che fosse il principio giuridico a valere. E, sulla base di esso, il suo discorso politico a Roncaglia si articola su due punti: primo, rivendicare qualunque diritto che le leggi imperiali assegnassero al sovrano, salvo poi farne l'uso pi vario delegandolo a signori o a citt, ma sempre ristabilendo con ci un legame volta per volta diretto e immediato tra ciascuna di queste forze e l'impero; secondo, impedire coalizioni feudali o cittadine o feudo-cittadine, e anzi mantenere le singole forze separate fra loro affinch ciascuna di esse abbia nel sovrano il suo interlocutore unico. A Roncaglia, Federico non  venuto per ramazzare un po' d'argento: gli serve anche quello, certo, e ne chiede - come in seguito ne chieder - senza posa. Ma non  il denaro a interessarlo in prima istanza. In altre due costituzioni promulgate nella medesima dieta, la Constitutio pacis e la Constitutio de jeudis, avoca a s ogni tipo di giurisdizione, proibisce la vendita dei diritti feudali d'origine pubblica insieme con gli allodi (cio con i beni privati), ribadisce il suo diritto di nominare i rappresentanti dei pubblici poteri - anche se, nella pratica, questo per i comuni poteva significare soltanto il dovere di presentargli i nuovi eletti alle magistrature cittadine e attendere da lui la loro rispettiva conferma -; proibisce non solo le guerre locali ma anche qualunque forma di coniuratio o di conventicula. Quest'ultima norma significava la caduta fuori legge degli stessi patti giurati su cui si reggevano i comuni, nonch delle varie forme di consorterie gentilizie, associazioni mercantili e artigiane, leghe fra citt, accordi fra nobilt feudale e comuni. Era, questa, la condizione stessa affinch il sovrano potesse ergersi a unico garante della pubblica pace. E la pretesa che in tutte le citt nelle quali egli lo avesse imposto sarebbero dovuti sorgere palatia regali, era il simbolo tangibile di questa volont.
In altri termini, si affermano a Roncaglia la plenitudo potestatis del "successore di Giustiniano", il suo diritto concettuale al dominium mundi. Da allora in poi, la Cristianit non si riconosce pi nella Sancta Romana Res Publica, bens nel Sacrum Romanum Imperum, dove la sostituzione dell'aggettivo sancta con sacrum non  orpello linguistico-stilistico, ma contiene un preciso rinvio allo ius in sacris in forza del quale alla sfera delle competenze dell'imperatore apparteneva anche il diritto di intervenire nelle questioni ecclesiastiche. L'eredit carolingia era, beninteso, tutt'altro che rinnegata o accantonata: ma veniva inserita in un continuum, dall'antichit romana al presente, che nessuno in Occidente aveva fino ad allora mai osato sostenere. Che i pisani mostrassero a capo scoperto e a ceri accesi il volume delle Pandette che avevano rapinato agli amalfitani, non  pura aneddotica, bens indizio di questa profonda sacralit, antichissima e nuova, che si andava circonfondendo attorno al nomen imperii. E, con essa, si affermava il concetto pregnante, totalizzante, di honor imperii. Esso era senza dubbio un concetto giuridicamente vago, forse addirittura generico, usato tuttavia a qualificare il complesso dei diritti e delle prerogative imperiali: diritti e prerogative che potevano altres venir gestiti direttamente dal sovrano oppure delegati, ma che in nessun caso potevano essere alienati o posti da parte. Concetto giuridico vago, abbiamo detto: ma espressione politica - e propagandistica - di straordinario vigore, vera e propria idea-forza.
Non si pu dire che Roncaglia sia stata un sogno; non si pu accusare Federico di scarso realismo politico nell'impostarla secondo le scelte che abbiamo visto. Si tratt semmai di un punto di partenza, che il sovrano fece l'errore di ritenere un punto d'arrivo. In quell'estate di San Martino del 1158, con Milano in ginocchio e i libri della sacrosanta legge romana squadernati davanti - anche il Cristo Venturo dei timpani delle abbaziali romaniche reca spesso nella destra, come uno scettro, un libro -, i feudatari tedeschi, boemi, burgundi e italiani ai suoi piedi e le citt che attendevano dalle sue labbra la parola della giustizia, il giovane imperatore dovette davvero sentirsi lex in terris. Quel che non comprese fu che il suo successo su Milano era stato dovuto anche al fatto che egli si era immesso, obiettivamente sfruttandolo, nel gioco di scacchi delle rivalit italiche. Ma ora, pronunziando una legge uguale per tutti, poneva le premesse per la cancellazione di quelle rivalit; proibendo a tutti i nobili e a tutte le citt di allearsi fra loro e imponendosi loro come unico interlocutore, indicava anche se stesso - in prospettiva - come loro comune rivale.
Certo, i tempi per questa virata di rotta della realt politica italiana maturarono lentamente. A Roncaglia era accaduto qualcosa di non facile a intendersi da parte dei comuni: e d'altronde i testi delle varie Constitutiones l emanate non furono immediatamente raccolti, n dovettero cominciare subito a circolare; a parte poi l'ambiguit di qualunque testo giuridico, destinato per sua natura a passare attraverso una revisione interpretativa che sovente sposta di molto i termini originali dei problemi da esso posti.
Ad ogni modo, le citt lombarde si resero subito conto almeno di un fatto: Federico aveva un gran bisogno di denaro e intendeva intascarne parecchio, anche perch aveva ben compreso che esse potevano fornirglierne senza sforzo ingenti quantit. Ed esse erano disposte, ad esempio, a versargli grosse somme per ricevere in cambio la conferma dei consoli che avrebbero continuato a essere liberamente scelti; cos come non erano in via pregiudiziale neppure contrarie a restituirgli il godimento dei regalia. A conti fatti, la pace generale imposta dal sovrano si sarebbe trasformata comunque in un discreto affare economico, visto il drenaggio continuo di denaro causato fin l dalle continue guerre comunali.
Non erano per le pretese economiche o fiscali di Federico, bens il suo atteggiamento politico a metterle in allarme.
Immediatamente dopo Roncaglia, egli form una commissione guidata dai soliti due dioscuri del suo nuovo corso politico, Rainaldo di Dassel e Ottone di Wittelsbach, e incaricata di visitare le varie citt lombarde per sostituire i relativi consoli con dei rectores di nomina imperiale, detti potestates. Tali magistrati potevano anche essere scelti nell'ambito dei singoli centri urbani e in accordo con gli abitanti (cio con i ceti emergenti di ciascun centro), ma venivano comunque a costituire un'ingerenza politica dell'imperatore molto pi forte di quanto lo stesso durissimo dettato di Roncaglia non avesse dato a temere. Un altro elemento suscettibile di creare paure e malumori era l'evidente avversione - per quanto non  detto fosse del tutto programmatica - di Federico per Milano, anche dopo i patti del settembre. Egli rifiutava costantemente, nella pratica, di trattare allo stesso modo tutte le citt e finiva per concedere regolarmente il suo favore a quelle di antica e comprovata tradizione antimilanese, come Cremona, Pavia, Lodi. Difatti, in esse i lavori della commissione non trovarono alcun ostacolo. Ma diversamente andarono le cose ad esempio a Piacenza, dove gi aveva suscitato inquietudine l'ordinanza che le torri pi alte di una data misura fossero abbattute. Certo, formalmente si trattava di una coerente misura di pace: ora che a Roncaglia l'ordine era stato ristabilito in tutto il regnum Italiae, che bisogno c'era di quelle difese? Il fatto era che il sovrano tedesco tendeva a chiudere un occhio davanti all'altezza delle torri di certe citt, mentre era inflessibile con quelle di certe altre. Insomma, il princeps pacis aveva s stabilito nel regno una pace uguale per tutte le citt: ma senza dubbio, ai suoi occhi, v'erano citt pi "uguali" delle altre.
Non si deve d'altronde pensare che sin dall'indomani di Roncaglia si creassero schieramenti precisi. Quando noi diciamo che v'erano citt pi "favorevoli" a Federico o che erano state pi o meno "amiche" o "nemiche" di Milano, intendiamo sostanzialmente riferirci a un atteggiamento politico di quella parte dell'aristocrazia consolare cittadina che in ciascuna di esse deteneva il potere. Ma ogni citt era divisa al suo interno da opposti schieramenti politici; per cui a Cremona e a Pavia c'erano fermi oppositori della politica imperiale mentre, a Milano e a Brescia, Federico era in grado di contare su sicuri fautori. La lotta fra le citt si rifletteva e si trasferiva all'interno di ciascuna cinta muraria, scomponendosi in una pluralit di situazioni locali che i consiglieri dell'imperatore dovevano avere grosse difficolt a padroneggiare. Ed era anche a causa di questo complesso sistema di spinte e di controspinte che il princeps pacis non avrebbe mai potuto essere davvero obiettivo ed equidistante neppure se l'avesse voluto, e anche ammesso che obiettivit e equidistanza possano in politica davvero darsi.
E tuttavia, gi all'indomani di Roncaglia, aveva cominciato a farsi strada tra i "lombardi", pur fra ambiguit e perplessit di vario genere, la consapevolezza che Federico era senza dubbio temibile come nemico, ma anche scomodo come alleato. Anche chi aveva sperato di servirsi della forza e del prestigio dello Svevo per ridimensionare l'imperialismo territoriale di Milano e continuava a giovarsi del suo favore per migliorare la propria posizione politica, comprese che questi aveva davvero - a differenza di tutti i re tedeschi succedutisi dopo Enrico terzo - la ferma volont di governare l'Italia, anzich farsi vedere di quando in quando per incontrare qualche papa o per spillare un po' di soldi. In molti tuttavia - pensiamo anzitutto ai pavesi e ai cremonesi - l'odio per l'avversaria vicina era tanto forte che essi avrebbero volentieri perduto a loro volta qualche vantaggio pur di assistere alla sua rovina. Ma in altri casi, politicamente meno delineati, le cose andavano altrimenti. Genova, ad esempio, fece seccamente sapere al sovrano - ritorcendogli contro, parola per parola, il decreto di Roncaglia - che essa gli avrebbe restituito volentieri tutto quello che, fra i diritti che essa esercitava, egli fosse riuscito a provare di propria pertinenza: e si dette frattanto a rinforzare le sue fortificazioni.
Intanto, la commissione imperiale aveva emanato anche nei confronti della piccola citt di Crema, testa di ponte della politica territoriale milanese di fronte a Cremona, l'ordine di abbattere le fortificazioni. Per l'abbattimento delle mura cremasche, i cremonesi offrirono a Federico 15.000 marche d'argento, vale a dire grosso modo la stessa somma che a Roncaglia si era calcolato potesse rendere l'esercizio dei regalia del regno durante sei mesi. Sia che l'imperatore avesse bisogno di quel denaro, sia che avesse deciso comunque di procedere contro Crema, egli accett la proposta: senza rendersi forse conto che, cos facendo, egli scendeva agli occhi dei lombardi dal piedistallo di princeps pacis al livello d'esecutore mercenario d'una vendetta. Ma sul momento non poteva riuscirgli facile comprendere che la complessa situazione italiana lo stava coinvolgendo al punto di stravolgere lo stesso significato politico che egli intendeva dare alle sue scelte.
Passato il Natale ad Alba, ai primi del gennaio del 1159 Federico era a Torino, trionfalmente accolto dal vescovo al quale egli concesse una lunga serie di regalia in citt e oltre la cinta muraria per un raggio di dieci miglia. Grazie al favore imperiale, il presule diveniva - contro gli interessi dei grandi feudatari dell'area torinese, i Savoia - il signore della citt. Successivamente, nel febbraio, l'imperatore riconosceva - grazie ai buoni uffici di Guglielmo marchese di Monferrato - anche il comune di Asti, organizzandolo sotto tre cittadini da lui designati come podest.
Intanto Rainaldo di Dassel - che proprio nel gennaio 1159 aveva ricevuto la cattedra arcivescovile di Colonia - si avviava con Ottone di Wittelsbach al difficile appuntamento con i milanesi, gi irritati per la politica di accerchiamento che - nonostante i patti del settembre precedente - l'imperatore sembrava porre in atto nei loro confronti col pretesto dell'attuazione dei decreti di Roncaglia. A Milano, il popolo intendeva insediare al governo cittadino consoli eletti direttamente, anche se non era poi contrario a che essi giurassero fedelt all'imperatore; la commissione insisteva invece per "podest" di sua diretta nomina. La questione sulla fonte dei poteri non era quindi assolutamente in causa: lo era invece quella dell'autonomia cittadina delle scelte. E pare che all'origine del tumulto che si verific fossero non gi elementi del ceto dirigente cittadino, bens gente del popolo. Erano ancora una volta quei medi o bassi ceti milanesi, i turbolenti protagonisti del moto religioso-popolare della patara di un secolo prima: riuniti nella cattedrale, essi accolsero al grido di "Fora!" e di "Mora!" il diktat di Rainaldo e di Ottone: i commissari imperiali e i maggiorenti cittadini furono costretti a barricarsi nel palazzo del comune, da dove i messi imperiali furono poi allontanati nottetempo.
Pu darsi davvero che in quell'occasione il ceto dirigente cittadino si sia lasciato prendere di contropiede. I consoli cercarono invano di calmare la folla, mentre scongiuravano i messi imperiali di credere che essi non avevano nulla a che fare col tumulto e offrivano loro addirittura somme di denaro per tenerli buoni. Pare anche che alcuni cavalieri si recassero di soppiatto da Rainaldo per assicurarlo che, in un modo o nell'altro e prima o poi, i milanesi sarebbero scesi a migliori consigli. Ma la commissione imperiale cap comunque che tirava una pessima aria e si allontan sdegnata in tutta fretta. A Rainaldo non sfuggiva che il tumulto era segno di un radicalizzarsi delle posizioni antimperiali in Milano: e la faccenda di Crema avrebbe ulteriormente peggiorato le cose.
Per quanto una fonte vicina a Rainaldo affermi il contrario, Federico non perse affatto la calma quando gli fu riferito dell'incidente milanese. Volle anzi vederci chiaro. Verso la met di febbraio ricevette a Marengo un'ambasceria milanese, alla quale ricord con severit le decisioni di Roncaglia e che dovette rispondergli rilanciando un'interpretazione flessibile di tali decisioni. Poi si mosse rapidamente attraverso la Lombardia, seguendo con cura tutta particolare la ricostruzione di Lodi. Ma soltanto per Pasqua, il 12 aprile, mentre stava assistendo a una festa a Modena, gli fu annunziato che i milanesi avevano riconquistato la "chiave dell'Adda", il castello di Trezzo.
Su tutte le furie, riguadagn allora Bologna dov'era il suo esercito. Nella dotta citt universitaria riun i suoi professori e proclam Milano ribelle all'impero. Giungevano intanto - in quella primavera che, nel Medioevo, era la stagione degli amori e del risveglio della natura ma anche dei giochi di guerra - i rinforzi che da tempo egli aveva chiesto in Germania: li guidavano Enrico il Leone, Guelfo di Memmingen, Rainaldo di Dassel, il quale rientrava dalla sua diocesi di Colonia in cui rapidamente si era insediato, e la stessa imperatrice Beatrice. Con queste nuove forze e con l'aiuto dei vari contingenti dei comuni a lui fedeli, Cremona soprattutto, pot dare inizio nel luglio all'assedio di Crema. Ma la gente della piccola citt, che da tempo si preparava all'evento, reag con coraggio e con energia straordinari. Data la struttura degli eserciti e le tecniche militari del tempo, un assedio era sempre un affare serio per gli assedianti: dinanzi a difese anche mediocri, il pi potente esercito nerbo del quale era la cavalleria pesantemente armata si trovava in difficolt; gli ordigni d'assedio, gli arieti, le torri di legno, le macchine d'artiglieria a leva, erano ordinariamente non troppo efficaci. In queste condizioni, un assedio poteva durare mesi e mesi: l'esercito assediante trovava la pi efficace delle risorse a sua disposizione nel circondare il castello o la citt assediati in modo da impedire l'ingresso di vettovaglie dall'esterno; e gli assediati abbastanza di rado venivano battuti d'assalto, mentre pi spesso erano costretti ad arrendersi per fame, per mancanza d'acqua, o in seguito a un'epidemia scoppiata entro le mura. A meno che il nemico non riuscisse a "minare" le mura (cio a scavare sotto di esse delle gallerie e a puntellarle con travi di legno che poi, spalmate di pece e incendiate, causavano il crollo della cortina sovrastante) o a comprare un traditore che gli aprisse le porte.
Gli assedi duravano mesi. Quello di Crema ne dur sei e mise seriamente in pericolo la fama d'invincibilit che Federico si era da anni accuratamente costruito attorno. Intanto, come fra poco vedremo, grosse novit stavano maturando nel mondo cristiano: e l'imperatore era sempre pi irritato di dover perdere tanto tempo sotto le mura di una cittadina lombarda mentre la sua presenza e le sue energie sarebbero state necessarie altrove. Egli si rendeva conto che dall'alto dei bastioni cremaschi come poco pi in l, a Milano, ci si stava prendendo gioco dell'impero, del suo honor, delle leggi tanto solennemente sancite. Per questo, come sempre in casi analoghi, divenne freddamente feroce.  noto che egli giunse a far legare alle macchine d'assedio i prigionieri cremaschi, ponendo gli assediati nel dilemma se colpire a morte il loro stesso sangue o consentire agli assalitori di guadagnare le mura: e si tramanda con quale eroismo quegli sventurati supplicassero i loro parenti e amici di tirare comunque, senza pensare a loro, e con quale desolata rabbia la gente di Crema obbedisse a quegli incitamenti disperati. Come sovente accade in guerra, eroismo e orrore, generosit e crudelt s'intrecciavano: e gli eroici cremaschi rispondevano a quel gesto disumano, indegno di chi cingeva la corona di imperatore cristiano, massacrando a loro volta sulle mura - ben in vista dinanzi alle truppe imperiali - i prigionieri italiani e tedeschi dell'esercito di Federico caduti in loro mano. Al solito, non era comunque tanto contro l'imperatore che Crema resisteva, quanto contro gli invisi cremonesi che, primi nell'esercito imperiale, combattevano la rivale con un accanimento che stupiva i tedeschi. C' da chiedersi se l'espediente dei prigionieri legati alle macchine da guerra non l'avessero suggerito loro.
Verso la fine del gennaio del 1160 i cremaschi dovettero arrendersi: erano allo stremo delle forze, privi d'acqua e di viveri, provati dalle epidemie. La citt fu distrutta senza misericordia. Ma il suo troppo lungo assedio - come, cinque anni prima, quello molto pi rapido di Tortona - aveva provato che per quanto potenti fossero le armate imperiali la loro forza poteva infrangersi contro qualunque ben munita fortezza. E la Lombardia era costellata di citt pronte a trasformarsi in munite fortezze: la pi forte di tutte, Milano, turbava ormai i sonni tanto di Federico quanto del cancelliere Rainaldo. Nel settembre del 1158 l'imperatore si era evidentemente soltanto illuso di poterla piegare, con un assedio durato meno di un mese e terminato in trattative: ma ora capiva che in quell'occasione essa non aveva voluto - o, per divisioni politiche interne, potuto - mostrare appieno la sua potenza.
La chiave della situazione italiana restava quindi sempre la medesima: bisognava domare Milano. Le cose erano allo stesso punto di quando, un anno e mezzo prima, l'imperatore era sceso in Italia. Egli si rendeva conto di non aver compiuto alcun reale progresso da allora; e che, se Milano non fosse stata piegata, il ridicolo si sarebbe abbattuto su di lui e sul nome dell'impero.
Frattanto, qualcosa di non meno grave stava avvenendo su un piano suscettibile sempre di passare dal religioso al politico. Papa Adriano era sempre pi preoccupato per la presenza e la lunga permanenza dell'imperatore al di qua delle Alpi, tanto pi che a Roncaglia i regalia erano stati revocati anche agli ecclesiastici e quindi ancora una volta il concordato di Worms - o quel che ne rimaneva, date le infrazioni continue alle quali Federico lo sottoponeva - appariva minacciato. L'arrivo in Italia di Guelfo di Memmingen, nella primavera del 1159, aggravava la situazione: oltre che duca di Toscana e di Spoleto, egli era difatti il detentore dei beni matildini per delega imperiale. La sua presenza riaccendeva le intricate e non mai risolte questioni territoriali fra papa e imperatore nell'Italia centrale. Il pontefice, offeso e allarmato per gli sviluppi della dieta di Roncaglia, ribadiva che in Roma e nel "territorio di San Pietro" tutti i regalia erano di pertinenza della Chiesa; riesumava quindi il mai denunziato Constitutum Constantini, la "Donazione di Costantino"; e contestava la validit della richiesta imperiale di omaggio da parte dei vescovi.
Al di l di ogni altra questione, la sovranit sulla citt di Roma era divenuta - dopo l'intervento dei giuristi bolognesi a Roncaglia - una questione primaria. E Federico rispondeva al papa affermando di non poter accettare nessuna limitazione alla propria sovranit sull'Urbe: se avesse commesso un errore del genere, si sarebbe trovato a possedere non gi il potere imperiale bens soltanto la sua species... et inane nomen oc sine re, la sua parvenza, il suo nome vano e senza contenuto.
Una serie di contingenti motivi di attrito intervenivano a complicare questo quadro: anzi - come forse pi giustamente si dovrebbe dire - venivano a costituire altrettanti pretesti per un peggioramento di rapporti che ormai sembrava inevitabile. Dopo la morte di Anselmo di Havelberg, per esempio, Federico avrebbe voluto innalzare alla cattedra arcivescovile di Ravenna Guido di Biandrate, figlio dell'omonimo conte lombardo che gli era quanto mai utile nella delicata questione milanese nonch fedele e prezioso alleato nelle faccende lombarde. Ma il papa non intendeva cedere a un partigiano dell'imperatore una sede prestigiosa come quella ravennate, alla quale erano oltretutto annessi tanti ricordi giustinianei venerabili per l'impero cristiano (e questa era una delle ragioni per cui tanto Adriano quanto Federico ci tenevano particolarmente). Accamp perci una serie di pretesti per non cedere: e infatti non si giunse mai alla consacrazione. Adriano interveniva frattanto anche in una questione politica lombarda, la lite fra Bergamo e Brescia, impedendo un lodo imperiale fra le due citt con il pretesto che - essendo Bergamo nei favori del sovrano e Brescia incorsa nella sua ira - il verdetto avrebbe potuto non essere equo. E si affrettava anche a stringere ancor pi i rapporti con Guglielmo di Sicilia, al quale inviava il vexillum Sancti Petri, la bandiera simbolo del papato, mostrando cos di considerarlo il vero difensore della Chiesa (per quanto l'ufficio di defensor Ecclesiae spettasse notoriamente e tradizionalmente all'imperatore).
Sembra che il vessillo pontificio fosse recato in Sicilia dallo stesso capo del fronte "siciliano" all'interno del collegio cardinalizio, il cancelliere Rolando Bandinelli. Il re di Sicilia era dal canto suo preoccupato per la permanenza in Italia di Federico, che cos vicino a maggior ragione costituiva un punto di riferimento per i baroni meridionali ribelli: e intensificava i contatti con il pontefice al tempo stesso cercando di dare un seguito ai suoi recenti e pi distesi rapporti con il basileus, allora preoccupato tuttavia per nuovi problemi che stavano sorgendo in Asia Minore e non troppo incline dunque - nonostante le sue propensioni - a guardare all'Occidente. Il papa manovrava comunque accortamente la sua diplomazia in modo da persuadere l'imperatore di Bisanzio che il siculo-normanno non era pi, tutto sommato, quel gran pericolo ch'era fin l sembrato; e Guglielmo, da parte sua, inviava a Roma somme di denaro tanto forti da consentire la risistemazione delle difese murarie urbane, in evidente funzione antitedesca.
Adriano non aveva comunque definitivamente scelto lo scontro con l'imperatore, tanto pi che nella Curia il partito "imperiale" contava molti e influenti cardinali. E proprio quattro di loro - Enrico del titolo dei Santi Nereo e Achilleo, Guglielmo di Pavia, Ottaviano Monticelli e Guido di Crema - furono inviati a Bologna, dove Federico si era spostato dopo la Pasqua del 1159, per proporgli di riallacciare l'interrotto discorso iniziato nel 1153 a Costanza.
Era, quella del rilancio del trattato di Costanza, una proposta tendente da parte del papa a inaugurare una tattica "del doppio binario" nei rapporti con l'imperatore e col re di Sicilia? Oppure si trattava di un puro diversivo per guadagnare tempo? Federico fu comunque irremovibile, soprattutto in quanto non era disposto ad accettare alcuna limitazione al suo potere sulla citt di Roma: fra Costanza e Bologna, v'erano ormai di mezzo Roncaglia e gli allievi di Irnerio. Solo in apparenza si mostr pi malleabile sulla questione dell'omaggio dei vescovi: egli vi avrebbe rinunziato, ma a condizione che quelli rinunziassero ai regalia, il che era esattamente - ed egli lo sapeva benissimo - quanto essi non avrebbero mai accettato. Solo a proposito delle rivendicazioni territoriali della Santa Sede, pur dichiarando di ritenerle infondate, egli accett la prospettiva di trattare ancora.
Lo spazio per un dialogo effettivo insomma si riduceva. Questo graduale precipitare dei rapporti si nota perfino da certi tratti che a noi moderni possono sembrare esteriori. Fra 1158 e 1159 la cancelleria imperiale and eliminando, nelle missive dirette al papa, tutta una serie di formule indicanti rispetto e ossequio. Non si trattava certo di negligenze: in fondo, neppure di provocazioni. Federico intendeva semplicemente dimostrare che la sua concezione della dignit imperiale non sopportava di esser posta al di sotto di alcun'altra autorit.
Tentata invano la carta della moderazione, Adriano quarto nel giugno 1159 abbandonava Roma sempre pi infida e si trasferiva ad Anagni, pi vicino ai confini col regno normanno. Da tempo il suo era ormai un "gioco quadrangolare", condotto fra Curia pontificia, corte di Bisanzio, corte di Palermo e citt lombarde, soprattutto Milano. E proprio ad Anagni riceveva i messi d'una ancor embrionale lega costituita da Milano stessa, da Brescia, da Piacenza, nonch dall'assediata Crema. I lombardi s'impegnarono a non venire a patti con l'imperatore senza il consenso del pontefice; questi, dal canto suo, non assunse impegni precisi ma fu largo di promesse (addirittura, a quel che sembra, quella di scomunicare entro breve tempo il sovrano germanico).
Nell'agosto del 1159, Federico era ormai con certezza a conoscenza dell'esistenza di una societas Lambardorum, poich ne scriveva al nuovo vescovo di Frisinga. Da parte imperiale, si sospettava che fosse l'oro siciliano e bizantino ad alimentare le resistenze sia pontificie sia comunali al volere del sovrano. Dal canto suo, l'imperatore riceveva benevolmente le ambascerie inviategli dal comune romano, e - per quanto ribadisse di aver diritto al governo supremo dell'Urbe e mirasse forse a introdurvi un suo "prefetto", che avrebbe vanificato l'autorit senatoria come i podest imperiali andavano facendo nei comuni centrosettentrionali - faceva capire che una politica cittadina d'indipendenza dal papato avrebbe potuto contare sul suo appoggio.
Le cose stavano a questo punto allorch ai primi di settembre, mentre Federico gi da parecchie settimane si trovava sotto le mura di Crema, giunse la notizia della morte improvvisa del papa inglese.
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FINE Parte 1.